GP Magazine marzo 2017

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more No Comments aprile 10 2017 at 14:54


Giada Desideri: cover story

Giada desideri foto di Vittorio Carfagna

Il suo seguitissimo blog “Curvy Jade” è nato dopo una fulminante idea e adesso lo cura come un figlio. Giada ha in serbo interessanti progetti per una serie tv in Germania. Adora lavorare con questo popolo stacanovista e ha padronanza della lingua tedesca

di Silvia Giansanti

Colta, curiosa, una donna davvero per bene e non venale. E’ molto altruista, un valore d’animo non frequente nel suo ambiente. Questo è il ritratto di Giada Desideri, un’attrice che sprizza generosità da tutti i pori e che i più la ricordano nel cast di “Un posto al sole”. In una tiepida mattina di inizio primavera, ci ha ospitati nella sua villa immersa nel verde e nel giallo della mimosa in fiore, situata in un bellissimo comprensorio ad ovest di Roma. Una casa a cui lei è molto legata, in quanto ci ha vissuto da sempre con i suoi genitori. Il suo amore Luca Ward, capendone il valore, ha carinamente proposto di continuare di abitarci insieme. E’ stata una mattinata davvero movimentata tra fotografi per un nuovo servizio, artisti del make up e il suo pincher che saltellava da una parte all’altra. Una piacevole chiacchierata con l’attrice, svolta a bordo di una piscina da urlo.

Giada, quando è avvenuta la folgorazione per questo mondo?

“Non c’è stata una vera e propria folgorazione, in quanto è iniziato tutto per caso. All’età di tredici anni mi hanno scattato una fotografia che è finita sulla scrivania di una grande agenzia di New York. Ho iniziato così con la moda. Il fotografo all’epoca lavorava per una rivista di viaggi e collaborava con l’agenzia. La foto è giunta anche in Italia in un’altra agenzia collegata alla prima e che si stava muovendo anche nel campo cinematografico. Ho fatto un provino a Cinecittà per Luigi Comencini per il film ‘Un ragazzo di Calabria’ con Gianmaria Volontè e Diego Abatantuono e mi hanno presa”.

Cosa volevi fare in realtà se non fosse accaduto tutto ciò?

“Il medico, una cosa totalmente diversa”.

Quindi hai debuttato con Luigi Comencini e poi?

“Ho recitato tanto in teatro a diciassette anni e in televisione una delle mie prime esperienze è stata quella con ‘I ragazzi del muretto’”.

E’ stata una serie tv molto seguita. Conservi qualche ricordo?

“L’unione che c’era sul set tra tutti i ragazzi. Interpretavo la ragazza di Lorenzo Amato, il dj. E’ stato un divertimento per noi giovanissimi di allora”.

Poi nel 1996 altra tappa importante è stata quella di “Un posto al sole”. Come hai ottenuto la parte?

“Anche lì per caso, in quanto uno sceneggiatore amico di famiglia mi ha fatto sapere che stavano effettuando  provini per questo nuovo progetto. Ricordo che l’ho fatto nel mese di luglio ed era uno degli ultimi, perché ad agosto hanno iniziato a girare, Dopo una settimana mi hanno chiamata per comunicarmi che il ruolo era il mio. Sono grata a questa serie tv così seguita che mi ha permesso di salire di qualche gradino. E’ stato un progetto spinto da Gianni Minoli, una formula innovativa che ancora non esisteva, un work in progress in Italia”.

Da allora sei rimasta sempre nel cast?

“A dir la verità sono stata nel cast iniziale per ben due anni e poi, avendo paura di rimanere ingabbiata nel ruolo, sono uscita rientrando solo per brevi periodi, dedicando tempo al teatro che all’epoca era ben diverso da adesso”.

Tutti gli attori sono innamorati di questa grande forma di espressione. Riesci a farne a meno?

“Ho dovuto farne a meno in passato perché i bimbi erano molto piccoli. In tournée con il ‘grande capo’ di Lars von Trier nel 2010, è stato massacrante lavorare concentrata avendo i figli lontani. Con il doppiaggio invece è diventato tutto più organizzabile”.

Tornando a “Un posto al sole”, tu sei affezionata al personaggio di Claudia?

“Sì perché è stato un personaggio scritto benissimo, vincente, poliedrico e divertente da fare”.

Ci sono delle attinenze tra te e Claudia?

“Di punti in comune ce ne sono pochi, ma proprio per questo è stato divertente e stimolante confrontarmi con un personaggio lontano da quella che è la mia realtà”.

A cosa ti stai dedicando in questo momento?

“Al mio blog denominato Curvy Jade, iniziato per gioco e per sfida e che invece si è rivelato un impegno notevole: www.curvyjade.it”.

A chi è rivolto?

“Alle donne, un mondo che conosco meglio. E’ un blog che dà molti consigli e che spazia. Ho avuto tanti feedback dalla donne che si rispecchiano nel modello curvy. Fino a poco tempo fa la donna formosa veniva emarginata, visto che viviamo di stereotipi. Una donna con le curve non è grossa, ma è femmina. Bisogna anche stare molto attenti ai messaggi che la società impone, in quanto ci sono molte ragazze anoressiche che rischiano grosso con la salute. Queste si fanno condizionare dalle donne perfette che si vedono in tv, come se fosse quello l’obiettivo da raggiungere nella vita”.

Qual è quindi il messaggio che vuoi far passare attraverso il tuo blog?

“L’accettazione del proprio corpo, se stiamo bene con noi stessi, siamo in grado di superare qualsiasi ostacolo. Bisogna anche tener conto della propria costituzione. Tutti dobbiamo cercare la bellezza esteriore e interiore, valorizzando magari anche qualche difetto, è lì il segreto”.

Ti sei mai messa in discussione?

“Certamente, in un periodo della mia vita avevo preso tanti chili per via di vari dispiaceri della vita. Ma ho imparato a valorizzarmi attraverso un percorso Questo blog, che è iniziato quasi per gioco, adesso mi sta prendendo tantissimo ed è persino terapeutico”.

Chi ti ha appoggiato in questo progetto?

“Il mio amico trentennale Eduardo Tasca mi ha dato una bella spinta, dopo che avevo avuto un’idea. Lui inizialmente non era convinto che la portassi avanti, invece adesso ne sono assorbita completamente. Ma già di carattere, quando inizio una cosa la porto fino in fondo”.

Che cosa ti ha colpito di tuo marito Luca Ward? Non mi dire la voce…

(Ride) “No, già la conoscevo! La generosità d’animo. E’ un uomo buono e disponibile e al giorno d’oggi non è facile trovare persone così. Nel momento in cui abbiamo girato un film insieme, mi ha colpito la sua professionalità. Ci conoscevamo in maniera superficiale e, dopo aver approfondito la nostra conoscenza in seguito alla lavorazione del film, è scattato qualcosa”.

Ci puoi raccontare qualcosa riguardo alla tua bella casetta immersa nel verde?

“Questa è la mia casa natale. Ad un certo punto i miei, che nel frattempo erano rimasti da soli, avevano pensato di venderla per andare a vivere da un’altra parte, ma io e Luca abbiamo deciso di tenerla per viverci insieme. Qui conservo tanti cari ricordi e in questo modo si dà continuità a quanto fatto dai miei genitori. Quando vengono a trovarmi, si sentono nuovamente a casa. Non hanno perso insomma tutto quello che hanno investito e costruito con i sacrifici”.

