GP Magazine ottobre 2016



more No Comments novembre 7 2016 at 14:08


Carolina Rey: la copertina del mese

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Sta conducendo due programmi tv su Rai Gulp. Uno è “Extra”, dedicato alla scienza, e l’altro è “Next”, un simpatico contenitore per bambini. Romana, non è figlia dei talent ma di una cantante lirica, grazie alla quale ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo

di Silvia Giansanti

Quando la senti parlare, ti accorgi che è una di quelle persone che sperano sempre in un futuro migliore. La sua parola d’ordine per districarsi nel campo dello spettacolo è umiltà. Lei è un giovane personaggio che si è fatta le ossa senza passare per i talent, ma attraverso la passione per la musica che aveva fin da piccola. Nel nuovo millennio ha avuto tante occasioni per crescere, farsi notare, dimostrando dalle molteplici esperienze che ha avuto, di saperci fare davvero. Canta, suona il pianoforte, recita e presenta, ma non c’è mai un traguardo come afferma lei stessa. Un piacere scavare nel suo passato e nel suo mondo attuale.

Carolina, cosa accadde nei primi anni della tua vita per sviluppare la tua passione per l’artistico?

“Mia madre è cantante lirica e da piccola mi è capitato spesso di accompagnarla alle prove, concerti e tour. Mi ritengo figlia d’arte. Ho iniziato a dieci anni a fare musical, che è stata la mia prima passione”.

Qualcuno ti ha spinto a realizzare il tuo sogno?

“I miei genitori, anche se paradossalmente è stato più papà che mamma, in quanto lei aveva la consapevolezza maggiore che vi fossero difficoltà in questo mestiere. Invece mio padre è stato sempre un grande sognatore e quello che mi ha spronato di più”.

Hai trovato ostacoli?

“Sì, soprattutto quando ho iniziato a sostenere provini come attrice, non passandone neanche uno. Ma mio padre mi incoraggiava, portandomi sempre l’esempio di Robert De Niro che è emerso a quarant’anni. Poi è arrivato il provino per Rai Ragazzi, che ho vinto. Iniziando a lavorare è stato tutto molto più semplice in ambito televisivo. Invece, in ambito cinematografico incontro ancora qualche difficoltà e resistenza, soprattutto dovute al fatto che sono anche una conduttrice. In Italia è difficile che le persone possano avere credibilità, esercitando più mestieri nel campo artistico. Si tende a portare il professionista a dover scegliere, quando invece, se potessi, farei tutto. Attualmente come attrice sto studiando e migliorando”.

Sei un’artista completa. Canti, suoni il pianoforte, reciti e presenti. Manca altro per arricchire il tuo percorso?

“In realtà manca sempre qualcosa per arricchire un percorso artistico, dev’esserci un continuo studio, una continua ricerca per colmare le lacune e una continua preparazione. E’ importante non sentirsi mai arrivati ad un traguardo. La competizione è altissima e non si finisce mai di essere preparati, non si finisce mai di imparare, ma questo lo è in generale nella vita, non solo nel mio ramo”.

Parliamo in breve anche della tua attività di doppiatrice. Ti diverte o ritieni molto faticoso stare chiusa ore in studio senza sbagliare una virgola?

“A dir la verità quella è stata una piccola parentesi molto divertente. Non credo di avere una voce da doppiatrice, se non da cartoni animati. E’ un mestiere che mi affascina ma che ritengo molto faticoso dal punto di vista psicologico. Stare ore all’interno di una sala con l’illuminazione bassa, lo schermo, il leggio, il microfono che non perdona mai e l’ambiente chiuso, non è affatto facile. Anche perché, caratterialmente sono più attiva e amo le esperienze adrenaliniche come le dirette televisive, piuttosto che le esperienze emotivamente toccanti della recitazione. Quella del doppiaggio è un’esperienza che mi sta un po’ stretta”.

Un personaggio noto che ti apprezza?

“Potrei dire Claudio Guerrini di RDS e un altro conduttore come Savino Zaba. Ci terrei comunque molto ad inserire anche due persone di cui ho gratitudine. Il primo è il direttore di Rai Ragazzi Massimo Liofredi e il capo progetto Lorenzo Di Diego; grazie a loro continuo a lavorare, e ogni volta quando posso cerco di ringraziarli”.

Qual è la tua parola d’ordine per andare avanti in questo spietato mondo dello spettacolo?

“Umiltà”.

Sei giovane, nata nel 1991, e quindi non hai vissuto la tv in bianco e nero. Cosa provi nel rivedere spezzoni di programmi vintage?

“Molta nostalgia, anche se non è corretto provare questo sentimento per una cosa che non si è vissuta. Mi sarebbe piaciuto esserci ed esercitare questo mestiere nel momento in cui c’era quel rispetto, quell’eleganza e quella varietà di contenuti nei programmi televisivi”.

Un mito del passato?

“Grace Kelly”.

Se ti venisse data carta bianca, per quale tipo di programma opteresti in tv?

“Sanremo, perché essendo un’appassionata di musica, credo che questa kermesse sia il punto massimo per la carriera di un conduttore tv. Mi piacerebbe avere potere decisionale su un programma così importante, dando la possibilità ai giovani talenti di emergere e di confrontarsi con i grandi nomi in gara”.

A proposito di musica, ti rechi ai concerti dei big o preferisci ascoltare solo la musica classica, vista la tua formazione?

“Sono onnivora, nel senso che ascolto di tutto e mi reco ad ogni tipo di concerto. Vado dai Carmina Burana a Renato Zero. La maggior parte del mio tempo libero la trascorro ascoltando musica e conosco un po’ di tutto. Questo vale anche per il cinema, per cui ho passione”.

Parliamo di “Extra”, il programma che stai conducendo in tv che tratta di scienza. Com’è il rapporto con questa materia così complessa?

“E’ molto stimolante, soprattutto nella misura in cui riesco a renderla semplice. Tratto argomenti molto specifici che però cerco di far arrivare al pubblico in maniera più comprensibile”.

Hai avuto un percorso classico, partendo dal nulla. Sei pro o contro i talent?

“Sono a favore ma quando si è volti alla ricerca del vero talento e non quando dietro ci sono altri meccanismi di business e giri vari. Personalmente fatico ogni giorno per potercela fare”.

CHI E’ CAROLINA REY

Carolina Rey è nata a Roma il 7 ottobre del 1991 sotto il segno della Bilancia con ascendente Bilancia. Caratterialmente si definisce solare e accomodante. Ha l’hobby del canto, adora la pizza margherita con la mozzarella di bufala e tifa per la Roma. Vorrebbe vivere a New York. Possiede un bulldog francese di nome Rollo. Al momento è single. Questo è l’anno fortunato della sua vita.

