07/10/2020
HomeCulturaVittorio Eboli: “Sono non napoletano ma di Napoli”. Il giornalista di SkyTG24 si racconta

Vittorio Eboli: “Sono non napoletano ma di Napoli”. Il giornalista di SkyTG24 si racconta

Nato a Napoli nel 1978, la sua professionalità e la sua simpatia entrano nelle case degli italiani tutti i giorni. Giornalista targato SkyTg24, multitasking, ma con un amore infinito verso l’economia, Vittorio Eboli si racconta sulle pagine di GP Magazine.

di Simone Mori

Vittorio, innanzitutto mi piacerebbe che tu ci raccontassi qualcosa di te e di come hai iniziato ad amare il giornalismo.

“In modo molto fanciullesco e poco razionale. Ero bambino a Napoli, negli anni ’80, all’epoca di Maradona la città era un vulcano di una passione che respiravi 7 giorni su 7. Aspettavo il lunedì per leggere quelle imprese sul Mattino. Io abitavo vicino allo stadio ma non mi ci portavano mai. Ci passavo, lo guardavo e pensavo: ‘i giornalisti ci vanno, e li pagano pure per vedere il Napoli. Che fortuna! E’ il lavoro più bello del mondo’. Ed eccomi qui. Non ho mai voluto fare altro, anche se poi di sport mi sono occupato solo agli esordi”.

Molto spesso, nella veste di conduttore del Tg, devi dare notizie brutte. Io però vorrei chiederti qual è stata ad oggi la notizia più bella che hai dato.

“Occupandomi prevalentemente di economia e mercati finanziari, e poco di cronaca, ho imparato questo: a parte alcune notizie oggettivamente ‘brutte’ (catastrofi naturali, omicidi, attentati ecc.), c’è una grande area di news, più di quanto può apparire a prima vista, che si entra nel campo della soggettività, può essere cioè ‘bella’ o ‘brutta’ a seconda di chi ci legge/ascolta. Una stessa notizia di tipo economico, per esempio, può essere molto positiva per me, o per il mio portafoglio, e al contempo molto negativa per chi mi siede accanto. Per tornare alla tua domanda, fui molto contento, due anni fa, di annunciare la vittoria della Reyer Venezia nel campionato di basket: era da poco mancato il mio amico e collega Federico Learini, gran tifoso della Reyer, e mi piacque pensare che lui stava gioendo da qualche parte nell’ascoltarmi. Ma di sicuro i tifosi dell’altra finalista erano molto meno contenti”.

In questo 2020 ci saranno le elezioni americane. Cosa pensi che possa accadere e chi vedi tra i dem come possibile sfidante di Trump? 

“Se i Dem non trovano un candidato che possa recuperare voti moderati, al centro per intenderci, la vedo dura per loro. Sanders o Warren potrebbero essere considerati troppo massimalisti. Forse una figura come quella di Bloomberg potrebbe avere più chance di battere Trump”.

L’economia italiana in che stato versa? Ci sono venti di bonaccia oppure dobbiamo avere paura che accada qualcosa? 

“Non siamo messi così male, qualche piccolo segnale incoraggiante c’è, seppure con una crescita troppo asfittica e un debito enorme. Dobbiamo avere paura di adagiarci sull’idea che la ‘crescita zero virgola’ sia ineluttabile. Dobbiamo fare di più: la crescita non la fanno i governi per decreto”.

Giorni fa ho sentito parlare che bisogna investire in lingotti. Che ne pensi?

“L’oro non è un ‘bene rifugio’ nel senso più proprio dell’espressione, secondo molti esperti. Non è un ‘porto sicuro’, ecco, subisce oscillazioni di valore anche molto ampi. Perciò… maneggiare con cautela!”.

Per quanto riguarda invece l’Europa, secondo te dove si potrebbe lavorare di più per renderla più forte e competitiva?

“Tema ampio. Io sono convinto che possa dare più opportunità di sviluppo (sociale ed economico) stare dentro le istituzioni europee e cercare di farle funzionare meglio che non vivere sempre col costante retropensiero che se ne potrebbe uscire e stare meglio da soli, come orami di moda. Poi dove intervenire lo si può discutere, ma anzitutto la questione è culturale – passami il termine – perché non puoi giocare davvero bene in una squadra se stai sempre pensando che staresti meglio se andassi via”.

La cronaca nera occupa molto spazio in tv. Troppo? 

“Direi di no. Forse certi dibattiti politici, poco costruttivi per il futuro dei cittadini e molto importanti per la bagarre interne alla classe politica in cerca di voti, occupano un po’ troppo spazio. Scherzo, ma non troppo”.

Quali sono i sogni che sono nel tuo cassetto ? 

“Uh, ne ho talmente tanti che ci vorrebbe un armadio. E sarebbe in perenne disordine! Anche perché sono un onnivoro, mi piace assaggiare tante cose diverse, non amo la routine e ogni tanto mi scopro a voler imparare cose nuove a cui fino al giorno prima nemmeno pensavo (che so, non sono mai andato sul parapendio, ma soffrendo un po’ di vertigini magari non lo proverò mai, per fare un esempio banale). Magari un giorno vinco alla lotteria e faccio il giro del mondo per allargare la mia mente e il mio cuore”.

Parlaci del rapporto con la tua città natale? Io credo che sia molto intimo e stretto. Sbaglio? 

“Intimo sì, e particolare. Io sono ‘non napoletano ma di Napoli’, come diceva Erri De Luca. Sono nato e cresciuto in una città che ha pochissimi epigoni al mondo, ma mio padre è abruzzese e questo mio essere ‘non 100% napoletano’ me l’ha fatta guardare sempre con un occhio da dentro, uno da fuori (e ti assicuro alle volte si finisce strabici!). Non si parlava dialetto, in casa mia, tra i miei; ero l’unico della cerchia degli amici non avere entrambi i genitori napoletani, in  una città che è ancora una ‘enclave’ da questo punto di vista. Ho avuto la fortuna di crescere a Napoli e di essere al tempo stesso un apolide. E infatti andai via dopo la laurea. Io sono un ‘napolide’, diceva De Luca: la sento molto mia questa definizione”.

Consigliaci un libro da leggere e un film da vedere.

“Il mio libro preferito in assoluto è ‘1984’ di George Orwell: è riuscito a vedere cose che stanno accadendo adesso (e che devono ancora )con decenni di anticipo, è un testo geniale e visionario che serve anche a capire la realtà di oggi, impossibile non leggerlo e non amarlo! Sui film, che dire, impossibile indicarne uno solo, ne ho amati tanti anche a seconda dell’emozione dle momento: per non sbagliare, ti direi: qualsiasi pellicola girata da Stanley Kubrik. Specie quelle meno famose”.

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