03/01/2024
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Calo natalità in Italia: “In aumento padri e madri di figli unici”

di Marialuisa Roscino –

Si fanno sempre meno figli in Italia. Quali sono le ragioni? Ne parliamo con la dottoressa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalítica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association

Dottoressa Lucattini, in un suo recente intervento, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha detto che “la coesione sociale del Paese si misura sulla capacità di dare un futuro alle giovani generazioni, creando un clima di fiducia. La struttura demografica italiana manifesta uno squilibrio che deve richiamare l’attenzione”. I recenti dati Istat del resto, parlano chiaro. Nel 2022 ci sono stati 393 mila nati, il dato più basso dal 2008. Dal suo punto di vista come mai in Italia si è arrivati a questa situazione? Crede che la pandemia sia stata una causa di questo calo così importante delle nascite?

“Il fenomeno non è nuovo, adesso i livelli di denatalità sono allarmanti, è già da molti anni che vi è un progressivo calo delle nascite, le ragioni sono sia psicologiche che sociali. Certamente, la pandemia non ha aiutato poiché aumentato il senso di incertezza e di precarietà anche esistenziale. Scegliere di essere genitori implica sentirsi sicuri di sé stessi, avere fiducia nel futuro, sulla propria capacità di migliorare e di stare al mondo a pieno diritto. Inoltre, è necessario avere fiducia di potersi affermare ognuno nel proprio ambito e anche di avere la forza economica per mandare avanti una famiglia senza sacrifici logoranti e dare ai figli buone prospettive di studio e di vita”.

Tra i motivi che portano a non fare figli, sono in vetta dunque quelli economici. Eppure, anche chi si trova in condizioni migliori fatica a fare questo passo. Si tende a fare i giovani anche oltre i 40 anni, senza voler mai rinunciare a svaghi e divertimenti. Possiamo definirla una sindrome? E soprattutto da cosa nasce?

“Con lo spostamento in avanti per lo studio e per la possibilità di trovare un lavoro e una casa, nel momento in cui si realizzano queste cose basilari il primo desiderio è riuscire ad avere qualche soddisfazione con le proprie forze. Quindi, viaggiare, conoscere il mondo, poter accedere a dei servizi migliori o di eccellenza, dalla moda, all’avere un’automobile che implica autonomia, tutti questi fattori divengono dei bisogni primari. Quando poi si è in coppia e  si è trovato il partner giusto per la propria vita, si ha il desiderio di consolidare il rapporto, sapendo che i figli poi diverranno il centro della propria esistenza e che la coppia in quel momento deve essere ben solida. I motivi principali per cui i figli vengono rinviati, da un punto di vista psicologico sono la consapevolezza che, come genitori, devono essere forti e che l’impegno da dedicare ai figli deve essere tanto, in termini di tempo, di attenzione, di partecipazione. Il procrastinare è dovuto anche alla consapevolezza di tutto ciò che implica avere famiglia e che cosa sia necessario fare, come genitori, perché i figli siano cresciuti e tirati  su bene”.

Da un punto di vista psicoanalitico, quali sono le principali conseguenze di questa situazione sulle singole persone?

“Il problema non è lo studio, i giovani sanno che per avere un impiego è necessario professionalizzarsi e che più si studia e migliori e maggiori sono le possibilità di trovare un lavoro non solo soddisfacente, ma anche stabile. La criticità è data dal senso di incertezza causato dalla pandemia da Covid-19, dalla guerra tra Ucraina e Russia, che non sembra assolutamente decrescere alle porte nel cuore dell’Europa e una preoccupante crisi economica, che i giovani hanno ben presente. L’insieme di queste situazioni determina una insicurezza, può accentuare le fragilità, disturbi di personalità e soprattutto provocare una depressione strisciante che toglie energia, riduce la capacità di applicarsi, fa sentire soli e limita le iniziative. Non mi riferisco alla depressione clinicamente rilevante, perché in quel caso i giovani si rivolgono ad uno psicoanalista, ma a quelle forme subcliniche, le depressioni striscianti di cui non c’è piena consapevolezza, ma che hanno delle ripercussioni importanti sulla qualità della vita”.

Un altro aspetto da non sottovalutare è che molti diventano i genitori a tarda età, spesso oltre i 40 anni. Quanto può essere difficile il divario di età tra i nuovi nati e i genitori? E soprattutto che tipo di conseguenze può comportare?