Carolina Rey ha mosso i primi passi nel 2003 all’età di dodici anni, quando alle scuole medie ha frequentato per due anni un laboratorio di musical, debuttando al teatro Due Pini di Roma con “Giulietta e Romeo” e “Jesus Christ Superstar”. Contemporaneamente ha iniziato lo studio della musica e del pianoforte. Un anno più tardi è entrata a far parte del “Coro delle Voci Bianche” dell’accademia Nazionale di Santa Cecilia. Tra le performance rilevanti si ricordano i “Carmina Burana” di Karl Orff, la “Carmen” di Bizet e la “Turandot” di Puccini. Ha frequentato l’Accademia Corrado Pani. Nel 2011 ha recitato in “Un medico in famiglia 7” ed è stata una delle protagoniste degli spettacoli “Fame” e “Risate in corso”. E’ entrata anche a far parte del Coro Pop-Gospel “SAT&B” diretto da Maria Grazia Fontana. Ha avuto anche un’intensa attività di doppiaggio prestando la voce ad alcuni cartoni animati. Nel 2013 ha condotto su Rai Gulp “Tiggi Gulp” e ha iniziato successivamente una collaborazione con il Telefono Azzurro, conducendo presso la Camera dei Deputati la Giornata Internazionale dei Diritti. Tra le varie esperienze più importanti degli ultimi anni, ricordiamo la presenza nel cast fisso di “Festa Italiana” come cantante solista e la conduzione di “Tv Ribelle Web”, magazine per ragazzi in streaming sul sito Rai Tv. Attualmente conduce due programmi per Rai Gulp: “Extra” e “Next”.



more 1 Comment novembre 7 2016 at 13:52


Tiziana Ferro Fontana

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Mille shooting, dieci anni di carriera, una voglia continua di mettersi in gioco. Tiziana Ferro Fontana ama raccontarsi, adora stupire con le parole e a 30 anni si diverte ancora come una ragazzina a mostrare i tanti lati di sé davanti all’obiettivo

di Alberto Terraneo

Fotomodella per vocazione e imprenditrice nel settore dell’organizzazione di eventi, torinese di nascita ma romana d’adozione, grazie alla fotografia si è trasformata da brutto anatroccolo a cigno. Un mondo nel quale sguazza a suo agio dopo aver scattato in giro per mezza Europa ed essersi guadagnata di diritto un posto fra le donne che nella fotografia ce l’hanno fatta. E siccome non è solo il corpo a fare la differenza, la sorpresa sta tutta nel cervello. Anzi, nel giusto mix: “Perché anche il corpo è un’arma per fare strada, ma solo se abbinato alla testa”.

Ma la tua storia inizia come quella di Calimero.

“Ho alle spalle un’adolescenza complessa. Mi sentivo come il Brutto anatroccolo: sempre piccola in un mondo grande, sempre sbagliata, sempre diversa. La fotografia mi ha tolto queste inibizioni. Mi ha dato sicurezza di me stessa e del mio corpo”.

Tu e la fotografia avete stretto un patto d’acciaio.

“Eppure tutto è iniziato per caso, fuori dall’Università di Torino. Una fotografa mi nota e mi butta lì un’idea: partecipare come fotomodella ad una sessione di ritrattistica. Poi prende e se ne va, lasciandomi di sasso davanti alla Mole Antonelliana”.

L’avventura stava per iniziare.

“Può sembrare strano ma è stato così. L’imbarazzo è durato una decina di minuti. Poi mi è sembrato di essere a casa mia. Avevo la percezione di stare al posto giusto, sentivo di aver dimestichezza con quel mondo. La fotografia mi ha salvato”.

Da cosa?

“Da me stessa, dalle mie paure, dalle mie ansie. La fotografia mi ha permesso di raccontare chi sono, di farlo a modo mio con l’unica intermediazione di un obbiettivo. Attraverso gli scatti ho potuto comunicare a me stessa e agli altri le mie sensazioni, i miei pensieri, gli stati d’animo che mi attraversavano”.

Cosa vuoi comunicare con uno scatto?

“La mia umiltà e la mia naturalezza. Ho scattato con centinaia di professionisti, avrò fatto almeno mille shooting, ma mi reputo ancora uno ‘gnomo’, simpatico ma divertente. Tutto sommato sono alta 162 centimetri, un volto da nerd e mi vedo come un nano da giardino simpatico ma pur sempre ornamentale”.

Falsa modestia… 

“No invece, sono sincera! Io mi percepisco proprio così, pur rendendomi conto che spesso non passo inosservata. A volte qualcuno mi chiede dei miei fan e io faccio uno sguardo un po’ stranito: io, fan? La vita è quella di tutti i giorni”.

Che però, in parte, la fotografia ha modificato.

“Verissimo! Senza la fotografia sarei una persona diversa, sicuramente più fragile. E grazie a questa passione trasformatasi in lavoro ho conosciuto persone fantastiche e vissuto avventure pazzesche!”.

A proposito di vita reale. Fotomodella, ma non solo…

“Mi sono laureata in Studi Diplomatici e da alcuni anni sono imprenditrice nel settore dell’organizzazione degli eventi. Insomma, non sto con le mani in mano”.

Anche perché le fotografie ti portano sempre in giro.

“Scatto da dieci anni e poso in media tre volte a settimana. Fate un po’ voi che numero viene fuori… Ogni set è stata un’emozione, ma se devo pensare a qualcosa di magico penso a quando ho scattato con un arcipelago di isole davanti all’Irlanda con i leoni marini alle mie spalle. Magia pura, questa è arte”.

Tiziana Ferro Fontana si è guadagnata la celebrità in questo mondo? 

“Sgombriamo il campo: a me della notorietà non importa nulla! Non ambisco a lavorare in tv, le pubblicità che ho fatto per alcuni marchi non vado a sbandierarle ai quattro venti. Sono una donna che ambisce ad essere bella dentro, a cui piace curarsi ed essere bella nelle occasioni in cui conta. E sarei ipocrita se negassi il fatto che un bel fisico associato ad un carattere deciso non serva nel mondo del lavoro”.

Uno scultore di Milano ti ha voluto come sua musa ispiratrice.

“Io sono come Narciso, apprezzo i rinforzi positivi provenienti dall’esterno, anche perché le collaborazioni più importanti sono quelle che ti soddisfano a livello umano. Lavorare con un artista che ha stima di te è qualcosa di sensazionale. Da questa persona mi sono vista rappresentata, ho solo dovuto essere me stessa. Lo ripeteva Almodovar che la più grande ambizione di una donna è assomigliare all’idea che ha di se stessa”.

La fotografia sembra davvero l’incontro più bello che ti poteva capitare.

“È vero, devo dire grazie a chi dona il suo tempo per creare il bello in ogni sua forma, a chi è convinto come Dostoevskij che la bellezza salverà il mondo”.

Un po’ di merito l’avrai anche tu.

“Ma se penso al concetto di bellezza, lo associo ad una donna dal carattere tenace, che catturi per un bel pensiero più che per un bel fondoschiena. Voglio essere una bella persona nella vita, una di quelle su cui un amico in difficoltà possa contare nel momento del bisogno”.

Dieci anni dedicati alla fotografia. Quanti ancora altri?

“Penso che non smetterò a breve, maturando avrò ancora più voglia di raccontarmi. Io non faccio della fotografia una provocazione ma una ricerca, indago e comunico con questo strumento. Vorrei che guardando una mia fotografia si andasse oltre l’immagine e si capisse quanto ci ho dovuto mettere del mio per arrivare a quel risultato. Sfida difficile? Sono qui per vincere anche questa”.



