11/30/2021
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Attilio Carissimi: “L’Inferno di Dante”

di Paolo Paolacci –

L’artista ci racconta “L’Inferno di Dante” come un “temerario tentativo professionale con la convinzione che l’uomo è al centro di tutto artefice e carnefice di se stesso e degli altri…”.

La mostra di pittura di Attilio Carissimi si è tenuta fino al 30 ottobre nel Castello Scaligero di Malcesine (VR), del X Secolo.
Settecento anni dalla morte, perché è ancora forte la tensione poetica e umana su Dante?
“La bellezza della poesia è eterna e la tensione umana su Dante sarà sempre attuale finché l’uomo continuerà ad esistere”
Come è nata l’idea?
“L’interesse per questo autore già ai tempi della scuola. L’occasione del 700esimo anniversario della morte e la temeraria scommessa personale di riuscire a descrivere episodi di questo capolavoro pur con l’aiuto del lavoro di grandi illustratori come Dorè”.
Quanti quadri la compongono e come è stata impostata la scelta?
“Sono 13 tavole di centimetri 100 x 120. La scelta è caduta su episodi, a mio parere, più conosciuti”.
Quale obiettivo artistico ti sei proposto costruendo una mostra così impegnativa?
“Nessun obiettivo artistico ma come ho già detto un temerario tentativo professionale”.
Quali quadri sono stati più difficili da realizzare?
“Nessun in particolar modo”.
Quanta psicologia e attualità hai trovato in Dante e perché proprio l’Inferno?
“Dante è considerato non solo ‘il grande unificatore linguistico e culturale italiano’, ma un intellettuale mondiale. Nessuno come lui è così recepito dalla letteratura di tanti Paesi diversi. La scelta dell’ Inferno è stata, per dirla con il linguaggio attuale ‘populista’ data la maggiore notorietà e diffusione tra le persone anche non appassionate di letteratura”.
La scelta dei colori, ricorrenti su tutti quadri era già chiara dall’inizio oppure iniziando si è determinata da sola?
“Abbastanza banale la scelta del colore, prevalentemente rosso, data la descrizione drammatica di pene e dolore”.
Il tuo modo di vedere il mondo e questa mostra come si sono conciliati?
“I personaggi della ‘Commedia’ non perdono mai le loro caratteristiche terrene e ci sono presentati non come irreali ma come persone in carne ed ossa. E’ facile quindi accomunarli con quelli del mondo odierno. Le stesse passioni, le stesse debolezze: cambia il palcoscenico su cui recitano”.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle” è l’ultimo quadro. La consideriamo una previsione del futuro?
“E’ una previsione per il futuro: negli anni si è trasformata nel detto ‘la luce in fondo al tunnel’”.
Cosa vorresti dire a Dante dopo averlo dipinto?
“Scusarmi per l’ardire di aver descritto con la mia mediocre capacità, la grandezza della sua poesia”.

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