Marco Dalissimo: un artista che sa spaziare su vari campi


    visioni e scrittura - Collage154

Artista poliedrico, si cimenta tra la scrittura, la pittura e la musica. Ha già pubblicato un libro: “Nessun Dio sulla terra”, edizioni Zona. Lo abbiamo intervistato in occasione della sua ultima fatica: “Un anno senza giorni”, raccolta di racconti editi da L’Erudita di Giulio Perrone Editore. Si chiama Marco Pelliccione.

di Marisa Iacopino

Lo invitiamo a presentarsi.

“Ho scelto di chiamarmi Dalissimo, perché qualcuno disse che sembravo una rock star. Vivo a Centocelle, luogo per me formativo, ma mi considero figlio di Roma, grande madre che abbraccia tutti”.

Come si combinano in lei le varie passioni, e soprattutto l’arte antica di Roma e la scrittura?

“Ho frequentato l’Istituto d’Arte Silvio D’Amico e il liceo artistico Istituto Pantheon. Non ho completato gli studi, ma da adulto ho sentito il bisogno d’un contatto fisico con la classicità. Attratto dalla storia architettonica di Roma, sono andato a cercare i suoi luoghi. La scoperta del mondo sotterraneo della città è andata di pari passo con la scoperta dei miei sotterranei. In questo rapporto tra presente e passato  è tutta la mia scrittura”.

Cos’è per lei la bellezza?

“Ho un’immagine in testa: ad Albano, la mattina presto a giugno, quando il sole invade il lago con una luce d’oro che si sparge sulla nebbia che s’alza dall’acqua. E’ la stessa bellezza che doveva vedere Caligola affacciandosi dal suo palazzo.  O ai musei Capitolini, e davanti alla Venere Bagnante ti domandi: cos’è questa visione? Difficilmente troviamo forme simili nel nostro tempo. La Nuvola di Fuksas, forse… sarà straordinaria! E tra l’edificio di Fuksas e la Venere, trovo ci sia un nesso. Trovo invece che niente rappresenti meglio il degrado presente, quanto i centri commerciali. È quello che racconto in Giano bifronte”.

Nella classicità c’è  il bisogno d’una misura che contenga una vita debordante? 

“Sicuramente la mia e quella dei miei protagonisti  è una vita vissuta intensamente, per fortuna! Nell’ ‘Ultima tentazione di Cristo’, Scorzese fa dire a uno dei personaggi: ‘ti ringrazio Signore, per avermi portato anche oggi dove non volevo andare’. E’ una frase che mi appartiene”.

L’arte, di per sé finzione, ci allontana o avvicina alla verità?

“Ci avvicina! Davanti a una pagina di Borges, o di Shakespeare cosa stai leggendo se non la verità? La Pietà è verità. De Chirico e Mirò, sono l’universo! E poi, c’è la natura, realtà che non possiamo fuggire, e per questo rappresentiamo aggiungendo i nostri totem.  Nelle mie creazioni digitali, io trasferisco tutti i miei archetipi”.

Dai suoi racconti trapela un senso di doloroso ateismo. Come se il cuore dei personaggi volesse avvicinarsi alla fede, ma la mente li allontanasse ineluttabilmente dalla religione.

“E’ così. I miei personaggi sono dolorosamente atei, perché intendo la religione come una superstizione. Ma al tempo stesso, essi riconoscono che Dio è superiore a tutto questo. E’ nella bellezza, e soprattutto nella natura – unico Dio che c’è permesso di vedere”.

Pensa che il moralismo cattolico, i suoi divieti e gli scandali abbiano influenzato tante scelte d’ateismo? 

“Credo di no. Essere ateo è frutto di una scelta conseguente a quegli autori che leggiamo durante il corso della vita. Leggere la Bibbia, e poi Camus, Borges, autori che amo, significa allontanarsi dalle scritture. O anche Nietzsche, così lontano da me, ma riconosco in lui una genialità di uomo che non crede, e con freddezza ci spiega il perché. Ecco, il cinismo a volte significa ‘non poter credere’ “.

I suoi protagonisti sono uomini che soffrono la solitudine, che vivono in dolorosa assenza. Caratterizzati dal pensiero d’un eros a volte punitivo, o comunque non appagante. E’ giusto?

“Devo dire che è un quadro esatto, e deriva anche da esperienze personali”.

Che importanza ha per lei il desiderio? 

“E’ il motore della vita, del pianeta sul quale viviamo. Il desiderio diventa creazione e scrittura, è il teatro degli uomini”.

Cosa pensa della felicità: è uno stato fisico possibile da raggiungere?

“Penso a mia madre che da ragazza si prendeva la sua piccola dose di felicità coi fotoromanzi. Ci sono momenti che ti senti in pace col tuo modo di essere, è fondamentale. Ci sono istanti che chiudendo gli occhi, puoi dire: sì, sono io. Ringrazi la vita”.

Quali, tra i cinque sensi, prediligi?

“Senza vergogna, il tatto”.


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