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Paola Lucrezia Anzelmo

paola lucrezia anzelmo - Peter Muller .TRucco e parrucco  Elisabetta Aligantini

E’ bella, bellissima, elegante e raffinata la modella di gioielli luxury e attrice Paola Lucrezia  che – a causa della sua professione – si ritrova spesso a vivere con la valigia in mano. Ma che cosa ama fare durante i suoi viaggi? E soprattutto quali sono gli oggetti dai quali non ama separarsi quando è fuori casa?

di Laura Gorini

Paola, sei divisa tra l’Italia, la Germania e la Francia: che cosa ami in particolare di ogni singolo Paese? 

“Allora, dire che amo dell’Italia, il mio Paese, il cibo e il calore della gente sarebbe a mio avviso decisamente scontato, quindi ti rispondo che di essa ciò che mi colpisce è la creatività degli italiani e il loro nuovo modo, a volte anche un po’ particolare, e decisamente singolare e fuori dagli schemi, di far fronte agli imprevisti. Mi spiego meglio: gli italiani non si perdono mai d’animo ma riescono a trovare soluzioni originali per tutti i tipi di problemi, come per esempio le auto parcheggiate in posti più piccoli dell’autoveicolo stesso e tutte le volte mi chiedo come facciano! (Paola ride) O ancora mi sorprendono  le insegne delle trattorie con nomi spesso bizzarri. Ne ricordo una a Napoli che diceva così ‘Da Gino e da Gennaro e da Maria la pizza più buona che ci sia’. Ecco, mi diverto un sacco a notare questi piccoli particolari che mi  colpiscono e che  mi fanno sorridere: insomma, l’Italia mi mette allegria! Della Germania adoro  il profumo intenso di zucchero filato unito a quello di Gluehwein (vin brulé), che respiro in occasione dei mercatini natalizi: è impossibile dimenticarlo. In quegli istanti ritorno bambina in mezzo a colori e profumi intensi ed è come se tutti i sensi si svegliassero. Infine, della Francia amo l’eleganza innata delle persone, o ancora quel aspetto chic che emanano. Forse è anche un po’ altezzoso ma mi piace molto. Infine adoro il modo di parlare dei francesi che reputo molto ma molto sexy”.

Viaggi molto per lavoro: come ti prepari ad affrontare un viaggio? E con i bagagli come ti regoli?  

“Cerco di portare l ‘essenziale, ma sono una donna e l’essenziale per noi donne significa che porto dietro mezza casa! Se mi concedi tre pagine di intervista posso provare ad elencare tutti i vari oggetti (Paola ride divertita). Scherzi a parte: siccome spesso i viaggi vengono programmati all’ultimo momento, ho nel mio portafoglio un foglietto con le cose che devo ricordare di portare. Mi aiuta molto questo metodo, mi fa sentire tranquilla ed evito quella sensazione fastidiosa di ‘Oh mamma mia ho dimenticato qualcosa’. In realtà ho due foglietti: uno estivo e uno invernale che comprendono outfit diversi per la stagione e alcuni oggetti in comune”.

Dai, svelaci quali oggetti non riesci mai a lasciare a casa…

“Per hobby mi diverto a creare semplici cosmetici. Aggiungo burro di katitè, cera d’api, essenze e creo burri e cacao deliziosi e naturalissimi. Ecco: porto sempre con me almeno tre burri e cacao fatti da me: mi fanno danno l’impressione di rimanere in contatto con il mio mondo”.

Come trascorri il tempo quando stai viaggiando? 

“Parlando, cercando di imparare dalle persone e colorando i mandala. Mi piace molto quando alla fine di un viaggio sono riuscita a terminare un disegno mandala: è come se esso diventasse il ‘Mandala di quel viaggio’. Aggiungo sempre la data a destra del disegno e una breve descrizione di quel viaggio. Poi lo conservo. A casa ho una cartelletta trasparente con tantissimi mandala ‘da viaggio’ di tanti colori; essi sembrano esprimere il mio stato d ‘animo di quel viaggio. Nei momenti di tranquillità mi piace riguardarli. Il viaggio può essere non solo fisico, ma anche psicologico e onirico”.

Ti spaventano i viaggi di questo tipo?​

“I viaggi onirici sono i più belli:con il sogno tutto è possibile, i limiti vengono annullati ed entriamo in una dimensione più alta e questa è una sensazione che ricerco spesso. Non ho bisogno di ubriacarmi o altro per entrare in una dimensione onirica, mi basta una stanza abbastanza vuota o almeno non troppo carica di oggetti e di luce e una musica. Chiudo gli occhi e semplicemente aspetto… aspetto che quel ‘qualcosa di impercettibile’ mi trasporti lontano.in un mondo magico. Sai, parlarne qui con te mi ha confermato quanto è bello poter ricavare ogni giorno almeno dieci minuti per spaziare con la mente, per entrare nel proprio ‘mondo di fantasia’, per poi tornare alla realtà arricchiti di nuove idee”.

Dunque, ne deduco che ami molto fantasticare.

“Amo molto fantasticare, ma sono anche  una persona che tende a concretizzare. Se alla parte di fantasia non segue una parte pratica, mi pare che qualcosa resti incompiuto..e un senso di sottile insoddisfazione mi pervade. Sono dunque  una persona che ama sognare e ancor più cercare di rendere quel sogno concreto”.

​E da bambina? Quale personaggio da fiaba avresti voluto essere? 

“La bella addormentata nel bosco. Spiego il perchè: mi piacciono tanto i boschi, abito per gran parte dell ‘anno in una casa circondata da boschi, anche se , per motivi di lavoro, molto vicina alla città. I boschi sono bellissimi e vivi. Inoltre mutano con le stagioni e  mi danno l’idea dello scorrere del tempo. E poi che meraviglia: sono popolati da scoiattoli e gufi. Lo sai che la mattina appena mi alzo, vedo un simpatico scoiattolo saltare tra i rami dell’ albero davanti a casa mia? E’ il più bel buongiorno che la natura può regalarmi e se una mattina non lo vedo, la giornata non comincia bene. E poi amo molto dormire e sono un tipo molto pacioso, quindi la ‘Bella addormentata nel bosco’ coniuga le mie principali caratteristiche”. (ride)



more 1 Comment novembre 7 2016 at 13:46


Gabriele Micalizzi: parla con me

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Per Diego Mormorio, alcuni fotografi hanno un dono speciale, quasi angelico, quello di mostrare con la “matita di fuoco”, che per alcuni fotografi è il loro occhio, capace di scovare la luce dandole un significato, e restituire il vero volto del quotidiano. E’ il caso di Micalizzi, dotato di un dono quasi divino di vedere  e tramutare in poesia momenti anche terribili dell’umanità, come la guerra

di Adriana Soares

Ho avuto il privilegio di aver conosciuto una creatura scelta dagli angeli.  Ieri è venuto a trovarmi in studio Gabriele. Forse il suo nome non è casuale, avrei voluto catturare il suo volto, ma non è stato possibile. Il tempo era davvero esiguo, era in visita a Roma e tra tutti i suoi appuntamenti è riuscito a inserire un breve incontro con me. Che bello! Abbiamo chiacchierato come vecchi amici.  Alla fine ho deciso di aggiungere all’intervista che seguirà, dei pensieri e delle sensazioni che sono seguite all’incontro. Gabriele, un ragazzo semplice, apparentemente introverso. Si intuisce, però, che al suo interno si agitano un insieme di sensazioni conflittuali, la rabbia, l’odio, la delusione, l’amore, la tristezza, il sollievo, i pensieri, le parole, le melodie, l’oceano, le onde che si infrangono tumultuose contro le rocce testarde, il cielo di primavera, il ruggito dei tuoni invernali, la poesia,  la felicità, il dolce, ha tutto. E’ un vulcano inesploso, dentro ha di tutto, ha un intero universo. Secondo Vilém Flusser, il fotografo è simile al cacciatore nell’atto di compiere un agguato per ghermire la preda. Esso si muove furtivamente, combinando tecnica e fantasia. Questa è l’idea della fotografia. In una parola: magia. Gabriele Micalizzi, vincitore del primo talent europeo sulla fotografia, “Master of Photography”, su Sky Arte.