CHI E’ GIADA DESIDERI

Registrata all’anagrafe con il nome di Maria Giada Faggioli è nata a Roma il 15 gennaio del 1973 sotto il segno del Capricorno con scendente Gemelli. Caratterialmente si definisce solare e pignola. Come hobby ha il nuoto, la fotografia e l’equitazione. Adora tutti i dolci. Simpatizza per la Roma. Vorrebbe vivere a Los Angeles. Possiede un pincher e due gatti norvegesi. E’sposata dal 2013 con l’attore e doppiatore Luca Ward, con il quale ha avuto due figli. A tredici anni è stata scoperta da un fotografo della Ford Model Agency di New York e successivamente Luigi Comencini l’ha scelta per interpretare un ruolo nel film “Un ragazzo di Calabria”. Ha debuttato in televisione nella seconda serie de “I ragazzi del muretto”. Nel 1996 è entrata nel cast di “Un posto al sole” nel ruolo di Claudia Costa. Ha preso parte a numerose fiction tv come “Non lasciamoci più”, “Dio vede e provvede”, “Una donna per amico 2” e altre. Tra i film che ha girato, ricordiamo “Un caso d’amore”, “L’anno mille” e “Animanera”. Intensa è stata anche la sua attività teatrale. Adesso cura un blog chiamato Curvy Jade.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:45


Paola Pelino: La regina dei confetti

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di Solange

Persona di grande fascino e stile, la Senatrice Paola Pelino quando parla dell’impresa di famiglia non nasconde l’amore per l’azienda storica, esistente dal 1783. Del resto i confetti Pelino di Sulmona sono i “confetti” per antonomasia e conosciuti nel mondo. Sono molto ghiotto di confetto e per questo non ho potuto fare a meno di farle una telefonata. La signora Pelino è stata molto felice di invitarmi nella sua di Sulmona, dove mi ha accolto in compagnia del suo amico attore Franco Ray.

Solare, sempre elegante e con una grande passione per l’impegno sociale, Paola Pelino mi ha fatto visitare la sua casa: ho sentito un ambiente molto positivo. Qui Paola ha iniziato a raccontarmi dei suoi esordi. “Sulle orme di mio padre Olindo”, racconta Paola Pelino, “sono entrata nell’azienda di famiglia a 17 anni. Sono la prima donna della famiglia che ne abbia preso la guida. Per sei generazioni, infatti, ci sono stati sempre uomini. Mi sono prima occupata del settore vendite e creatività, spinta anche dalla mia passione per la moda. Poi, dopo 10 anni, ho avuto il placet per occuparmi del marketing, della comunicazione e delle pubbliche relazioni”. Un ruolo molto congeniale all’imprenditrice, che grazie alla sua affabilità e alle sue relazioni ha portato ovunque il marchio Pelino. Poi nel 2004 è arrivata la politica. “Ho scelto la politica”, spiega Paola Pelino, “per migliorare la vita delle persone, soprattutto delle fasce più deboli, e fare qualcosa di positivo per l’Abruzzo”. Nonostante i suoi molteplici impegni, riesce a trovare anche il tempo per la famiglia. “Il mio lavoro è di 18 ore al giorno”, spiega, “e a esserne penalizzata è la mia famiglia”. Ha due figlie Flavia, ormai già inserita nell’azienda di famiglia e destinata a seguire le orme della madre, ed Elvezia.

L’occasione è anche quella di fare una fisica nella storica fabbrica di Confetti, dove ci sono ancora gli antichi macchinari e un museo tutto dedicato all’arte e alla tecnologia confettiera. “Il confetto di Sulmona”, mi raconta la Senatrice, “trova le sue origini documentate alla fin del XV secolo con una ricetta originale e originaria di mandola e miele, allora non esisteva lo zucchero. Quando nel XIX secolo, nel 1850 circa, un tedesco estrasse lo zucchero dalla barbabietola, vennero prodotti confetti con un’anima di mandorla e ricoperti esclusivamente di zucchero bianco e, cioè senza l’intervento di amido, che schiarisce, o farina”. Qui ho avuto occasione di vedere e toccare un recipiente contenente dei confetti “cannellini” che erano in tasca al poeta Giacomo Leopardi: è noto che il poeta di Recanati era ghiotto di questi confetti prodotti sin dall’epoca dalla famiglia Pelino. Ho avuto delle sensazioni molto forti: a un certo punto ho sentito che il sommo poeta emanava positività in quei luoghi. A quel punto, la Senatrice presa da una simpatica curiosità, mi ha detto: “Tutti parlano di te, e della lettura della mano. Sono incuriosita….”. E le ho detto: “Senatrice sarò molto sincero: se ho sbagliato me lo dica”. A quel punto ho letto la sua mano sinistra: linea della vita lunghissima; il monte di venere molto carnoso, che indica una donna molto caparbia, testarda e intelligente, e che quando si pone un obiettivo lo raggiunge. Sulla mano ci sono molte insenature, aspetto che indica che è molto legata al suo primo lavoro, ovvero quello della fabbrica di famiglia, mentre la linea della saggezza è molto marcata, a conferma che è molto saggia: prima di fare una cosa riflette moltissimo. Paola Pelino si rivela una donna estremamente buona, molto attiva nel sociale e nell’aiutare le persone, ma senza per questo ricercare i riflettori. C’è poi la linea del successo, che attraversa tutta la mano: questo vuol dire che ci sono in movimento tante cose belle per quanto concerne la politica. Secondo me ha in mente di scrivere un libro, visto che prende molti appunti. Inoltre ha il senso del colore molto sviluppato: per lei i colori sono fondamentali, aspetto che mette in pratica sia nel look (sempre elegante e mai fuori posto), che nei fiori che adornano la sua casa (rose bianche). Il suo colore porta fortuna è il giallo. La pietra porta fortuna è il topazio screziato. Il giorno fortunato di ogni mese per lei è il giorno 3, soprattutto per quanto concerne la politica. Il mese fortunato invece è quello di giugno. Sulla mano ci sono anche tante piccole graticole, che significa che è una donna che prima di mettersi in movimento pondera perché vuole capire bene. Ama la serietà e la chiarezza.



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Ilaria Caprioglio: “Corpi senza peso”

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Sindaco di Savona, avvocato e autrice di saggi e romanzi a sfondo sociale

di Donatella Lavizzari

Ilaria Caprioglio, da giugno 2016 sindaco della Città di Savona, è un avvocato, autrice di saggi e romanzi e socia fondatrice dell’associazione “Mi nutro di vita”, ideatrice della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i disturbi del comportamento alimentare. Ilaria è, innanzitutto, una donna, madre di tre adolescenti, da sempre attenta alle tematiche giovanili e attiva nel campo del sociale che promuove nelle scuole italiane progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica e sulle insidie del web.

Ilaria, tu hai dimostrato in questi anni di essere una professionista poliedrica, ci vuoi raccontare perché hai deciso di candidarti come sindaco di Savona?

