06/26/2022
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Psicoanalisti in lockdown

di Marialuisa Roscino –

“Psicoanalisti in lockdown. Efemeridi di menti a distanza” è il libro scritto dalle dottoresse Adelia Lucattini e Monica Horovitz e raccoglie le testimonianze di gruppo di quattordici psicoanalisti di Paesi diversi durante il lockdown iniziato nel marzo del 2020

Dottoressa Lucattini, come è nata l’idea di questo libro?

“Questo libro nasce per iniziativa della psicoanalista Monica Horvitz e mia. Raccoglie le testimonianze di un gruppo di quattordici psicoanalisti di Paesi diversi, Francia, Italia, Argentina e Libano, sulla loro attività professionale durante il lockdwn mondiale del marzo 2020 dovuto alla pandemia. da Covid-19. Si tratta di riflessioni stimolate da Monica Horowitz nel suo seminario “Letture di Bion” che tiene alla Societé Psychanalytique de Paris (SPP) e che si è sempre tenuto in presenza ma che, a causa della pandemia ha iniziato a tenersi on-line. Dal momento, che la situazione era del tutto eccezionale, Monica Horvitz ha pensato che anche il gruppo avrebbe potuto lavorare in modo diverso e che non fosse possibile ignorare ciò che tutto il mondo stava vivendo. Quindi, nella piena convinzione che i seminari potessero essere aperti anche ad altri psicoanalisti, ha invitato a partecipare Janine Puget che si è collegata da Buenos Aires e altri psicoanalisti che in quel momento si trovavano nei loro paesi di origine”.

Come è cambiato l’approccio al paziente durante il lockdown?

“Improvvisamente ci siamo trovati a dover prendere una decisione: se sospendere le terapie, le analisi in corso con i nostri pazienti o se proporre loro di proseguire durante il lockdown in modalità on-line per coloro che lo avessero desiderato. Anche l’International Psychoanalytical Association ha autorizzato in tempi rapidissimi la prosecuzione delle analisi da remoto, quindi ho proposto ai miei pazienti che lo desideravano di non interrompere in questo periodo così difficile e di continuarle da remoto. Alcuni hanno accettato, altri hanno atteso di riprendere in presenza. Certamente, è stato un grande cambiamento anche se, come medico, conoscevo questo metodo per la pratica fatta con la telemedicina. Sicuramente la psicoanalisi è diversa, ma è possibile fare trattamenti efficaci, poiché quello il fulcro è la relazione col paziente”.

I pazienti hanno risentito della mancanza di contatto con l’analista?

“Tutti abbiamo risentito della mancanza dell’essere fisicamente nello studio, certamente come analista, mi è mancato non vedere i miei pazienti di persona, e anche loro hanno parlato di questa nuova situazione e di quando sarebbe stato di nuovo possibile incontrarci di persona. Questo è inevitabile, le relazioni hanno anche una componente sensoriale. Anche nella vita di tutti i giorni, diamo per scontato che parliamo, abbiamo rapporti affettivi, ci relazioniamo agli altri per scontato il fatto di essere lì fisicamente.  Durante l’analisi non solo, si ascolta l’altro, ma lo si osserva, lo si sente respirare, lo si vede collocato nello spazio.
In presenza, siamo abituati ad accogliere il paziente, dalla gestualità del sedersi nella poltrona o anche al suo distendersi sul lettino.
Certamente, il cambiamento c’è stato e lo abbiamo avvertito tutti. Alcuni pazienti ne hanno risentito più di altri, tanto da non riuscire a proseguire le terapie on-line e ad attendere di poter riprendere in presenza. Quello che abbiamo notato è che dopo l’estate del 2020 che ha permesso anche di riaprire i nostri studi e di rincontrarci poiché i contagi erano diminuiti, quando con l’autunno sono iniziate le chiusure, i pazienti hanno avuto meno difficoltà a riprendere da remoto e ritengo anche noi psicoanalisti. Da un lato, eravamo già abituati ad utilizzare i dispositivi elettronici, dall’altro, i pazienti si sono resi conto che il setting, la privacy, il lavoro di analisi erano possibili ed efficaci”.

Sono insorte nuove malattie?