E’ un fotografo di 32 anni, ha due figlie, fa il tatuatore dall’età di 19 anni, è una persona intelligente, instancabile, fiera delle sue origini proletarie, riguardo alle quali ripete sempre con la sua cadenza da ragazzo di strada “Io sono classe operaia”.

Fotogiornalista che, dopo il diploma in Belle Arti, ha iniziato nel 2004 la professione collaborando con la News Press Agency di Milano. Dal 2010 ha ritratto la rivoluzione delle magliette rosse a Bangkok, successivamente la Primavera Araba in Tunisia, Egitto e Libia. In questi anni, ha poi continuato a lavorare in Medio Oriente, seguendo le tensioni politiche a Gaza e a Istanbul, oltre alla crisi economica Greca. Tra le testate con cui ha collaborato figurano New York Times, New York Times Magazine, Herald Tribune, New Yorker, Newsweek, Espresso, D-Repubblica, Repubblica, Internazionale, Panorama, Sportweek e Wall Street Journal.

Vedendoti ritrarre, mi è venuta in mente l’immagine del cacciatore di Vilém Flussér, con l’aggiunta di qualcosa di misterioso e poetico. Un poeta Magico in mezzo a scrivani. Ho seguito “Master of Photography” su Sky questo inverno. Ti sei distinto per aver dato qualcosa in più ad ogni prova. Il risultato è sempre stato lo stesso: “poesia nell’immagine”. Questa particolare sensibilità  è il risultato del tipo di lavoro che fai o ha radici più profonde?

“La sensibilità è una cosa che non scegli. Un po’ come dice Jep nella Grande Bellezza. Mi ha sempre appassionato l’arte, sono molto appassionato di pittura, ho sempre disegnato molto e cercato ispirazione nei grandi autori. Ma essendo una persona molto istintiva la fotografia è il media che più’ mi si addice. Sono cresciuto in periferia, case popolari e cortile al centro a giocare a pallone, questa la base della mia infanzia. Mia sorella faceva l’artistico, è lei che mi ha mostrato i primi libri e tavole. Sono rimasto subito affascinato dalla potenza dell’immagine. Quindi per riassumere, un ragazzo sensibile cresciuto in un ambiente ostile. Se penso a ciò che faccio ora è esattamente lo sviluppo di questo pensiero. Racconto la vita di persone che vivono in situazioni di disagio. Lungo il percorso educativo ho avuto molte persone che mi hanno spronato ad andare avanti approfondendo l’esigenza di esprimere quello che sentivo. Il lavoro è una parte importante della nostra vita, perché passiamo praticamente quasi metà della nostra esistenza a svolgerlo. Ho sempre fatto mille lavori diversi, ma sentivo comunque l’esigenza di buttar fuori, di creare qualcosa…Per un periodo ho vissuto in Australia, un posto incredibile, surf, avventura, vita spensierata, ma ad un certo punto sentivo come un vuoto, era tutto nuovo non c’era un edificio con un po’ di storia non trovavo la cultura intorno a me. Come invece succede in Italia, che anche nel paesino più sperduto si trova la testimonianza della storia e della cultura estetica. Per molti anni tamponavo questa voglia facendo la notte i graffiti, che aveva anche la componente adrenalinica che soddisfaceva in pieno le mia necessità. Dopo, sono passato al tatuaggio in cui il contatto con il supporto, la pelle, era viscerale, primordiale e indelebile. Poi, alla fine, sono arrivato alla fotografia, che mi dava quel risultato quasi immediato che mi saziava. E avendo la fortuna di lavorare con tanti fotografi interessanti mi ha motivato a concentrarmi principalmente su quest’arte”.

Con grande sorpresa ho scoperto che eri un fotoreporter. Raccontami un po’ di te: le tue origini, come è nata questa passione.

“Bah, io direi che sono un fotoreporter, visto che faccio questo per vivere,e ti scrivo dalla Libia. Al Liceo scoprii la camera oscura, in quel mood da sottomarino sovietico in cui, con procedimenti di pura alchimia, davi vita ai tuoi ricordi, sono andato giù di testa. Il Liceo che frequentavo era molto particolare, l’ISA di Monza, praticamente un accademia d’arte pratica… molti laboratori. Ero un ragazzo abbastanza agitato e grazie al mio professore Flavio Pressato che mi teneva li piuttosto che vedermi in giro a fare le tarantelle, passavo le mattine a stampare invece che seguire le altre lezioni. Mi ricordo che il frigo della camera oscura era pieno di pellicole, carta e salami. Dalla camera oscura ho fatto venti metri e sono andato nella biblioteca della scuola, lì ho visto i primi cataloghi dei grandi fotografi di guerra. Vedere quei posti esotici lontani, quelle situazioni estreme ed adrenaliniche  mi hanno fatto immaginare e respirare l’avventura. Così decisi che quella era la mia strada, e da lì ogni giorno ho investito tutto il mio tempo ed energie per trovare il modo di avvicinarmi a questo mondo”.

Perché hai voluto partecipare a questo talent televisivo? Non è in contraddizione con il tuo lavoro?

“Guarda, tutto è nato dal secondo posto in un concorso molto importante che aveva come tema la Libia. Mi servivano soldi per finanziare questo progetto, allora un’amica mi parla di MOP, e quando ho visto la cifra in ballo ho subito mandato la candidatura. Mi hanno chiamato due giorni dopo per dirmi che ero stato selezionato. Da lì molti mi hanno incominciato a fare discorsi di etica e altri improbabili motivi per il quale io non dovessi partecipare. Ma grazie a Dio ho sempre pensato con la mia testa. E’ impossibile fare qualcosa che possa piacere a tutti, io ho partecipato appunto perché era la prima edizione e quindi sperimentale. Secondo me è stata una bella sfida utilizzare un format di intrattenimento per fare cultura fotografica. Lo scopo è nobile, rendere la fotografia più popolare, perché di solito, purtroppo, è un ambiente molto autoreferenziale. E posso dirti che a livello personale il confronto arricchisce sempre, soprattutto in questo caso.. Poi lasciamo discutere chi ha tempo di farlo, io devo fare le foto. Perché sarebbe in contraddizione con il mio lavoro? Io di lavoro riporto i fatti cercando di raccontarli al meglio con una visione comprensibile a più gente possibile. Mi hanno chiesto di fare delle fotografie non degli spaghetti. Che comunque faccio benissimo”. (ride)

E’ stata un’esperienza significativa? Cosa ti ha lasciato?