“Ho ponderato a lungo l’offerta che mi è stata formulata di candidarmi come indipendente alle amministrative  della città dove vivo da oltre vent’anni. Ho accettato la sfida di scendere in campo  nel tentativo di offrire  ai nostri ragazzi la possibilità  di decidere se restare a lavorare nella  propria città oppure andare via in Italia o all’estero: attualmente la seconda ipotesi rappresenta l’unica strada percorribile in una provincia come la nostra in profonda crisi economica e di conseguenza sociale. Il mio impegno per i giovani, profuso per anni attraverso incontri nelle scuole italiane, prosegue sotto una nuova veste”

I disturbi del comportamento alimentare sono la prima cause di morte tra le adolescenti dopo gli incidenti stradali. E’ importante la sensibilizzazione su questo grave problema. Ci vuoi parlare, a tale proposito, del tuo ultimo libro ‘Corpi senza peso’ (Erickson) scritto con Stefano Vicari, direttore di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Bambino Gesù di Roma?

“Il libro racconta il disturbo del comportamento alimentare e, in particolare, l’Anoressia Nervosa attraverso la narrazione diretta dei protagonisti: bambini e ragazzi che, in qualche momento del loro percorso di vita, si ritrovano a fare i conti con un’idea e un pensiero che li sovrastano e li «possiedono». Un’idea e un pensiero che assumono, come un moderno demone, le sembianze seduttive della bellezza e della perfezione fisica ma nascondono, in realtà, un vero e proprio disturbo mentale. Il percorso che conduce ciascun ragazzo o ragazza a riconoscere, finalmente, il volto di malattia celato nel falso mito di bellezza costituisce il «viaggio» verso la guarigione. Sono storie reali, incontrate in ospedale e trasformate parzialmente per rispettare la privacy delle persone. Cinque racconti collegati fra loro con il duplice io narrante del medico e di colui che è affetto da disturbo del comportamento alimentare. Non si tratta di un testo dove vi è un solo protagonista, in genere chi ha sofferto della malattia, che parla della sua esperienza in modo unilaterale e spesso privo di fondamento scientifico, quest’ultimo presente invece nei saggi scritti da e per addetti ai lavori, difficilmente fruibili dal vasto pubblico, bensì di un libro dove si vuole affrontare il tema dei DCA a 360°”.

In ‘Cyberbullismo. La complicata vita sociale dei nostri figli iperconnessi’ (Il Leone verde), di prossima pubblicazione, evidenzi un fenomeno altamente invasivo che ha una spaventosa cassa di risonanza. In un mondo dove spesso la propria autostima si basa su like ricevuti e follower, come si può ‘traghettare’ un figlio verso la dimensione reale e l’autonomia? 

“Nella complessa vita sociale dei giovani iperconnessi il fenomeno del cyberbullismo è in forte crescita con la complicità degli adulti che, illudendosi di avere dei figli nativi digitali perfettamente equipaggiati per affrontare senza correre rischi il mondo del web, non si preoccupano di fornire loro un’adeguata educazione ai media capace di sviluppare il senso critico e la cultura del rispetto indispensabili per vivere online e offline con consapevolezza, senso di responsabilità e autonomia. Il mondo virtuale rispecchia, talvolta amplificandola, la deriva del mondo reale e obbliga genitori ed educatori a riflettere sulle proprie responsabilità, senza poter ravvisare nel demone digitale un comodo capro espiatorio per alleggerire coscienze assopite sotto la confortevole coperta del mito del digital kid”.

Quali sono i maggiori rischi su piattaforme come ‘Ask for me’?

“I rischi maggiori derivano dall’anonimato di tali piattaforme che scatena l’arroganza e l’aggressività, anche degli adulti, che online si lasciano andare all’incitamento all’odio, globalmente definito hate speech, capace di trasformare le parole in armi micidiali di intolleranza verso una persona o un gruppo razziale, religioso, etnico, di genere o di orientamento sessuale. Sdoganato anche dal mondo adulto, quello al quale le nuove generazioni dovrebbero guadare come modello a cui ispirarsi, l’odio scorre sul web e spaventa i giovani che, sovente, sono vittime e carnefici di questa escalation di aggressioni verbali che prende di mira soprattutto coloro che sono percepiti diversi per l’aspetto fisico, l’orientamento sessuale o la nazionalità. Si tratta di odio che scaturisce dalla superficialità e dalla velocità con cui si intrecciano relazioni virtuali, ma anche da una sorta di analfabetismo emotivo che il web agevola favorendo contatti fra persone che non si conoscono e non si riconosco e per questo si detestano, prescindendo a priori da qualsiasi sforzo dialettico volto ad avvicinarsi, comprendersi, arricchirsi attraverso l’altrui pensiero”.



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Roberta Tirrito: La web influencer finita su GQ

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Una fashion influencer che sogna il cinema. Dai social al piccolo (e grande) schermo. Chi è la 21enne palermitana che fa impazzire il web e che, pare, abbia conquistato il cuore di Valentino Rossi

di Biagio Verdicchio

Bella, sensuale, solare e carimatica. Roberta Tirrito è tra le più seguite Instagram sensation: oltre 222.000 i followers che restano magnetizzati quotidianamente dagli scatti generosi del suo fisico perfetto, delle sue curve da capogiro e di uno sguardo magnetico e accattivante. 21 anni, origini siciliane, attualmente abita a Torino dove studia recitazione e lavora come modella e fashion influencer. Lavora da quando ha 17 anni nel mondo della moda, ha posato per diverse campagne pubblicitarie apparendo su vari magazine (Vip, Maxim e Style Papers Italia). Da due anni studia recitazione a Torino nella scuola di teatro Sergio Tofano. A settembre 2016 si sono accesi per lei i riflettori del piccolo schermo. Ha partecipato infatti al programma Take Me Out, il dating show in onda su Real Time e lo scorso dicembre ha posato per un bellissimo e bollente servizio fotografico per GQ Italia. Conosciamola meglio.

Roberta, partiamo dall’inizio. Palermo, un cellulare e la passione per gli abiti e la moda! Dagli scatti di una sedicenne sui social, a 222.000 seguaci su Instagram, il riconoscimento di fashion icon tra le più apprezzate nel panorama nazionale ed europeo. Quando hai capito che un “divertimento” potesse diventare un lavoro? 

“L’avevo già capito da piccolina, avevo 17 anni e già pensavo che Instagram fosse il futuro, ma stare in Sicilia è difficile. Pensavo quasi che tutto questo rimanesse solo un sogno ma mi son data da fare: sono stata fuori parecchio, tre volte a Londra ad esempio. Stare a Londra e viverci è un altra cosa, cambi testa e mentalità, inizi a capire veramente che bisogna lavorare sodo per tutto quello che si vuole fare e come bisogna trasformare i propri sogni in propri obiettivi”.

C’è una regola vincente per differenziarsi dalle tante altre tue “colleghe” influencer, spesso ragazze che improvvisano, con in mano uno smartphone e di fronte uno specchio? 