“Sì, abbiamo riscontrato un aumento dei Disturbi Post Traumatici da Stress con ansia, insonnia, fobie, paura del contagio. Durante il lockdown era molto forte la paura del virus ma il confinamento faceva sentire protetti, dopo invece c’è stata un’esplosione di crisi ansioso-depressive. Questo naturalmente, lo abbiamo attribuito non solo alla riapertura ma anche a quanto vissuto durante il lockdown, poiché è stata una situazione di emergenza in cui tutti si sono adattati e che hanno affrontato dando fondo a tutte le proprie energie e le risorse mentali per riuscire a vivere una situazione così inconsueta. I bambini ne hanno risentito di meno, poiché erano contenti di stare con i propri genitori. Invece, ne hanno risentito di più gli anziani che non hanno potuto incontrare i loro familiari e le donne che hanno avuto un carico enorme in famiglia: l’assenza della scuola per i propri figli, la convivenza forzata, lo smart-working. Tuttavia, come sappiamo, nell’emergenza, le persone si adattano. Quello che succede dopo, è legato alla difficoltà ad entrare in una modalità psicologica di “cessato pericolo”, dall’altro le angosce e le paure messe da parte, sono venute fuori in modo torrenziale e inaspettato”.

Quanto è importante avere una rete di colleghi?

“È fondamentale avere una rete di colleghi e colleghi-amici con cui poter lavorare insieme, con cui poter continuare a studiare in gruppo, a cui poter riferire le proprie riflessioni e con i quali anche poter esprimere le proprie difficoltà. Ciò mette in moto una capacità di pensare, la amplifica e la rende più profonda.  Da questo lavoro insieme, è nata l’idea di poter trasformare in un libro i nostri scritti, in modo da poter condividere anche con altre persone questa nostra esperienza in un momento unico e irripetibile. In questo straordinario lavoro, fatto di scrittura, di riflessioni, di raccolta delle più significative testimonianze nel libro, ci siamo occupati anche della traduzione, poiché, in un primo momento, ognuno aveva scritto nella propria lingua, essendo analisti provenienti da molti paesi del mondo”.

I pazienti hanno avuto comportamenti diversi nei vari periodi della pandemia?

“Ci sono state varie fasi. In un primo momento, durante il lockdown, i pazienti hanno reagito in base al proprio carattere e al disturbo di fondo per cui stavano facendo il loro trattamento psicoanalitico. Alcuni preferivano stare a casa e altri si godevano le poche uscite assaporando il silenzio della città. Tutti hanno riflettuto a quello che stava accadendo. Le persone claustrofobiche hanno sofferto molto nel vivere rinchiusi in spazi stretti, gli agorafobici invece sono stati meglio. Il lockdown è stato un momento in cui si è anche osservato che più gravi erano i disturbi dei pazienti e meno severi erano i sintomi”.

È stata un’esperienza che ha cambiato qualcosa in modo “definitivo”?

“La pandemia ha decisamente cambiato il modo di vivere e di pensare non soltanto degli psicoanalisti e dei loro pazienti, ma delle persone in generale poiché non è stato possibile ignorarla e perché sono ancora richieste le  misure di prevenzione, dalle mascherine ai vaccini”. E’ una capacità di pensiero critico, è possibile far tesoro delle cose nuove che proprio la crisi ha provocato.

Quando un avvenimento provoca dei danni?

“Quando lo si nega o lo si rimuove, quando si va avanti facendo finta di niente, come se non ci fosse o come se non fosse mai successo. Ogni trauma, come le perdite e il lutto, hanno bisogno di essere elaborati ovvero di una presa di coscienza che passa attraverso il dolore, la sofferenza che però poi porta ad un cambiamento e ad una crescita personale e collettiva. Se il trauma è individuale chiaramente ognuno avrà necessità di elaborarlo intimamente, c’è chi sceglie di farlo con uno psicoanalista, altri con persone care o amici intimi. Se il trauma è collettivo l’elaborazione invece deve essere collettiva poiché le dinamiche di gruppo non sono identiche alle dinamiche individuali. L’inconscio collettivo, l’inconscio di gruppo, ha un funzionamento specifico e diverso rispetto all’inconscio individuale, ha delle proprie regole ben conosciute”.

L’esperienza del gruppo e della scrittura pensa che l’abbia cambiata?

“Sì, certamente e ritengo in meglio, mi ha sostenuto e aiutato nel momento del lockdown, permesso di riflettere e pensare successivamente. D’altro canto, i gruppi di lavoro che si uniscono per uno scopo preciso hanno sempre questa funzione di aiutare a stare meglio coloro che vi partecipano, perché pensare aiuta a star bene. Quando le cose non si conoscono, non si capiscono, non è possibile darsi una spiegazione, lì si possono annidare depressione angoscia e disorientamento. Un buon gruppo è sempre un grande aiuto, il lockdown non è soltanto quello che abbiamo vissuto ma qualunque situazione che ci isoli e non ci permetta di stare in contatto con gli altri e con le persone che amiamo. Se la solitudine è una condizione esistenziale anche desiderabile e piacevole, stare da soli invece è sempre dannoso. L’amicizia, l’affetto, avere un’ideale comune, prendersi cura degli altri e di se stessi, è sempre vincente”.

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