“E’ stato affascinante fare un programma, stare dietro alle quinte e capire il meccanismo. A livello fotografico è stato stimolante in quanto le persone che mi giudicavano erano molto lontane dalla mia fotografia. Ma sono comunque riuscito a fargli notare la mia visione. Quindi mi ha dato tanti spunti su cui meditare, non si può essere permalosi quando qualcuno giudica un prodotto fatto per comunicare, anzi è proprio il confronto il punto di partenza. Comunque, si trattava di andare in giro per l’Europa e fare foto, quello che praticamente faccio sempre. Altra cosa importante è stata che grazie a questo programma, mia nonna ha finalmente capito che lavoro faccio. A parte 150.000 euro, mi ha lasciato degli amici e delle conferme”.

Si dice che il tuo mestiere è più vicino a quello di un artigiano, per la sua utilità diretta assicurando un servizio pubblico. Hai il dovere di informare nonostante tutto, sfuggendo a mille insidie. Consideri una missione la tua o un semplice mestiere che qualcuno deve pur fare?

“Sono cresciuto in una bottega di fotogiornalismo. L’ho sempre considerata una missione e non un semplice lavoro. Molte volte, mi piace pensare che noi reporter non lavoriamo per i giornali ma per la storia. Poi, da quando ho perso il mio caro amico e collega Andy Rocchelli in Ucraina sono ancora più motivato. Con altri reporter stiamo cercando di concepire un sistema per tutelare i reporter e farli diventare una rete. Di metterli in connessione tra di loro per essere sempre di più indipendenti e liberi”.

Per te la fotografia deve essere viva, reale o foto d’autore?

“Considero la fotografia come un fluido, che si adatta all’output che si sceglie. Non si può dare una connotazione d’identità a una fotografia se prima non si ragiona sul dove l’abbiamo trovata. Mi piace vedere un filo conduttore nel lavoro di un autore, infatti portare avanti delle tematiche e uno stile coerente, è la prima cosa che consacra uno sguardo d’autore. Anche se la grande sfida è far parlare i tuoi soggetti senza importi troppo su di loro. Quindi ascoltando e non parlando di loro. Sono molto affascinato dal binomio di contrapposizione del surrealismo che questa arte riesce a creare mantenendo comunque una solidissima base documentaristica. A volte, la fotografia troppo concettuale la reputo artificiale e gelida, quindi lontana dai miei gusti”.

Hai un fotografo in particolare a cui la tua arte si è ispirata?

“Non ho riferimenti fotografici ma pittorici. Il classico da Caravaggio, Jan Van Eyck, Velasquez, Boccioni, Pollock, Juan Gris, M.C Esher, H.R. Giger… lista infinita. Ma apprezzo molto anche la street art, e, cosa che ultimamente mi affascina, il videogame. Ho collaborato con Leonard Menchiari al progetto Riot Simulator, penso che anche le esperienze di vita stiano contaminando fortemente la mia fotografia. E il cinema mi ha totalmente plagiato per quanto riguarda lo story telling. Nei miei progetti ci sono tantissimi richiami e citazioni, sia nelle tematiche sia nel modo di mostrarle”.

E’ vero che per alcuni fotoreporter la fotografia è una condizione esistenziale? Per te lo è?

“Per me è un ossessione, non uno stile di vita. Però per fare il reporter vivi un certo tipo di condizione che ti porta ad essere in un certo modo. Viaggi tantissimo, devi sempre adattarti, risolvi problemi, conosci tantissima gente e molto diversa da te. Ovviamente, quando vivi in questa maniera è difficile cambiare e adattarsi all’ordinario. Inoltre, come diceva Ettore Mo, dopo che sali sul treno della sofferenza è difficile scendere. Quando ti appassioni a dei paesi, delle situazioni, o delle condizioni umane non riesci più a disinteressartene poi, diventa il tuo primo pensiero”.

Tu sei un soldato disarmato, che imbraccia un’arma che non “tira” ma “prende”. Ti consideri tale? Cosa provi mentre scatti? In quell’attimo sei lì con tutte le tue emozioni o ti scolleghi da esse?

“Non sono un soldato sono solo un testimone del nostro tempo. La macchina fotografica è l’unica cosa che c’è tra te e la realtà. A volte può essere uno scudo con il quale ti ripari a volte qualcosa che amplifica le emozioni. A me capita che quando guardo una scena molto intensa attraverso la macchina fotografica, il resto cala di volume. Rimane solo quel rettangolo di attenzione dove sta succedendo qualcosa, e nella mente lo scomponi tutto. Il silenzio è come se il tempo si fermasse o andasse al rallentatore. Vedi i piani, si distacca lo sfondo dai personaggi, un effetto di realtà aumentata. Invece, a volte, quando ciò che inquadro è atroce, capita che, come successe a Gaza, mi ricordo che stavo fotografando una pila di bambini maciullati, ti scolleghi, lo sguardo diventa oggettivo, decontestualizzando la scena, privandolo di emozione e vedi solo forme, colori e forme senza giudicare.. senza lasciarti turbare. E’ un istinto di autoconservazione credo, almeno a me capita in questo modo. Specialmente in guerra,diventi parte di questo grande teatro del conflitto, anche tu hai il tuo ruolo, diventi parte della scena con il tuo personaggio. Fare fotografie in quel momento è l’unica cosa che legittima la tua presenza per te stesso e per gli altri”.

Progetti per il futuro?

“Le vacanze”.

La fotografia ha il compito di riprendere l’uomo nella sua essenza e di sublimarlo. Non va spiegata, deve esser vista e sentita.

“Amen”.



more No Comments novembre 7 2016 at 13:43


Lazy Haze: il talento emergente del rap italiano

lazy haze - Marco Buccellato2

La nuova promessa del rap italiano che vanta molte collaborazioni con artisti noti. Dal film “Z” di Cosimo Alema al suo video “Monkey” girato a Milano fra lo stupore dei passanti per la presenza di enormi gorilla rosa

Lazy Haze, il talento emergente del panorama musicale italiano. Quando hai capito di voler intraprendere la carriera artistica?

“Ho capito subito, sin da piccolo che l’arte per me era l’unica via, l’unico mezzo di sfogo ed espressione. Direi di essermi accorto l’anno successivo della pubblicazione del mio primo brano. Cresceva sempre di più in me la voglia di emergere e di mettermi in gioco come artista e ad un passo alla volta ci sto riuscendo”.

Sei il nuovo fenomeno della scena musicale. Come mai la scelta del genere rap? A chi ti ispiri?

“Ho scelto il genere rap semplicemente perché ho praticato per vari anni break dance e quindi mi sono appassionato a questo tipo di musica. Ho girato molto, anche fuori Italia, quindi sono cresciuto a pane e hip hop  avendo ascoltato sempre questo tipo di musica ovunque mi trovavo. Purtroppo ho dovuto smettere di ballare per motivi fisici e per me non e stato facile perché ho dovuto rinunciare ad una mia grande passione. Ma non ho cambiato assolutamente genere musicale e di questo sono molto contento”.