“Il target è sicuramente diverso, si inizia sicuramente così ma poi entrano in gioco altri fattori, ad esempio una buona agenzia. Poi sicuramente devi essere te stessa e avere un occhio attento alle novità, scegliere i brand con cui lavorare o meno, devi scegliere che tipo di impronta vuoi dare al tuo profilo per esempio. Però posso dire che si inizia anche pubblicando foto allo specchio? Io supporto molto i giovani, oggi fanno una foto allo specchio domani li trovi sui giornali o in tv. Chi lo sa? Tantissimi ragazzi hanno iniziato così e molti di loro scoperti grazie ad Instagram, non è una novità”.

E da quegli scatti sono arrivate poi le prime collaborazione con i brand di moda e gli shooting per numerose ed importanti riviste. Un mese fa la grande soddisfazione di un servizio fotografico su GQ. 

“Lavorare e scattare per GQ è stata una cosa fantastica. Su GQ sono apparsi tutti i più grandi per me, ad esempio Kim kardashian, Rihanna,Beyoncé, tutti veramente. A fine dicembre ho anche scattato per For Men”.

Il titolo del servizio era – se non erro – “I capelli corvino della leonessa”. Da sicula di nascita, e ragazza del sud, quanto leonessa ti senti nelle attività lavorative che svolgi, nelle scelte quotidiane che intraprendi? 

“Sono principalmente una persona determinata, ma ascolto tantissimo i consigli ed anche le critiche di chi penso ne capisca più di me o delle mie amiche ad esempio che mi supportano sempre, e che mi rimproverano quando c’è bisogno. Sono una persona molto solare inoltre e mi piace tantissimo ridere e scherzare. Io sono nata ad agosto e il Leone è un segno forte ma anche di gentilezza ed energia. Non è stata però una di quelle infanzie bellissime…”.

Perché? 

“Quando ero piccola fino ai 15anni balbettavo e venivo presa in giro da tutti a scuola. Ho avuto tantissimi problemi e a fine giornata mi mettevo davanti allo specchio e parlavo da sola, non sono andata dal logopedista o nulla. È stata una cosa graduale e piano piano sono riuscita a non balbettare più da sola, mi sono imposta. A pensarci bene è la prima volta che ne parlo in un’intervista”.

Social, moda shooting e Tv. Che esperienza è stata quella di Take Me Out, il dating show di Real Time? 

“È stato uno dei miei primi casting e l’idea di andare in tv non mi piaceva molto, ma ho deciso di provare. È stata un esperienza bellissima, si è creata una famiglia con tutta la redazione”.

Stai studiando recitazione a Torino, quali sono i tuoi modelli sul grande schermo? 

“Il mio modello il assoluto è Angelina Jolie. Secondo me è veramente la più bella del mondo, ho visto tutti i film dove ha recitato ed è molto brava. Anche Scarlet Johansson merita tanto; il film che mi piace di più dove lei recita è ‘Vicky Cristina Barcelona’ di Woody Allen, regista che adoro”.

Da grande Roberta cosa vuole diventare? 

“Voglio portare avanti tutto quello che sto facendo ed ho tanti progetti in mente. Spero di riuscire nelle mie cose e parlarvene tra qualche annetto va bene? Incrociamo le dita!”.



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Ivan Bacchi: Ritorno al cinema con “Aefetto Domino”

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di Marisa Iacopino

Ivan Bacchi, attore e conduttore televisivo. Come attore lo abbiamo visto in alcuni film di Ferzan Ozpetek, uno su tutti quello che l’ha consacrato come attore al grande pubblico , “Le Fate Ignoranti”, nel ruolo di Lucio. E’ stato diretto da grandi registi come Enzo Montelone nel film “El Alamein – La linea del fuoco”, per passare al film cult, “Tre Metri sopra al cielo” di Luca Lucini. In tv l’abbiamo visto nel ruolo del medico nella soap “Cento Vetrine” e nella fiction “Il Paradiso delle signore”. Negli ultimi anni si è dedicato alla conduzione. Con grande successo, l’anno scorso era al timone di “Linea Verde Orizzonti” e quest’anno è l’inviato della trasmissione del mattino di Rai Uno “Tempo e Denaro” . A novembre ha debuttato come conduttore sul canale 819 di SKY nel talent di moda “Fashion Up Academy”. Ora Ivan Bacchi, è pronto a tornare al cinema dalla porta principale, nel film “Aefetto Domino”,  diretto e interpretato da Fabio Massa, che lo vede come protagonista assieme a Cristina Donadio, la cattivissima Chanel di “Gomorra la Serie”.

Ivan tornare al cinema, come protagonista dopo un bel po’. Come vivi questo momento e cosa ti porti da questo film?

“Sono molto contento di aver preso parte al film e curioso di vederlo. Ne ho viste solo alcune scene in un premontato. Non sono uno che si fa troppe aspettative, un tempo mi fermavo a fantasticare su come sarebbe stato accolto il film, cosa mi avrebbe portato in termini di nuove opportunità. Poi le mie aspettative erano sempre superiori e ci rimanevo male… così non me le faccio più! Però mi porto con me il ricordo di un gruppo coeso e appassionato di attori e maestranze tecniche che hanno reso i giorni delle riprese molto intensi ed emozionanti. Spero questo traspaia dal film”.

Come credi stia cambiato il ruolo dell’attore negli ultimi anni?

“Oggi vedo ancora la tendenza ad usare sempre gli stessi attori, ma per fortuna in maniera meno stereotipata. Faccio un esempio: per il ruolo della nevrotica un tempo sceglievano sempre la stessa attrice, perché sapevano che avrebbe garantito il risultato che cercavano. Questo era limitante sia ‘attorialmente’ ma anche nel raccontarci qualcosa di nuovo dell’animo umano. Oggi questa tendenza sta scemando, per fortuna”.

Qual è il lavoro che un attore svolge su se stesso per interpretare un personaggio anche molto diverso da come si è?

“Dipende molto dagli attori. Ci sono quelli intuitivi, ‘animali’ che sanno dar voce alle infinite varietà dell’animo umano partendo da loro stessi, altri che osservano e riportano a sé. Non credo in un metodo unico ma nella conoscenza di più metodi. L’importante è saper come far vibrare le nostre corde”.

Carisma e talento, secondo te viaggiano sullo stesso binario?

“No! Ma si nutrono reciprocamente. Conoscevo un’attrice talmente gallina e scialba nella vita ma così infinitamente brava, intensa, profonda e vera nel recitare, che mi chiedevo e le dicevo: ma come è possibile? Pian piano è diventata anche una donna più consapevole e carismatica”.

Nel film “Aefetto Domino” che ruolo interpreti?

“Non entro nel dettaglio, interpreto un ragazzo comune che ha subito una scelta altrui, un abbandono e cerca di rifarsi una vita conscio della linearità e giustezza dei propri sentimenti. Poi la vita si sa, combina dei casini. Ho tratto l’ispirazione dal modo in cui sono stato amato in passato”.

Hai lavorato con un esordiente come Fabio Massa.

“Ci avevo già lavorato assieme. È’ un ragazzo volitivo che crede molto nell’impegno e nella determinazione per raggiungere i propri obiettivi, e mi sembra ci stia riuscendo”.

