Cinzia Tani: La regina del giallo


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Giornalista, scrittrice, autrice radiofonica e televisiva, insegnante di scrittura creativa, Cinzia Tani è una donna dalle mille risorse. Di recente ha pubblicato “Donne Pericolose”, la sua ultima fatica letteraria edita da Rizzoli

di Marisa Iacopino

Parlare con Cinzia Tani è piacevole e lusinghiero. Sia tu un amico, collega o semplice conoscente, la sua naturale disponibilità e propensione al dialogo davvero ti conquista e incoraggia. Parlare di Cinzia Tani è invece cosa più complicata. Tanto è versatile, tanti sono i suoi interessi umani, culturali e professionali, che si corre il rischio di lasciare indietro qualcosa, non offrendo di lei un ritratto a tutto tondo. Se ci soffermiamo a parlare della scrittrice togliamo alla giornalista, se ci riferiamo all’autrice e conduttrice di programmi radiofonici e televisivi, facciamo un torto all’insegnante di scrittura creativa. Perché Cinzia è tutto questo e altro ancora. Indiscussa regina del giallo e del noir già in anni cui in Italia non c’erano donne in grado di scrivere e parlare di delitto e investigazione. Da qualche anno, assieme a Guido Barlozzetti, è il volto amico che ci accompagna al risveglio in Il caffé di Rai Uno. L’abbiamo incontrata in occasione dell’uscita della sua ultima fatica: “Donne Pericolose”, edito da Rizzoli, in cui vengono tracciati i profili di quindici donne-spie che hanno attraversato il novecento, lasciando segni indelebili nella storia. Con straordinaria precisione e sintesi narrativa, la Tani ci offre la sua prospettiva: un occhio femminile attento alla specificità di donne che per caso, necessità o scelta, si sono concesse senza riserve al proprio tempo, diventandone protagoniste.

E’ stato utile, o indispensabile, essere donna per scrivere di queste donne?

“Penso che sia stato utile ma non indispensabile. Ci sono molti autori con sensibilità femminili che avrebbero potuto entrare nella mente e nel cuore di queste donne speciali. Una donna può comprendere meglio cosa abbia voluto dire per alcune di loro rinunciare alla famiglia, ai figli, ai mariti, ai compagni per combattere per il loro paese, per rischiare la vita. Una donna può comprendere i disagi sofferti da una donna durante le dure prigionie, disagi tutti femminili a volte. Una donna può anche capire in che modo un’altra donna possa usare le sue arti seduttive per ottenere informazioni importanti”.

Visto il tema trattato, lo spionaggio, qualcuno le ha definite donne coraggiose. Sarebbe ancora meglio considerarle donne in pericolo. Tutte le sue protagoniste sono comunque caratterizzate da una dose eccezionale di eroismo che le rende uniche. Immagino che Lei abbia compiuto lunghe incursioni nelle pagine del loro vissuto, sulle singole biografie. Ha riscontrato qualcosa in comune tra loro, un’infanzia difficile, un dramma occorso in tenera età, padri o mariti violenti, o altro ancora? 

“Alcune hanno avuto un’infanzia difficile, altre provenivano da famiglie benestanti o addirittura ricche. Quello che contraddistingue gran parte di loro è il carattere che si manifesta fin da piccole. Coraggiose, sportive, ribelli alle regole scolastiche, seducenti, ambiziose. Piccole donne destinate già da allora a compiere qualcosa di speciale”.

Qual è la donna-spia che ha amato di più, e perché? 

“Ho molto amato Krystyna Skarbeck. Una donna coraggiosissima che durante la seconda guerra mondiale ha compiuto imprese incredibili, salvando centinaia di persone in Francia. Ha avuto molti amanti ma c’era un uomo nella sua vita che non l’abbandonava mai e le chiedeva continuamente di sposarla. Alla fine della guerra Krystyna torna a Londra, nessuno la considera, non trova lavoro. Fa la cameriera in una nave da carico e quando compra il biglietto aereo per partire il giorno dopo e raggiungere l’uomo che l’ha finalmente convinta a sposarlo, viene uccisa da uno stalker che la accoltella nella hall di un piccolo albergo di Londra. Ho amato anche una vera eroina: Josephine Baker. Nata poverissima riesce a diventare una grande star ma non trascura i suoi ideali: combatte contro il razzismo negli Usa, adotta dodici bambini abbandonati, lavora per il controspionaggio francese”.

Quale invece, secondo lei, la più pericolosa, o coraggiosa?

“La più pericolosa è stata Violette Morris, una grande campionessa sportiva francese. Era bisessuale e quando decide di farsi tagliare i seni perché la ingombravano nelle competizioni, viene cacciata dalla federazione sportiva francese. Per vendetta entra nella Gestapo e diventa un agente segreto contro i francesi, facendo arrestare moltissimi partigiani”.

A proposito di una delle Sue eroine, affascinante la storia di Hedy Lamarr. Assieme a un amico compositore sviluppò un sistema per la trasmissione di informazioni militari codificate su frequenze radio.  E’ ancora lei, la prima star di Hollywood a posare nuda.  Pensa ci siano, oggi, donne di tale calibro?

“Donne così, secondo me, rivelano il loro coraggio solo in situazioni estreme che per fortuna adesso non stiamo vivendo. Hedy Lamarr era uno scienziato oltre che una bellissima donna, ha inventato un sistema fenomenale ma non è stata presa sul serio. Solo in seguito il suo sistema è stato utilizzato per la crisi cubana e la guerra del Vietnam e solo da vecchia ha ricevuto i riconoscimenti che meritava”.

Tra quelle raccontate, c’è una donna che avrebbe voluto creare, portandola nell’artificio letterario con tutta la Sua storia, se non fosse esistita?

“La realtà supera sempre la fantasia. Credo che se avessi dovuto inventare una spia non avrebbe mai avuto una vita stupefacente come quelle realmente esistite”.

Può parlarci del suo prossimo progetto letterario?

“Uscirà a febbraio prossimo il mio romanzo, ‘Il capolavoro’ (Mondadori), in cui racconto il rapporto morboso fra un neurologo nazista e la ragazza italiana che lui adotta in Patagonia quando fugge in Argentina per salvarsi dai processi. Mi interessava raccontare la fuga dei criminali nazisti dall’Argentina, i rapporti fra nazismo e dittatura Argentina, la tragedia dei desaparecidos e soprattutto l’ambiguità di un uomo che ha praticato l’eugenetica e quindi è un criminale ma nello stesso tempo ama con tutto se stesso la figlia, facendo di lei il suo capolavoro”.

Ci congediamo da Cinzia Tani, dalla vivacità comunicativa che le è propria, fermi nella convinzione che anche questa volta la sua narrazione abbia fatto centro. ‘Donne pericolose’, ritratti d’un universo femminile mai indagato prima. Alla Tani, il merito di aver assegnato a ognuna di queste eroine, sconosciute o dimenticate, il giusto posto nella storia.


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