09/23/2020
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Davide Buzzi: Un artista a tutto tondo che nel suo ultimo libro ha trovato la cura ai mali della vita

Per parlare di Davide Buzzi come artista bisogna tornare indietro di diversi anni, fino al 1982, quando da giovanissimo inizia la sua carriera partecipando al film di Nelo Risi “L’oro nel camino”. In seguito si distingue nel mondo cantautorale italofono, pubblicando nel 1993 il suo primo CD, al quale ne seguiranno altri tre.

di Francesca Ghezzani

Nel 2013 approda al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo “Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte” e nel 2017 pubblica il racconto breve “La multa”.

Il 17 febbraio, per la casa editrice 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica è uscita sul mercato la sua nuova fatica editoriale, il thriller noir “Antonio Scalonesi: Memoriale di un anomalo omicida seriale”, romanzo biografico di genere spoof che racconta le gesta del serial killer Antonio Scalomesi, attivo a cavallo fra Svizzera, Italia e Francia fra il 2004 e il 2010. Potremmo dire tante altre cose, ma lascio a lui la parola e l’onere/onore di parlare di sé come cantautore, fotografo, scrittore, giornalista, ex poliziotto, uomo…

Davide, che persona e che artista sei, come ti descriveresti?

“È una domanda che non mi sono mai posto, in verità. Ci dovrei pensare…In effetti sono una persona onesta, che ha il brutto vizio della sincerità a ogni costo e  questo non sempre piace a tutti. Anzi spesso non piace per niente! Certamente ho avuto una vita ricca di esperienze, sia positive che negative. Professionalmente ho fatto un sacco di cose e ogni volta con grande soddisfazione, anche se il cambiamento sta un po’ nel mio DNA. Nasco come fotografo, professione per la quale ho svolto l’apprendistato e mi sono diplomato nel 1987. Poi, dopo aver prestato servizio nell’esercito svizzero, ho lavorato per qualche anno nel corpo delle Guardie di Confine svizzere (tipo la Guardia di Finanza in Italia), quindi ho fatto l’assicuratore e adesso sono attivo nel campo del giornalismo. In tutti questi anni mi sono comunque sempre mosso in ambito artistico, quale autore e cantautore, esibendomi un po’ dappertutto in Europa, ho inciso 4 album e ho scritto canzoni per altri artisti. Insomma, non so bene come descrivermi, ma credo che la parola ‘iperattivo’ possa calzarmi abbastanza bene”.

Negli anni hai ricevuto tanti riconoscimenti per il tuo lavoro cantautorale, quali sono stati quelli che conservi maggiormente nel cuore? 

“I riconoscimenti sono arrivati quasi tutti agli inizi degli anni 2000. Si erano accorti di me e del mio lavoro e qualcuno ha pensato che potessi meritare dei premi. Comunque i riconoscimenti che più mi stanno a cuore sono il ‘Premio Myrta Gabardi’, assegnatomi a Sanremo nel 2002, e la nomination ai ‘NAMMY Award’ di Niagara Falls per la mia canzone ‘The She Wolf’, incisa dal songwriter americano Jimmy Lee Young. In quell’occasione volai alle cascate del Niagara per partecipare alla serata finale, dove incontrai diversi miti della canzone americana e mondiale, vivendo un’esperienza indimenticabile”.

Di recente, per la casa editrice 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica, è stato pubblicato il tuo nuovo romanzo “Antonio Scalonesi: Memoriale di un anomalo omicida seriale”. È un titolo particolare, cosa ci preannuncia?

“Si tratta di un thriller autobiografico molto particolare, scritto tutto in prima persona e che si rifà al genere spoof. La storia inizia praticamente dalla fine, quando l’11 novembre 2011 Antonio Scalonesi, un uomo assolutamente normale, imprenditore immobiliare e ex sportivo d’elite benvoluto e rispettato da tutti, entra nel palazzo della Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e chiede di incontrare l’allora Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, al quale confessa di essere un serial killer. Improvvisamente Cortesi si ritrova davanti a un racconto dai risvolti terribili e inimmaginabili, una lunga serie di delitti che a partire dal 2004 e fino al 2010 si dipana fra Svizzera, Italia e Francia. Ma non è tutto, perché nello svolgersi della confessione ad un certo punto la storia sembra ribaltarsi fino a rivelare un risvolto inaspettato che proietta Scalonesi all’interno di uno spietato intrigo internazionale. Antonio Scalonesi è davvero chi dice di essere oppure è un abile millantatore che riesce a destreggiarsi abilmente fra menzogna e verità?”.

Mentre descrivevi i crimini del più spietato serial killer che il Ticino abbia mai conosciuto, Antonio Scalonesi, non hai mai provato profondo terrore per quello che usciva dalla tua penna?