Parlaci del tuo ultimo singolo “Lasciami libero” tratto dal disco “Imparerò”.

“ ‘Lasciami Libero’ è il penultimo brano tratto dal mio ultimo album ‘Imparerò’. Parla dei rapporti personali ed emotivi a rischio con altre persone nel momento in cui si fa carriera, quindi il dolore che può portare il successo. Nel mio caso, il rapporto con una ragazza…infatti nel video c’è una donna. Il brano è prodotto dalla casa discografica Neva Cash con la collaborazione di Marco Zangirolami e a cura di MDM (Mattia De Masi), scaricabile su www.nevacash.com e devo dire che in radio è andato abbastanza bene. Inoltre, il video è stato girato da Antonio Di Giuseppe ed è stato inserito sul canale VEVO”.

Hai preso parte ad un ruolo nel film “Z” di Cosimo Alema insieme ad altri rapper molto noti in Italia, quali J-Ax, Fedez, Salmo, Baby K, Briga. Raccontaci di questa esperienza…

“Ringrazio ancora oggi Cosimo Alema, grande persona e grande regista. Beh, guardare e ascoltare brani di rapper da uno schermo e trovarsi a collaborare con loro in un film sul mondo rap in una scena dove interpreto un membro della crew di ‘sante’, sicuramente mi ha fatto maturare a livello musicale e personale ma soprattutto ha cambiato il mio modo di vedere le cose”.

Qualche giorno fa hai fatto scalpore su molti quotidiani nazionali per aver girato il video del tuo prossimo singolo “Monkey”. Ci puoi anticipare qualosa? 

“ ‘Monkey’ è  sicuramente l’ innovazione all’interno del disco. Nel video ho voluto coinvolgere anche il producer MDM e il rapper lodigiano Big Rhime. Dopo nove ore di riprese in giro per Milano le persone hanno iniziato a incuriosirsi e quindi a domandare cosa stava succedendo. Il giorno dopo molti giornali hanno pubblicato degli articoli su di noi, perché la città si è ritrovata improvvisamente invasa da gruppi di gorilla rosa allo sbaraglio, scimmioni colorati mescolati alla folla di cittadini e intenti. Per il resto posso solo dirvi restate connessi perché ‘Monkey’ sarà la ciliegina sulla torta!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Il prossimo progetto sarà un super mixstape con all’interno gli emergenti più noti della scena italiana con la quale ho avuto l’occasione di stringere amicizia e quindi di continuare a crescere dal punto di vista personale e umano. Presto sarà online”.

Sei impegnato su tutti i fronti… e nella vita privata?

“Impegnatissimo sia a livello lavorativo, dove a mala pena ho tempo per dormire, che a livello emotivo. Sì, sono felicemente fidanzato, ma per ora mi vivo ogni secondo come se fosse l’ultimo”.



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C’è ma non si vede, storie di malattie invisibili

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Invisible Body Disabilities è un progetto di Chiara De Marchi per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo le malattie invisibili

di Irene Di Liberto

Quando nel 2003 mi diagnosticarono il Morbo di Crohn, la prima domanda che feci ai medici fu: “e cos’è?”. Ci misero almeno due ore a spiegarmi che male subdolo potesse essere. Ma capii solo col tempo che in quelle spiegazioni non era compreso tutto ciò che la malattia mi stava riservando. Oggi, a distanza di 13 anni, sto ancora combattendo contro questo nemico invisibile.  Lo faccio giornalmente e con tutta la forza che ho. Ma credo non basti. Bisogna essere consapevoli delle malattie, conoscerle prima per anticiparle. Adesso quella domanda non me la pongo più perché ho imparato a mie spese la risposta, ma è quella che più sovente mi viene posta quando parlo del Morbo di Crohn. Avrei da sempre voluto mettere su un progetto per far capire a tutti cosa fosse e per connettere tra di loro persone che come me vivono questa situazione.

Uno di questi giorni, gironzolando per il web, mi sono imbattuta in una pagina: Invisible Body Disabilities. Un progetto che raccoglie una serie di storie, pensieri e testimonianze, accompagnate da fotografie artistiche, di persone affette da Morbo di Crohn e Colite Ulcerosa. Ho subito contattato l’ideatrice del progetto, Chiara De Marchi, fotografa, e anche lei affetta dalla mia stessa patologia. Da allora è iniziata una bella collaborazione perché se più persone portano avanti lo stesso obiettivo è più facile raggiungerlo.

Ciao Chiara, innanzitutto come stai?

“Irene, ti ringrazio per l’attenzione nei miei confronti e in quelli del progetto che sto portando avanti da poco più di un anno. Al momento posso dire di stare abbastanza bene, a parte qualche piccolo fastidio quotidiano. E’ la prima volta in sette anni che la Rettocolite ulcerosa mi lascia un momento di tregua senza dover assumere dosi massicce di cortisone o immunosoppressori, per me è un grandissimo traguardo raggiunto! Mi curo a giorni alterni con terapia locale, faccio yoga, allatto ancora mio figlio di 2 anni e mezzo e mi dedico anima e corpo alla fotografia e al progetto fotografico di arte e connessioni positive di vita. Tutto questo mi dà una forza incredibile e mi fa stare bene!”.

Ci spieghi in breve cosa è un IBD?

“L’acronimo IBD richiama la definizione inglese Inflammatory Bowel Disease, in italiano malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), come per l’appunto il morbo di Crohn e la Colite ulcerosa”.

Quali rinunce comportano giornalmente queste patologie?

“Non è semplice convivere con una patologia cronica intestinale, non sono facili i momenti in cui non vedi la luce e senti solo dolore che pervade il tuo corpo, i giorni in cui sei un tutt’uno con il letto ed il bagno e non riesci a svuotare la mente dalla paura e da quel malessere fisso ed assillante. Restrizioni alimentari, crampi, dolore addominale, sangue e muco, effetti collaterali, farmaci pesanti, depressione e insonnia, incomprensione, vergogna, isolamento, stress, paura, dottori, ospedali, analisi, ricoveri, interventi, febbre, nausea, stanchezza cronica, debolezza, solitudine, lacrime. Condizioni e sensazioni presenti in un solo giorno, un elenco scarno per dare un’idea delle battaglie quotidiane che spesso siamo costretti a fronteggiare. Esiste anche un mondo esterno fatto da lavoro, studio, amicizie, affetti, viaggi, e spostamenti. Ogni azione si trasforma in una montagna da scalare, ogni giorno partiamo per un viaggio alla conquista di uno sprazzo di benessere e pace interiore, alla ricerca di soddisfazioni personali e sogni da far avverare”.

Come ti è venuto in mente il progetto Invisible Body Disabilities?

