Michele Guardì: La Sicilia come non è mai stata raccontata


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“Fimminedda” è il romanzo di esordio di Michele Guardì, autore e regista televisivo e teatrale, conosciuto dal grande pubblico come la voce del Comitato de “I fatti vostri”

di Irene Di Liberto

È la fine degli anni sessanta, la giovane Palmina corre sconvolta per le strade di Acquaviva, paesino siciliano di poche anime, cercando rifugio a casa della madre. La donna ha abbandonato il tetto coniugale, e suo marito Vincenzo, perché sostiene, dopo cinque anni di matrimonio, di essere ancora illibata? Sarà vero? Nel paese ci sono solo due avvocati che prendono in carico il caso dei coniugi, ma anche il resto dei paesani si butta con gusto nello scandalo: il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il farmacista, il barbiere, le dame di carità e, perfino, dei lontani parenti americani. Con il procedere della causa, divampa il chiacchiericcio sottovoce, che ricorda un po’ le comari shakespeariane, e che mette seriamente a rischio la reputazione di maschio di Vincenzino. Man mano che si procede con la lettura, la faccenda si complica e diventa una “questione d’onore” per i due e per le loro famiglie. Michele Guardì racconta, una storia vera, di gente comune, che quasi riesci a toccare con mano, senza mai dimenticare, nel corso dello svolgersi delle vicende, una profonda umanità. Coinvolgente il personaggio di Palmina che rifiuta di assoggettarsi alla bigottaggine tipica di quell’epoca. Da un lato, la protagonista sarà costretta a rinunciare alla sua libertà fisica, ma, dall’altro, saprà affrontare coraggiosamente il suo futuro. Si delinea, così, una figura femminile controcorrente per quei tempi, ma, allo stesso tempo, superba nel suo essere “fimmina”. Sullo sfondo, una Sicilia che guarda al futuro, ma ancorata visceralmente al passato e alle sue radici. Pennellate vivide e colorate di una terra fatta di tradizione, bontà e furbizia. Uno stile di scrittura dai toni leggeri, ma non dai contenuti, e dal retrogusto agrodolce, come la migliore delle caponate, in cui gli ingredienti si amalgamano perfettamente e in cui non vi è mai la prevalenza e la prepotenza di un sapore, ma sono l’uno il completamento dell’altro. Una commedia in stile pirandelliano, in cui al sorriso iniziale del lettore, per i toni e i discorsi ironici, si sostituisce, alla fine, un profondo spirito di riflessione che scende fino al centro della nostra umanità.

Da quanto era in incubazione l’idea di scrivere un romanzo? 

“Erano anni che volevo scrivere. Ma la televisione, prima, e lo spettacolo teatrale de ‘I Promessi Sposi’, poi, non mi avevano dato il tempo di farlo. L’inverno scorso, però, ho deciso di ritagliare due ore al giorno al nuovo lavoro ed eccoci qua”.

Quanto c’è di reale e quanto di fantasia nel suo libro?

“La storia nasce da una vicenda vera che ho conosciuto quando, giovanissimo, frequentavo come avvocato la pretura del mio paese. Naturalmente, come si dice al mio paese, Casteltermini, ci ho un po’ ricamato sopra”.

Come mai la decisione di ambientarlo in Sicilia?

“Perché in Sicilia si è svolta la storia. E perché la Sicilia è il mondo che conosco meglio. In un dialogo, un collaboratore del maresciallo, che viene da Padova, rivolgendosi al suo superiore, siciliano doc, chiede come mai la protagonista Palmina abbia parlato tantissimo durante la denuncia. Il maresciallo risponde così: ‘In Sicilia si dicono cento parole quando ne basterebbe solo una e non si parla per niente quando bisognerebbe usare tutte le parole dl vocabolario’”.

Secondo lei, questo è lo spirito dei veri siciliani? Un po’ si ritrova in questo modo di affrontare i dialoghi?

“Spesso, in una sola battuta, si può riassumere un mondo”.

Leggendo il romanzo, io l’ho associata a uno dei due avvocati difensori. Ho indovinato? Questo personaggio è autobiografico?

“Pensieri, sentimenti, modi di affrontare la vita possono essermi comuni, ma è un po’ troppo poco per dire che c’è dell’autobiografico”.

E anche lei, come l’avvocato, si rifugiava, in solitaria, nella sua tenuta di campagna in piena estate, quando tutti gli altri compaesani si riversavano al mare?

“Era una delle cose che facevo, ma anche lì non c’è nulla di particolarmente autoreferenziale”.

Nel libro fa uso, come Camilleri, di alcune frasi in dialetto. Come mai la scelta di inserirle?

“Certe battute, poche in verità, sono dialettali, ma in certi casi mi è sembrato inevitabile per dare il giusto peso allo svolgersi delle conversazioni”.

La Sicilia si divide in due fazioni contrapposte per quanto riguarda l’utilizzo del termine arancina o arancino. Questa è una disputa centenaria sulla quale, recentemente, è intervenuta anche l’Accademia della Crusca. Lei cosa preferisce: arancino, come Montalbano, o arancina?

“Arancina, arancina, come diceva mia zia Giuseppina”.

Un consiglio a chi si appresta a scrivere il suo primo libro.

“Non amo dare consigli. Tutti quelli che mi sono stati dati, non richiesti, si sono rivelati delle colossali bufale”.

Il suo percorso artistico di scrittore continuerà? Ha già in mente un secondo romanzo?

“Più che uno scrittore amo pensare di essere un ‘raccontatore’. E in questo senso sto già lavorando ad un altro racconto”.


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