Molti ti ricordano per i film di Ozpetek ma tu in realtà hai lavorato con tanti registi importanti, da Sergio Rubini ai Vanzina, per citarne due. Quali sono i ruoli e i film che ti sono piaciuti fare?

“Forse deve ancora arrivare il ruolo della vita! Vorrei un regista che mi ribalta come un calzino, a cui affidarmi totalmente, capace di farmi vibrare corde mai conosciute. Vorrei un personaggio estremo, folle capace di compiere atti non razionalmente comprensibili”.

Dopo tanto cinema importante la tv come conduttore; quando e come nasce questa nuova svolta professionale?

“Del condurre mi piace la percezione di mostrarsi per quello che si è. Se sei ironico si vede così come se sei un po’ rigido. Mi piace mettere me davanti alle telecamere senza filtri, credo molto nel mio potenziale e amo la diretta e la gestione degli imprevisti. Non la temo per nulla!”.

Intanto hai già preso parte alle riprese della fiction “Il Paradiso delle signore”. Ci puoi almeno svelare che ruolo interpreterai?

“A me fa ridere la mia parte, ma non per quello che faccio in sé, ma per il fatto che nella prima stagione ero cornuto e mazziato dalla mia fidanzata, e in questa seconda stagione torno per lei e mi ridarà il benservito. Scusate, ma che bisogno c’era, non era chiaro? A volte sanno ancora sorprendermi. Comunque è ancora in fase di scrittura, dunque non si sa mai”.

Dove ti vedremo prossimamente?

Continuerete a vedermi quasi tutte le mattine in diretta su Rai 1 con ‘Tempo e Denaro’”.



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Gianni Rojatti: Una chitarra per amica

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Leggenda vuole che la prima chitarra fosse un’ acustica regalata dai tre cugini maggiori che la tenevano appesa e inutilizzata nella taverna di casa dove facevano le feste con gli amici

di Mara Fux

Sei uno dei migliori chitarristi rock italiani, hai suonato sul palco con nomi internazionali come Pat Torpey e Gregg Bissonette, aperto concerti per The Aristocrats, Steve Vai, Elio & Le Storie Tese, Paul Gilbert: ricordi ancora l’effetto dello stringere tra le mani la tua prima chitarra? 

“E’ lo stesso che provo ancora oggi, ogni volta che la imbraccio. E’ la sensazione di sedersi faccia a faccia con la tua migliore amica per confidarle ogni tuo segreto, emozione, desiderio. Certo che se l’avrai assecondata, coccolata, dedicandole tutto il tempo e le attenzioni che merita e pretende saprà restituirti i tuoi pensieri in bella copia, sublimati in note e musica. Prima ancora di stringere la chitarra per la prima volta già la suonavo da tempo. Perché popolava le mie fantasie di bambino nelle quali niente era più eccitante che immaginarmi su un palco con la chitarra al collo”.

Quali musicisti sono stati per te uno sprone allo studio di questo strumento? 

“Tantissimi e profondamente diversi tra loro. Ma ne menziono tre in particolare dicendoti in cosa mi hanno spronato e ispirato. I Police per la leggerezza, raffinatezza e capacità di sintesi. I Sex Pistols per l’urgenza espressiva, la freschezza di suono e la capacità di essere al contempo feroci e ‘stilosi.  Infine Steve Vai per il geniale virtuosismo stralunato e alieno, mai stucchevole e solcato da un profondo sense of humor”.

Nel 2003 hai iniziato a scrivere sulla rivista “Chitarre” e dal 2012 scrivi per Accordo.it dove coordini la Didattica e curi la direzione artistica: queste collaborazioni sono state utili per la tua crescita professionale? 

“Assolutamente. Per Accordo faccio un lavoro meraviglioso. Ho potuto intervistare, chitarra alla mano, alcuni dei più grandi musicisti al mondo (Guthrie Govan, Paul Gilbert, Marty Friedman, Kiko Loureiro) trasformando quello che mi raccontavano e suonavano in lezioni. Ho imparato tantissimo”.

Tieni un corso di chitarra moderna – rock – metal – progressive presso la Roma Music Academy  e stai pubblicando “Tecnica, Fraseggio & Esercizi” diretto a chitarristi di livello tecnico avanzato che vogliono aggiornare il loro fraseggio solista e affinare il metodo di studio. L’insegnamento fa parte della tua passione? 

“Sono un autodidatta che ha studiato tantissimo e si è esercitato allo sfinimento per arrivare a suonare ciò che desiderava e amava. Per questo, come insegnante sono estremamente esigente. Amo profondamente farlo quando ho di fronte allievi ispirati e motivati. Altrimenti sono il maestro più svogliato e antipatico del pianeta”.

Da pochissimo è uscito “ARRIVER,” il cd firmato da I Dolcetti, l’eclettico duo che formi assieme all’amico e batterista Erik Tulissio: soddisfatti di questa seconda esperienza? 

“Moltissimo. L’anno passato siamo stati invitati da Steve Vai come unico opening act per il suo ‘Passion & Warfare Anniversary Tour’ e in quell’occasione abbiamo presentato per la prima volta i brani del nuovo disco live. Non avremmo potuto ambire a una vetrina più qualificante per lanciare il disco. Qualche mese dopo siamo tornati in tour con Stu Hamm e Greg Howe e abbiamo attraversato l’Italia suonando ‘Arriver’. Il disco sta piacendo, le recensioni sono lusinghiere. Siamo entusiasti di come stanno andando le cose”.

“Esorcismo & Tagliatelle”, “Cellulare in bagno”, “Lingua verde di prosecco”: come nascono questi titoli? 

“Ascoltateli in cuffia, a volume bello alto. E lasciate che siano le note a suggerirvi le più bizzarre e stralunate interpretazioni”.

La vostra si può definire musica d’ascolto? 

“Bella domanda. Credo di no. Per musica d’ascolto per lo più s’intende musica di sotto fondo. La nostra è una proposta musicale ambiziosa, talmente ricca, variegata, zeppa di contaminazioni, citazioni, digressioni stilistiche che per essere apprezzata a pieno merita un ascolto attento, critico. Ma queste sono inezie da musicista. In realtà, quale che sia la maniera nella quale qualcuno ci ascolta e apprezza a noi va benissimo e ci rende grati. Che uno ci ascolti seduto al buio, con le cuffie e attento a ogni sedicesimo che prendiamo oppure mentre prepara la cena, tritando la cipolla e sorseggiando un bicchiere di vino è comunque meraviglioso pensare che abbia scelto i Dolcetti”.

Nel cd “Metallo beat” del 2010 i brani erano tutti di 3,33 minuti. In “Arriver” di 3,34: una sfida con gli ascoltatori? 

“E’ una sfida prima di tutto con noi stessi. E’ un esercizio compositivo, una gabbia metrica di scrittura che, invece, scatena la creatività e argina logorroiche  autocelebrazioni strumentali”.

Quand’è che vi potremo ascoltare a Roma? 

“Il prima possibile. Appena ventenne ebbi la fortuna di stare a Roma e di suonare con Franco Califano che mi insegnò tantissimo e mi fece innamorare di questa città. Ogni volta tornarci a suonare è un’ emozione intensissima”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:32


Monica Paolucci: Star nascente atleta over

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La storia di Monica è davvero stupefacente e contornata da un pizzico di sana pazzia. Classe 1964, un percorso di vita segnato da eventi molto duri e dolorosi, con tanta voglia di rinascere.

di Marisa Iacopino

Quando hai iniziato a muovere i primi passi nel body building?

