10/26/2020
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Silvia Rossetti: “L’insegnante è come una matrioska, contiene tanti mestieri dentro”

di Marisa Iacopino

Con le parole si avventura in territori coinvolgenti, compie destrezze narrative scandagliando i recessi della natura umana. Lei si chiama Silvia Rossetti, insegna lettere, è giornalista pubblicista e scrittrice. Dice che l’insegnante è come una matrioska, contiene tanti mestieri dentro. “Giorni da prof”, edito da L’Occhio di Horus è il suo libro d’esordio.

Si tratta di un saggio o di un diario?

“Il libro ha una doppia anima. Una prima parte dove l’io narrante è una ‘prof’ che racconta quasi in forma di cronaca episodi tratti dalle sue giornate ‘sul campo’. Nei diversi capitoli si approfondiscono vicende che riguardano la scuola, ma in realtà investono l’intera società. La classe è il microcosmo dove le criticità del nostro vivere emergono in maniera più evidente. Nella seconda parte del libro si trovano riflessioni in margine ai nodi educativi attuali. Anche questi riguardano l’intera sfera sociale. Inizialmente avrei voluto scrivere un saggio, ma poi mi è sembrato che la mera analisi non sarebbe stata adeguata a descrivere una realtà tanto “umana” come la scuola”. 

Quante volte ti è capitato di trasformare in un giovane l’avversione per lo studio in voglia di conoscere?

“L’avversione per lo studio non è mai realmente radicata. Spesso è una maschera, un sintomo che nasconde un disagio. Il rapporto docente-discente per essere efficace deve necessariamente assumere il profilo di una ‘relazione educativa’ che presuppone l’ascolto profondo dell’altro, oltre che la trasmissione dei saperi, e anche una buona dose di empatia. Tutte le volte che sono riuscita a stabilire una buona relazione educativa e una corrispondenza affettiva con un ragazzo, allora ho avuto dei risultati soddisfacenti. A qualcuno sono riuscita a passare la fiammella per accendere il desiderio della conoscenza”. 

Le famiglie sono solidali con i professori o nemiche?

“Dipende. A volte ci sostengono e ripongono in noi grande fiducia, altre volte ci fanno una serrata opposizione. Molto dipende dal rapporto che si riesce a instaurare con loro fin da subito e dalla chiarezza e coerenza della nostra comunicazione nei loro confronti”.

Viviamo un tempo in cui troppo spesso i consumi si contrappongono ai valori, lo storicismo umanistico sostituito dalla scientismo tecnologico. Pensi che tutto questo possa essere la causa della deriva più o meno consapevole della nostra società?

“Questa domanda è particolarmente interessante in un momento come questo, nel quale – a causa di una emergenza sanitaria – ci troviamo a riparametrare il nostro vivere. Fino a qualche mese fa abbiamo avvertito fortemente l’insidia dell’invasione tecnologica. Abbiamo osservato i nostri figli esserne risucchiati dalle spire. Oggi credo che il momento storico che stiamo vivendo contribuirà a ricalibrare il ruolo della tecnologia, anche rispetto alla memoria storica e all’umanesimo stesso”.

C’è chi sostiene che il linguaggio dei social potrebbe creare un corto circuito nel cervello, soprattutto dei giovani. Oltre a impoverire la lingua, questo comporterebbe un cambiamento strutturale nell’organizzazione dei pensieri, rendendoli più schematici, bianco/nero, senza sfumature…

“Su questo argomento ci sono molte posizioni. Alcuni sostengono che il linguaggio si stia impoverendo, altri semplicemente che il nostro modo di comunicare stia attraversando una profonda trasformazione. Non so se i pensieri dei nostri giovani siano più schematici, sono senz’altro più veloci dei nostri e anche più mutevoli, ‘liquid’ come direbbe Bauman. I nostri figli hanno un modo di pensare differente dal nostro”.

Dopo  l’isolamento protratto cui siamo tutti sottoposti per motivi  sanitari, pensi potranno esserci cambiamenti in noi? Se sì, come? 

“Sono fiduciosa. Credo che questo virus terribile ci abbia colpito nelle nostre certezze e anche un po’ nella nostra supponenza di uomini e donne del futuro. Ne usciremo cambiati per forza, se non altro nel nostro stile di vita che dovrà adeguarsi (e già si adegua) a nuovi ritmi e organizzazioni. Soprattutto i lunghi giorni di quarantena ci hanno immerso in una intimità con noi stessi che probabilmente per molti era inesplorato e ci ha fatto riconsiderare il valore del tempo. Anche la scuola ha messo in atto nuove strategie di comunicazione e apprendimento, avvalendosi della tecnologia, e probabilmente il suo ruolo in questo frangente è stato riconsiderato dall’intera società”.

Progetti in fieri?

“Il libro è un esperimento e un esordio. E’ stato scritto quasi parallelamente a un romanzo che affronta sempre, da una angolazione completamente diversa, il tema della genitorialità, dell’educazione e dell’adolescenza. Il romanzo è ancora in revisione, ma quasi ultimato. Spero che possa vedere la luce in forma di libro entro l’anno corrente”.

Se dovessi pensare con un colore alla scuola di domani?

“Per la scuola mi piacerebbe un rosso vivo: il colore della vita che pulsa”.

Pagine cariche di emozioni, da un’autrice che dice di avere la testa da intellettuale e le mani da meccanico. 

“E il cuore, prof?” la incalzano i suoi giovani studenti – “Il mio cuore ha le vostre facce, il mio cuore siete voi”.  

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