“Assolutamente no, anche perché i primi capitoli di questo racconto erano nati come una specie di sfogo personale nei confronti di certi aspetti della vita che mi stavano affogando. Dentro di me avevo tanta negatività e rabbia, che non sapevo come gestire. Ma sapevo scrivere bene e allora ho pensato di gettare sulla carta tutta la rabbia che mi covava dentro e, improvvisamente, è comparso questo personaggio che raccontava di ammazzamenti come se questi fossero la cosa più normale del mondo. Nel frattempo ho avuto la possibilità di far leggere questi scritti ad alcune persone, dottori, giornalisti, avvocati, persino al capo della polizia scientifica del Cantone Ticino e pure all’ex avvocato di Bernardo Provenzano. Grazie alle loro suggestioni il racconto ha cominciato a svilupparsi e a prendere corpo, fino a diventare la vera storia del serial killer Antonio Scalonesi. Alla fine di tutto quel lavoro, durato una decina d’anni, ho deciso di includere una serie di documenti che contribuivano a far comprendere chi fosse realmente Antonio Scalonesi. E così è nato il libro. Questo romanzo per me è stata la terapia che mi ha permesso di sopravvivere a un momento difficilissimo della mia vita, che fra le varie traversie comprende pure il cancro, malattia contro la quale sto ancora combattendo ma dalla quale non intendo assolutamente farmi sconfiggere”.

Il Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi nella sua introduzione descrive Scalonesi come un tipo assolutamente normale, lavoro, casa, sport, ecc., del quale nessuno avrebbe potuto sospettare la presenza di un’anima nera e criminale. Tutti noi possiamo nascondere un lato sconosciuto e talmente oscuro da portarci a commettere un atto irreparabile o un crimine?

“Antonio Scalonesi per 33 anni è stato il vicino di casa che tutti vorremmo avere, nessun problema con la giustizia, nessuna lite, nessun gesto di violenza nei confronti di nessuno (che si ricordi, almeno), pare fosse astemio, o quasi, e quindi nessun problema di alcolemia. Poi la mattina del 18 dicembre 2004, tutto si stravolge. Scalonesi prende una pistola, scende in strada e spara freddamente all’imprenditore Gianni Verzaschi, uccidendolo sul colpo. Riuscendo pure a farla franca. Sì, sono convinto che per ogni essere umano esista una chiave scatenante che possa in qualche modo farci arrivare a pensare o, nelle situazioni peggiori, commettere delle cose veramente brutte. Di casi che potrebbero essere presi ad esempio ne è piena l’attualità. Non bisogna però nemmeno esagerare con i pensieri negativi, in quanto e per fortuna la maggior parte della gente convive in pace e armonia”.

Potresti scrivere altri generi in futuro?

“Recentemente ho concluso una storia di paese che a me piace davvero tanto e che si svolge in un villaggio della Valle di Blenio, dove la locale società calcistica ha deciso di ritirare la sua squadra dal campionato. Nel frattempo in paese muore una donna anziana. I due episodi apparentemente non dovrebbero aver niente a che fare l’uno con l’altro, invece gli eventi si concateneranno in una tragicomica serie di eventi, fino a sfociare in un finale dall’esito sorprendentemente divertente. Niente di tragico quindi. In questo momento invece mi sto dedicando ad un’altra storia che si rifà al genere spoof, ma non sarà un thriller. Si tratta di un racconto ambientato nel mondo della musica italiana degli anni 70”.

Un’ultima domanda. Tu sei nato ad Acquarossa, in Svizzera: quali differenze e quali analogie riscontri tra il panorama editoriale italiano e quello elvetico? Sono le stesse che ritrovi nel spesso patinano mondo dello spettacolo?

“Sia nel mondo della discografia che in quello editoriale, Svizzera e Italia non anno assolutamente niente in comune. In Svizzera vi è la particolarità che si parlano quattro lingue diverse più l’inglese. Quindi, se ci si muove nel panorama italofono, in Svizzera possiamo contare sì e no su un bacino d’utenza di poco meno di 400 mila persone, un quartiere di Milano. Nel resto del Paese non c’è nessun interesse per quanto viene prodotto in lingua italiana. Quindi è difficilissimo trovare una casa editrice disposta a pubblicarti ed è ancora più difficile trovare qualcuno che abbia voglia di leggerti. Per questo il nostro occhio artistico si dirige verso l’Italia. Parliamo la stessa lingua e abbiamo le stesse tradizioni, con la differenza che l’Italia conta 60 milioni di abitanti. Insomma, le probabilità di essere letti e apprezzati (o anche criticati) aumentano in modo esponenziale”.

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