“Scorrevo le pagine di Facebook quando mi sono imbattuta casualmente nel profilo di un atleta bikini body building, americana di 52 anni, bella e tonica. Per tutte le durissime prove che la vita mi aveva riservato fin da giovanissima e che avevo dovuto affrontare e lottare duramente, mi trovavo in uno stato di ansia e depressione, con pressione alta e attacchi di panico anche pluri giornalieri. Era terribile vivere così! Il mio primogenito da tempo tentava di portarmi in palestra senza successo, ma in quel preciso istante qualcosa in me è scattato. Pensai, se ho superato e sopportato tutto questo, allora sono in grado di poter tentare un forte cambiamento nella mia vita. E così ho manifestato a mio figlio la volontà d’iscrivermi in palestra e ho iniziato ad allenarmi duramente in sala pesi e a seguire una dieta per perdere una decina di chili. Devo ammettere di essere stata fortunata. E’ molto importante l’impatto iniziale della sala dove devi allenarti ed io all’Evolution di Ciampino ho trovato un ambiente accogliente, confortevole, con preparatori fisici altamente qualificati e soprattutto incoraggianti e devoti alla loro professione. La definisco ormai la mia palestra del cuore”.

Sei poliatleta, quali sono le discipline che pratichi?

“Body building, arti marziali e scuola gladiatoria dell’ARS Historia Romana di Andrea Dandolo”.

Su quest’ultima disciplina puoi spiegarci esattamente in cosa consiste?

“Si rievoca in modo filologico dall’abbigliamento alle armi, il ruolo del gladiatore dell’antica Roma. I combattimenti sono con armi vere, quindi se nel combattere si perdono le armi, si continua con la lotta corpo a corpo. Gli addestramenti avvengono in ambienti non protetti non come le consuete palestre. In un vero tugurio, un luogo polveroso, pieno d’insidie e con pavimento di cemento e buche, preparati così a combattere in qualsiasi luogo. Di fatto i gladiatori combattevano quasi sempre sopra la sabbia. Noi ci prepariamo al peggio!”.

Può essere considerato uno sport estremo?

“Lo è! Ed è ad alto rischio d’infortuni, anche perché l’abbigliamento filologico non è costituito da protezioni, specie per le donne che combattono semi nude. Le escoriazioni sono all’ordine del giorno e sono nella normalità, il rischio di tagli o d’infortuni più seri sono sempre dietro l’angolo. Le donne che lo praticano sono pochissime ed io credo di essere la gladiatrice più ‘anziana’, almeno in Italia”.

Vuoi raccontarci la tua carrellata di gare ed esibizioni?

“Ho iniziato questo percorso solo tre anni fa e come gladiatrice da meno di due anni ma ho avuto già tante soddisfazioni. Nella gladiatura ho bruciato molte tappe, dopo pochi mesi avevo già raggiunto livelli molto alti e le mie prestazioni sono state fin da subito apprezzate, catturando l’entusiasmo e l’ammirazione del pubblico. Nel body building il team sportivo anglo-americano ‘Iron Lady TM’ mi ha scelta come icona per le over 50 a dimostrazione che anche iniziando in tarda età è possibile raggiungere livelli alti e quest’anno mi porterà a partecipare a gare di body building in Italia in una delle federazioni più importanti, la WABBA, nella categoria Miss Bikini Over. Per i dirigenti del mio team non si hanno notizie nelle miss over di atlete 53enni che salgono per la prima volta sul palco e nel mese di luglio addirittura in America con la federazione NPC categoria Bikini Over”.

Hai partecipato anche a concorsi di bellezza over; com’è andata?

“Nel 2016 ho iniziato a partecipare a diversi concorsi bellezza over, aggiudicandomi sempre una fascia. Nel concorso Lady Vanizia di Krizia Scognamillo mi sono anche meritata una pagina del calendario ufficiale 2017, esattamente il mese di luglio. Nel concorso miss over di Elio Pari, dove era prevista anche una prova di abilità, mi sono proposta come gladiatrice combattente con il mio partner, affascinando gli spettatori e la giuria che si sono lasciati andare in un lungo e caloroso applauso ed è in quell’occasione che abbiamo catturato l’attenzione di Canale 5, dove una troupe di ‘Tu si che vales’, insieme al direttore artistico, si sono spinti nel luogo di addestramento, filmando un combattimento, seguito da un’intervista e invitandomi a partecipare al noto programma. Aggiungo poi che il patron di concorsi bellezza Sosio Rosati, mi ha voluta come testimonial del 2017 nel suo concorso nazionale ‘Miss Donna Chic’. Inoltre, il patron Luigi Buccini mi ha invitata ad assumere il compito di giurata nel suo tour 2017 nelle città più belle della Campania, compresa Ischia e Capri, ai suoi concorsi di altissimo livello. Il general manager di Donne e Motori, campagne moda e spettacolo, Angelo Rallo, mi ha inserita nel suo cast artistico ed è di questi giorni l’uscita in calendario dove ci sono anch’io sulla campagna contro abbandono animali e su donne motori sicurezza stradale”.

Un evento o esibizione che ti è particolarmente rimasta nel cuore?

“Non ce n’è uno che non mi abbia regalato una forte emozione o non mi abbia insegnato qualcosa. Posso però dire che aver interpretato il 6 gennaio, con altri componenti dell’ARS Historia Romana, all’interno del cortile di Palazzo Braschi nella cornice di Piazza Navona al presepe vivente su commissione del Gruppo Storico Romano, evento organizzato dall’associazione Carnevale Romano, la madonna ed è stato inaspettatamente per me qualcosa d’inspiegabile. Sono state toccate alcune mie corde interiori a tal punto che terminato l’evento, che devo dire di un livello veramente straordinario, ho sofferto il distacco dal Bambino Gesù”.

E’ vero che hai ricevuto una proposta cinematografica?

“Vero. Il regista Cristian Nardi mi ha scritturata come protagonista nel suo film ‘Matrioska village’ con il noto attore americano Brett Robert, protagonista principale”.

Il 22 gennaio hai ricevuto il premio “Reggia d’Oro”, che viene conferito a chi si è distinto in qualche eccellente qualità nell’anno precedente. Come sono arrivati a te?

“L’agente nonché talent scout Tony al Parlamento mi aveva notata e per mesi osservata in silenzio e, ritenendomi meritevole di questo riconoscimento, mi ha segnalata all’organizzazione del premio, dove un’attenta giuria ha esaminato la mia personalità e le mie doti, decidendo all’unanimità di conferirmi l’ambito premio”.

Progetti futuri?

“Continuare i percorsi intrapresi ed intraprenderne uno nuovo nuovo. Voglio integrare i combattimenti di gladiatura con proiezioni acrobatiche. Desidero poi poter essere d’aiuto come volontaria lì dove c’è tanto dolore. Purtroppo per ora non sono ancora pronta e quindi il mio posto sarebbe in reparti meno impegnativi ma vorrei stare nelle corsie di oncologia pediatrica e ce la metterò tutta per esserne in grado”.