“Con la nascita di mio figlio circa due anni e mezzo fa, dopo una travagliata esperienza con l’allattamento al seno e dopo diversi problemi legati alla mia salute precaria, come una fenice sono rinata dalle mie ceneri. Ho imparato a convivere con il mio intestino ulcerato, rispettando i momenti di ricaduta e rialzandomi più forte di prima, per mio figlio e per me stessa. L’esperienza di questi anni bui mi ha reso una madre e una donna più forte e mi ha dato la possibilità di potermi esprimere anche attraverso il mio lavoro di fotografa. Nel mio percorso professionale ho avuto modo di immortalare storie e corpi di donne e madri e dalla mia travagliata esperienza di parto-allattamento-malattia-farmaci, è nata anche una mostra fotografica ’Sotto La Stessa Pelle’. Così, sempre dalla mia esperienza personale ho deciso di dar vita al progetto Invisible Body Disabilities e dedicare il libro al quale sto lavorando alle donne, in particolare a coloro che lottano e si rialzano ogni giorno da queste battaglie quotidiane. Ogni sessione fotografica di arte positiva mi ha aiutato, e continua ad aiutarmi, a far uscire quel dissidio interiore, quei ricordi fatti di privazione di sogni e porte chiuse, dandomi la possibilità di sentirmi meno sola e più forte, più serena e meno astiosa, accettandociò che vedo riflesso nello specchio, le sconfitte ed i fallimenti, amandomi sempre di più e fronteggiando con più positività le ricadute dovute alla malattia”.

A oggi hai ricevuto molti consensi, come pensi di proseguire?

“Sì esattamente così! Ho ricevuto, e continuo a ricevere, così tante e-mail di partecipazione, che hanno consolidato ancora di più la mia determinazione nel portare avanti con immensa gratitudine questo profondo movimento di sensibilizzazione. Le persone vengono da me per raccontarsi, per liberarsi, per creare insieme arte scandita da momenti di confronto, di energia positiva e di apertura lontana da ogni tipo di pregiudizio”.

E’ davvero meraviglioso riuscire a comunicare un messaggio così forte attraverso la fotografia e la condivisione di pensieri e racconti!

“La mia intenzione è proprio quella di ingrandire sempre di più questa potente rete e connessione di vite, arte ed emozioni, per divulgare, far conoscere, educare e sensibilizzare al tema delle malattie invisibili e alle disabilità che non si vedono. La fotografia come mezzo di comunicazione e come modo per aiutare ad esternare i dolori, le paure e le insicurezze, accettando la malattia come parte di se stessi e non come nemico da combattere, alla ricerca di un equilibrio e benessere interiore, per capire i nostri limiti ed abbracciare insieme la speranza. Grazie di cuore per l’attenzione”.

 



more No Comments novembre 7 2016 at 13:37


“Le belle notti” di Gianni Clementi

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Intervista a 360 gradi con il grande autore di commedie teatrali

di Mara Fux

I tuoi testi si affastellano sulle locandine di ogni stagione; gli addetti ai lavori dicono dategli una penna, conquisterà il teatro! C’è chi scommette su di te capace di scrivere ex novo una commedia in due giorni: è davvero così?

“La storia dei due giorni è un’iperbole. Quando ho l’idea giusta, posso essere veloce nella scrittura ma le idee maturano con i mesi. A volte con gli anni. Nel mio biglietto da visita c’è una frase di Conrad che sintetizza con brillantezza il mestiere di scrittore: Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”.

Quali sono gli ingredienti indispensabili per scrivere una commedia di successo?

“Credo che un autore debba essere un testimone del suo tempo. Zavattini consigliava agli scrittori/sceneggiatori di prendere l’autobus. Ma attingere dal quotidiano è sempre molto rischioso, la banalizzazione è dietro l’angolo anche se parlare delle cose che conosciamo aiuta molto ad entrare in empatia con lo spettatore. Solo se questi diviene complice dei personaggi allora lo spazio per la riflessione si apre con naturalezza, senza forzature. E’ il nostro inconscio che deve stupirsi per primo del sorriso involontario a sottolineare i nostri stessi difetti, vizi e manie, altrimenti difficilmente accettabili. Quindi autobus a vita!”.

Quanto conta la proprietà di linguaggio nella scrittura?

“Nella scrittura in genere, moltissimo. Nella scrittura teatrale il discorso è più complesso. Ho letto opere di teatro con ‘orrori’ ortografici che avevano delle intuizioni molto efficaci sul palco e opere stilisticamente impeccabili che poi si rivelavano deboli e noiose. Un discorso  a parte  merita il dialetto. Ho dedicato gran parte del mio percorso d’autore all’uso del ‘romano’ in teatro. Operazione rischiosissima per l’uso spregiudicato che se ne è fatto in film di quart’ordine e cabaret televisivi. Al contrario, ho sempre pensato che sia una forma espressiva straordinaria in termini poetici e narrativi, tant’è che ho scritto molte commedie usando un “romano” popolare e moderno che si ispira al grande cinema italiano del dopoguerra. Una premessa un po’ lunga per rispondere alla tua domanda sulla proprietà di linguaggio: un muratore, nella periferia romana nel 1943, che dice: ‘M’ha detto petalino!’, per dire che è stato sfortunato, credo abbia una proprietà di linguaggio stupefacente. Le proprietà di linguaggio sono tante quante i personaggi di un’opera, ognuno deve avere la sua di proprietà”.

Ho visto  spettatori acquistare il biglietto perché firmavi la commedia, indipendentemente da chi la recitasse. Un’eccezione perché nella realtà il pubblico sceglie spesso basandosi sulla popolarità degli attori. Cosa ne pensi?

“Se ho credibilità fra gli addetti ai lavori, lo debbo al pubblico che esce di casa verso le 20, parcheggia con difficoltà l’auto, paga (e sottolineo paga) un biglietto e viene a vedere le mie commedie. E credo di dover anche molto ad attori, registi e produttori. Senza queste sinergie i miei copioni sarebbero nel cassetto. Esiste poi la popolarità, quale traino dello spettacolo. Recentemente uno dei pochi Produttori illuminati ancora esistenti mi elencava con rammarico i nomi di Grandi Attori che oggi ‘non vendono più’. Oggi il mercato teatrale è ‘drogato’ da operazioni di facile consumo per cui si privilegia un ‘Cartellone’ di Nomi Televisivi di richiamo a prescindere dalla qualità dello spettacolo”.

“Grisù, Giuseppe, Maria”, “Ben Hur”, “Alcazar”, Ladro di razza”, “Fausto e gli sciacalli”, sono alcuni dei tuoi evergreen teatrali ma da circa 20 anni una su tutte continua ad essere rappresentata, “Le Belle Notti”. Ce ne parli?

“Il 12 dicembre 1969, in pieno fermento ‘sessantottino’, diciassette studenti occupano un liceo romano. La celere, prontamente allertata dal preside, circonda l’istituto dove i ragazzi si sono barricati. Le ansie, le paure, gli innamoramenti, uniti all’eccitazione crescente per l’atto di ribellione che li vede protagonisti, cementano il gruppo. La prima giornata di occupazione volge al termine quando dalla televisione giungerà la notizia terribile della strage di Piazza Fontana. Nella seconda parte è sempre lo stesso liceo il teatro dell’azione e sempre di un’occupazione si tratta: siamo negli anni 2000 e i nuovi protagonisti sono i figli degli occupanti di quel dicembre del ’69. Stessi palpiti, stesse problematiche. Ma lo scenario sociale è profondamente cambiato”.

Vecchia e nuova generazione si confrontano: un velo di amarezza?