Hai un tuo motto o una frase che ti appartiene?

“Amo il folle gesto di fiducia verso me stessa”.

Vuoi dire qualcosa ai nostri lettori?

“Dico a loro che i limiti sono nella testa. La forza motrice più potente dell’universo è la volontà. Io l’ho sperimentato! E naturalmente ringrazio tutti per l’attenzione che mi avete dedicato”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:29


Silvia Brindisi: Una ribelle dal cuore grande

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Ha fatto della scrittura la sua più grande passione la giova scrittrice romana Silvia Brindisi. Dolce, solare e alla mano, ci racconta non solo del suo rapporto con la letteratura ma anche con la vita in generale.

di Laura Gorini

Silvia, come e perché sei diventata scrittrice? 

“Scrivere mi piace e mi fa star bene. Francamente  lo faccio da sempre ma è solo da poco tempo  che  ho voluto condividere la mia passione, le mie emozioni e i miei momenti con gli altri tramite i miei libri. Sono molto contenta di aver scritto e pubblicato due romanzi, uno per bambini e intitolato ‘Amicizie magiche’ che è  uscito nel 2015,  e uno che  anche l’ultimo in ordine di uscita visto che è stato pubblicato solo da una manciata di mesi,  che  si chiama “Chi parla poco ha gli occhi che fanno rumore” ed è incentrato su quanto un incontro possa cambiarci la vita, quando non ce lo aspettiamo”.

Che cosa significa esserlo ai giorni nostri? 

“Sono una scrittrice emergente e credo in ciò che faccio. Sicuramente ci vuole molta pazienza, determinazione e  poi è fondamentale – a mio avviso – cercare di restare sempre se stessi”.

La tua famiglia che cosa pensa di questa tua passione? 

“La mia famiglia è molto contenta della mia passione e mi fa molto piacere condividere questa cosa anche con loro”.

Durante l’infanzia chi sono gli scrittori che hai amato di più? 

“Quando ero piccola mi piacevano molto le favole e i racconti con le immagini. Di scrittori ce ne erano molti e diversi che mi piacevano e diciamo che tutti- sebbene in maniera differente- mi hanno arricchito a modo loro”.

E durante l’ adolescenza? 

“Durante l’adolescenza ho iniziato a leggere il primo libro importante e serio, infatti  a 14 anni  mi regalarono ‘Siddhartha’ di Herman Hesse. Per me da quel momento si aprì un mondo tutto nuovo da conoscere e scoprire. Poi  iniziai – con l’ inevitabile passare del tempo – ad appassionarmi sempre di più alla lettura. A quel punto il libro divenne il mio compagno di viaggio. Ogni volta che ne finivo uno non vedevo l’ora di leggerne un altro. Gli scrittori che ho amato in quel periodo erano diversi tra cui  il già menzionato  Herman Hesse,  Luigi Pirandello , Primo Levi,  Johann  Wolfang Goethe,  e molti altri”.

A proposito: che bambina e che adolescente sei stata? 

“Allora, da bambina sono sempre stata dolce e solare, infatti  mi piaceva giocare con le mie amichette o guardare i cartoni animati. Che adolescente sono stata? Beh,  la mia adolescenza è stata un periodo di conferme, scoperte su me stessa, sul mio carattere,  su chi avevo intorno , su ciò che volevo e sulle mie idee legate anche alla società. Sono sempre stata ribelle e lo sono tuttora, soprattutto innanzi alle ingiustizie. E ti dico di più:  sin da adolescente non ho mai avuta né paura né dubbi a dire la mia opinione, nel Bene e nel Male. Mi piaceva studiare e andavo bene a scuola ma mi piaceva anche svagarmi facendo shopping per negozi con le amiche e  fare lunghe camminate e chiacchierate per il centro sotto il cielo della mia amata Roma”.

Credi che il tuo trascorso abbia condizionato il contenuto dei tuoi romanzi? 

“Certo, il mio trascorso fa parte di me. Inoltre mi ha fatto crescere, scoprire e capire molte cose di me stessa oltre che degli altri. Sicuramente molto mi ha anche influenzato sia il mio carattere che il mio lavoro nel sociale, non per nulla io sono educatrice professionale di comunità. Sai, ho visto con i miei occhi e affrontato sul campo situazioni reali davvero difficili che mi hanno dato molto sia a livello umano sia professionale”.

A proposito, a chi o a che cosa ti ispiri quando scrivi? 

“Quando scrivo non mi programmo nulla né mi forzo. Mi piace farmi guidare dai miei pensieri, dalle mie riflessioni e dalle mie emozioni. A volte può succedere che possa prendere spunto anche da tematiche vere e attuali, come ho fatto nel secondo libro dove appunto affronto la realtà dei senza fissa dimora che c’ è in ogni città”.

Quanto c’è di autobiografico in essi? 

“C’è molto di me, delle mie emozioni e dei miei pensieri anche se non lo programmo mai. Tuttavia  sono felice di far trasparire anche un po’ di me. Spero che ciò venga molto apprezzato dai lettori perché permette anche di farmi conoscere un po’  di più insieme al mio libro”.

Sii sincera: ti spaventa metterti a nudo quando scrivi? 

“No, e penso che molto dipenda anche dal tipo di testo che si  scrive e da ciò che si vuole trasmettere. A me piace anche far emergere qualcosa di me, quando me lo sento e quando voglio condividerlo con i lettori visto che il libro è una parte di me”.

E la nudità fisica ti infastidisce?

“Allora, non apprezzo chi si fa conoscere tramite la nudità. Non voglio giudicare nessuno, ma se si sceglie questa via  mi sembra un modo per farsi conoscere solo per l’immagine. Il che è  anche un po’ triste come cosa, visto che ci sono anche molti modi più validi e  ben più seri per farsi apprezzare . Tuttavia non  mi spaventa perché ho bel rapporto col mio corpo e con me stessa , ma sinceramente non mi voglio far conoscere in quel modo perché è molto lontano dal mio essere e dal mio vedere le cose . Ergo, mi piace farmi conoscere e apprezzare per come sono interiormente e per ciò che trasmetto con ciò che scrivo”.

Da donna adulta, che cosa ti senti di consigliare a un ragazzino o a una ragazzina che si affaccia ora nel mondo dell’ editoria e del lavoro in generale? 

A tutti i ragazzi e ragazze che volessero realizzare il loro sogno di pubblicare uno o più libri consiglio di non mollare, di crederci e di avere molta pazienza. Mi raccomando: contattate solo case editrici no profit, ovvero che non vi chiedono nessun contributo. Vi saluto e seguitemi sul mio sito www.silviabrindisi.it o su Fb sulla pagina ‘I miei libri’. Vi segnalo, inoltre, che  i miei libri li trovate sia cartacei che in ebook.  Un  abbraccio e ve lo ridico: non mollate mai!



more No Comments aprile 10 2017 at 14:27


Endi: Nato per il rap

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Milanese di nascita, trent’anni, da piccolo si è trasferito con i genitori a Peschiera del Garda, dove, crescendo, ha maturato la passione per la musica e il rap

di Francesco Fusco

Quando hai capito di dover fare musica? 

“Ci sono stati due momenti importanti in cui ho capito che dovevo fare la musica. Il primo quando avevo più o meno 15 anni. Ero un ragazzino molto chiuso, facevo una gran fatica a socializzare con gli altri. Con la scoperta dell’Hip Hop mi si è aperto un mondo nuovo. All’inizio sono rimasto molto impressionato dai valori che trasmetteva questa cultura. Il primissimo elemento con cui ho approcciato è stato il writing per passare subito dopo alle rime e al rap che mi aiutava e mi aiuta ancora oggi perché se ho qualcosa da esprimere lo scrivo e ci tiro fuori una canzone. Ci fu un disco molto importante che in quegli anni mi fece capire come tirare fuori quello che avevo dentro ed era ‘Domani smetto’ di J-Ax. Con quel disco ho davvero capito veramente quello che dovevo fare. E’ stato fondamentale e lo è ancora oggi. Il secondo momento importante è stato dopo l’uscita del mio web album, un progetto uscito nel 2011. Avevo già realizzato dei progetti anni prima come ‘Il canto del diavolo’, a cui sono molto affezionato, ma dopo quel web album è nato l’artista. Quel progetto fu devastante, fu un vero e proprio fallimento personale. Dal quel progetto venne realizzato il primissimo videoclip che ho fatto del brano ‘Testa in festa’, mi ricordo tutto l’entusiasmo che avevo prima che uscisse il video, ero veramente felice. Però feci degli errori. Come la fretta di far uscire un lavoro musicale senza neanche rendersi bene conto di come farlo e soprattutto l’errore più grande che ho fatto di sentirmi già un artista. Purtroppo, ed è anche un consiglio che voglio dare a chi è all’inizio, il web può essere letale sotto questo punto di vista. Con il web è diventato tutto più veloce però ci sono dei passi da rispettare e si pensa di essere diventati artisti subito così facendo un video e una canzone, quando si è all’inizio si ha questa voglia e questa fretta di buttare fuori tutto, poi con il tempo ci si rende conto, il disegno è molto più nitido ed è il motivo perché tanti poi spariscono in quanto capiscono di aver fatto delle cavolate”.

E a te cosa è capitato?

“Fui massacrato. Sia dal web, ma soprattutto dove vivo, perché vivendo in un paese dove bene o male ci si conosce tutti, tutti sanno quello che fai. Ero la prima persona del posto che usciva con un video musicale e il resto è stato appunto un massacro. Divenni in breve tempo lo zimbello del paese, venivo deriso in continuazione, mi facevano le parodie e io veramente ci avevo messo del mio. Poi feci peggio uscì fuori con altri due video con dei testi davvero cattivi e il massacro personale divenne molto più grande. Dopo alcuni mesi mi resi conto dei miei ‘errori’ e iniziai ad isolarmi, pronto a gettare la spugna abbandonando così tutto quello in cui credevo. Arrivò però il momento in cui dovetti fare i conti con me stesso e li ho capito che, se credo in qualcosa e dentro ho questa vena e prima che gli altri credano in me, sono io che devo credere in me stesso. Ed è qui che è nato l’artista, dal fallimento. Perché per quelli come me prima ci deve essere un grande fallimento”.

Perché il rap?

“Ho scelto il rap perché è stata la disciplina che da ragazzino appunto mi ha folgorato e perché è l’unico genere con cui si riesce a dire tutto, è fatta di mille forme, mille personalità che gli altri generi musicali non hanno ed è una cosa che come dicevo prima ho dentro. Rapper non si nasce, ci si diventa con le esperienze e con la vita”.

Spesso molti rapper scrivono canzoni con temi abbastanza complessi come la politica… il tuo nuovo brano “Speciale” parla d’amore. E dedicato a qualcuno?

“Molti rapper parlano di politica in quanto parlare di politica e dire che in Italia tutto è uno schifo fa sempre comodo. Però si trova di più in Italia il rap autocelebrativo. Ci sono rapper da noi che fanno interi dischi basati sull’autocelebrazione, oppure sul nemico immaginario. Io come ascoltatore ho sempre amato un altro tipo di rap, lontano da quello fine a se stesso, il rap che viene da dentro che racconta qualcosa di personale, qualcosa di profondo. Ci sta l’autocelebrazione ma fino ad un certo punto. Ed è quello che provo a fare io. Infatti, nei miei lavori, di autocelebrazione c’è ne ben poca, cerco sempre di tirare fuori qualcosa dal di dentro e non che sia una cosa solo di facciata. Il mio nuovo brano ‘Speciale’ è una dichiarazione d’amore. Tutte le canzoni che ho scritto sull’argomento amore sono tutte storie reali, dedicate a persone che realmente esistono. L’amore fa parte della vita e dell’essere umano e per me è molto importante, per quello quando decido di realizzare una canzone d’amore lo faccio spinto da un emozione reale che ho vissuto sulla mia pelle e con la mia anima. L’amore è un sentimento così forte e così intenso che è difficile da inventare, non riuscirei a scrivere un brano d’amore inventandomi una storia fittizia”.

Il tuo genere musicale è molto diffuso in America e da poco in Italia si sta diffondendo sempre di più. A chi ti ispiri?

“Ci sono stati tanti artisti o gruppi a cui mi sono ispirato soprattutto all’inizio. Molto del rap italiano degli anni ’90 ad esempio. Ma non solo, ci sono stati artisti anche come Rino Gaetano, Giorgio Gaber o Luigi Tenco in cui ho trovato della bella ispirazione. Ma ci tengo a dire una cosa. Ascolto tanta musica anche di altri generi, però quando lavoro ad un mio progetto cerco di ascoltare poca roba nuova perché non voglio influenzare la mia musica con qualcosa che già esiste. La mia musica deve essere la mia musica. Se realizzo un brano e mi dicono ‘assomiglia a questa canzone’ oppure ‘sembri questo cantante’, vuol dire che sto sbagliando qualcosa”.

In questa primavera usce il tuo nuovo disco “Sognando ancora” con tantissime collaborazioni. Qual è il tema principale di questo progetto?

“E’ un album nato prevalentemente dal mio stato d’animo e dalla mia personalità. Il titolo del disco è nato a fine lavoro. Ho ascoltato il disco finito e la sensazione che mi ha dato è quella di un ragazzo che ha ancora voglia di sognare. E quindi ho deciso di chiamarlo così. L’album è caratterizzato da diversi aspetti e diverse sfumature, anche musicalmente parlando ho cercato di creare un giusto mix tra le varie sensazioni”.

Progetti futuri? Quale è il tuo sogno ancora da realizzare?

“Mi sto concentrando molto sull’album per farlo uscire nei migliori dei modi e per curare bene tutti gli aspetti. In futuro per ora c’è questo. Come sogno da realizzare inerente alla musica c’è quello di poter arrivare alle persone e di poter lasciare qualcosa. Un altro sogno fighissimo a cui ho sempre pensato sarebbe quello di cantare le mie canzoni davanti ad un pubblico enorme, un pubblico come quello di Jovanotti per intenderci. Magari in uno stadio”.



more No Comments aprile 10 2017 at 14:24


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