“Inevitabile. Ma non per il sapore di ‘Come eravamo’ piuttosto  per quello che siamo diventati. E non mi riferisco ai ragazzi. Se ci troviamo oggi in una sorta di palude, la mia generazione ha un’enorme responsabilità. Le spinte alla condivisione sono degenerate in una corsa all’individualismo esasperato. Si è perso il senso del ‘Bene comune’ ed è per questo che le strade sono sporche. Il senso di appartenenza a una Nazione è scomparso, sostituito da traffici di piccolo cabotaggio per arricchimenti personali. La classe politica eccellente dei Berlinguer, dei Moro, dei Nenni, degli Almirante, che al di là degli opposti ideali comunque rappresentava le diverse istanze dei cittadini ed aveva iscritto nel DNA il senso dello Stato, è stata sostituita da una generazione, la nostra, di arroganti e miopi personaggi, il cui vero scopo era il potere fine a se stesso”.

“Le belle notti” tornerà in scena al Teatro della Cometa di Roma dal 14 dicembre all’8 gennaio con un cast di giovanissimi figli d’arte tra cui la tua primogenita Lucia. Che effetto ti fa vederla recitare un tuo lavoro?

“Vedere Lucia Pilar sul palco, che recita le ‘mie parole’ mi provoca grande soddisfazione e al contempo preoccupazione. La preoccupazione è per la prospettiva di un lavoro tanto difficile e incerto; la soddisfazione per il fatto che una ragazza di 20 anni, nel 2016, abbia scelto di cibarsi di arte, piuttosto che abbandonarsi a perenni ed illusorie navigazioni nel mare cibernetico”.

Dal punto di vista della creatività, il teatro sta vivendo un periodo stanziale?

“Ti rispondo con le parole che Carlos Gimenez, mi riferì in un documentario che girai durante il Festival Teatrale di Caracas, di cui era Direttore artistico. E’ morto il teatro? Chiesi. La risposta fu: no, il teatro non è morto. Purtroppo ci sono molti morti che fanno teatro”.



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Il pane di Veroli

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Il buon pane si riconosce dalla fragranza. Profumo di semplicità: acqua, lievito e farina. Odore di terra, memoria di spighe mature, di mani che impastano,  forno dove cresce e s’indora

di Marisa Iacopino

“Non c’è cibo di re più gustoso del pane”, recita un proverbio. Se poi il pane è quello di Franco Sanità, allora siamo nella corte giusta. Discendente da una famiglia di illustri panettieri attivi fin dal 1948 a Veroli, nel Frusinate, il signor Franco ci racconta dell’interesse suscitato dai suoi prodotti in ambito locale e fuori dai confini ciociari. Lo incontriamo, scoprendo che è persona di grande comunicatività e simpatia.

Assieme alla sua famiglia, lei gestisce una moderna azienda dove la tradizione si coniuga con la modernità, in un connubio perfetto che fa del pane un prodotto doc. Qual è la caratteristica del vostro pane? 

“Siamo maestri panettieri da 45 anni. Il nostro pane e tutti i prodotti da forno sono fatti con pochi e genuini elementi: farina, biga, acqua e sale”.

Cos’è la biga?

“Non è altro che un preparato di acqua e farina conservata a temperatura ambiente. E’ la parte iniziale dell’impasto. Una volta veniva usata dalle nostre donne ogni settimana, per fare il pane necessario alla famiglia. Mia madre preparava il pane per sei figli”.

Durante tutto il processo di panificazione, c’è ancora la lavorazione con le mani?

“Sì, certo. Per impastare ogni volta un quintale e mezzo di farina ci vuole per forza l’impastatrice! Ma i macchinari e le attrezzature moderne non possono sostituire le mani. Così, per tutti gli altri procedimenti, spezzare, fare le forme, si usano le mani. Ci sarebbero macchine anche per questo, ma la nostra azienda, pur se grande, è rimasta artigianale, per quanto è possibile!”.

La professione del panificatore è fatta di sacrifici. E’ sempre necessario fare levatacce in piena notte per assecondare il pane che lievita?

“Il fornaio continua a essere quello di un tempo. Si lavora sette giorni su sette. Ma si supera tutto con la spinta della passione”.

La platea dei consumatori non vuole più un pane qualsiasi, ma un prodotto di qualità che accompagni il cibo. Si sente parlare di farine macinate a pietra, di aggiunta di farine particolari… Voi vi siete è organizzati in tal senso?

“Ci siamo allineati ai tempi. Oltre al pane classico, prodotto con farina n. 2 e grano raccolto nel Lazio, usiamo farine per pane ai cereali, alla zucca, di riso. Prodotti richiesti da una clientela selezionata, fatta anche di tanti giovani”.

Le vostre pagnotte sono senza conservanti, ciononostante durano a lungo. Qual è il segreto?

“Il nostro pane, così come composto dura quattro o cinque giorni. Dipende dal tipo di farina, dalla lavorazione. E poi è cotto a legna”.

E queste ciambelle?

“E’ la tipica ciambella di Veroli. La semplicità si sposa con la sua digeribilità, in quanto viene cotta due volte. La prima lessata in acqua, la seconda cotta al forno. Quaranta anni fa, l’economia della Ciociaria si risolveva con queste ciambelle. Le donne le mettevano dentro canestre di canne e andavano a venderle in mercati paesani e fiere.  Si chiama anche ciambella di capodanno, perché pare che sia stata inventata intorno a quel periodo in un Rione di Veroli, Santa Croce. Nasce da lì l’usanza di mettere le ciambelle a tavola al posto del pane, a Capodanno”.

Hanno una forma particolare, un po’ ritorta.

“La forma ricorda la corolla che le nostre ave facevano con un canovaccio arrotolato e poi posavano tra il capo e il concone, una giara di rame con cui andavano ad attingere acqua alla fonte, e che pieno arrivava a pesare fino a 40 chili”.

Ci sono altri prodotti tipici?

“Le ciambelline di magro. Il nome deriva dalla semplicità degli ingredienti, acqua, farina, zucchero, olio, biga e anice. Anche queste vengono cotte due volte. Sono peraltro dietetiche, in quanto contengono pochissimo zucchero, un chilo su dieci chilogrammi di farina”.

Quello che oggi si chiama alimento dietetico, era insito nel buon senso contadino che un tempo usava con parsimonia i prodotti per economizzare, e al tempo stesso favoriva la dieta. Sappiamo che lei partecipa attivamente sul territorio, aderendo al programma Mercato dell’Agro-romano e a molte manifestazioni di Slow Food. Un grosso impegno che porta avanti da anni come Fiduciario della Condotta di Frosinone… 

“Esatto. Sono socio dell’associazione Slow Food da quando è nata e si chiamava Arcigola. Ho contribuito alla divulgazione del Mercato della Terra, col primo mercato dell’associazione a Ciampino. Purtroppo l’attività non è stata continuativa. Si fanno ancora i mercati, ma in maniera ridotta, una volta al mese, non considerando che la gente, invece, va a fare la spesa tutti i giorni! Sono comunque contento del percorso fatto. Siamo stati anche a Eataly, dove torneremo a novembre e dicembre per quindici giorni. E’ una vetrina importante, e contribuisce a far conoscere i Mercati della Terra”.

Per concludere, cosa aggiungerebbe?

“Come diceva mio padre, per fare il buon pane ci vogliono tre ‘F’: forno, farina e fornaio”.



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