“Dopo i quarant’anni, il problema è averli i figli, poiché si riduce la fertilità, sia negli uomini che nelle donne. Da un punto di vista psicologico, i genitori grandi hanno una maggiore capacità di occuparsi dei figli, hanno in parte realizzato i propri obiettivi professionali, sono in carriera e più stanchi, ma scelgono di averli.  Il problema si pone quando non ci sono aiuti sufficienti come asili-nido e una rete sociale solida, per cui il carico dell’educazione e della crescita dei figli è esclusivamente sui genitori che sono nel pieno della propria realizzazione professionale e a cui non possono sottrarsi. Vale la pena ricordare che il carico maggiore è sempre delle donne e che dopo un figlio soltanto il 18% delle donne prosegue l’attività lavorativa proprio per la mancanza di asili nidi e del supporto dei nonni che ancora lavorano, oppure sono troppo anziani per occuparsi dei nipoti”.

Per restare in tema, un altro aspetto importante da non sottovalutare è che molti bambini spesso, proprio per il divario di età, non arrivano a conoscere neanche i propri nonni.  Anche in questo caso, quando può incidere negativamente l’assenza della figura dei nonni?

“Certamente, non essere cresciuti con i nonni, non avere questo contatto frequente con loro è una grande perdita per i bambini. I nonni hanno tutte quelle capacità dei genitori, ma sono molto più liberi, poiché non sentono la responsabilità educativa, che correttamente rimandano ai propri figli. Non avere i nonni è perdere anche la memoria storica della propria famiglia, l’esperienza transgenerazionale e la saggezza data dal tempo e dall’esperienza. Inoltre, i nonni sono i custodi della memoria familiare e delle tradizioni. Non poterli frequentare o non averli è senz’altro una fonte di tristezza per i bambini. C’è da tenere in conto che anche i genitori che a loro volta non possono contare sui propri genitori, sono più in affanno. Anche se possono avere elaborato il lutto della perdita, qualora non ci fossero più, si sentono comunque più soli. Se i genitori sono anziani, se ne devono occupare, il tempo e lo spazio mentale per occuparsi dei figli si riduce. Tutti questi elementi rendono i nuclei familiari più isolati e la necessità di una rete sociale allargata si impone come necessaria”.

Dal suo punto di vista, su quali aspetti bisognerebbe agire per arginare questo problema del calo delle nascite? 

“Mettere un giovane in condizioni di scegliere. È necessaria un’informazione capillare, spiegando che la fertilità si riduce dopo i trentacinque anni, molti giovani non lo sanno. Incrementare la cultura della famiglia, avere dei figli è una delle cose più belle della vita nonostante la fatica fisica e l’impegno psicologico. Fare un’informazione psicoanalitica già alle scuole e all’università sull’essere genitori e sul funzionamento della propria mente e della mente infantile. L’istinto e il desiderio di maternità e paternità nascono in adolescenza, è quindi necessario un intervento dalle scuole superiori in poi. Istituire un “bonus psicoanalisi neonatale”, madre-bambino e padre-bambino, in modo che i genitori si possano rivolgere ad uno psicoanalista durante la gravidanza e proseguire e l’analisi durante il primo anno di vita. Nei paesi in cui questo c’è, come la Svezia, aiuta molto le giovani coppie ed è una prevenzione rispetto alla depressione post partum e una prevenzione primaria rispetto ad ansia e depressione nel bambino. Fornire i giusti strumenti per affrontare la maternità, come puericultrici a domicilio, per esempio, per le neomamme e i neopapà. Introdurre il “bonus maternità”, in cui tutto l’essenziale per il neonato viene dato alle giovani coppie gratuitamente, dal passeggino, al lettino,  ai pannolini, al latte artificiale, pappe, ecc. Creare asili nidi in un numero sufficiente e anche sul posto di lavoro. Poter avere un aiuto specializzato con i bambini è essenziale come è importante poter far visita ai propri figli nelle pause lavorative. Aumentare il periodo di maternità obbligatoria e facoltativa, sia per il papà che per la mamma, poiché durante tutto il primo anno di vita i bambini e i genitori hanno bisogno di stare insieme. Dare anche ai nonni che lavorano la possibilità di usufruire di un congedo parentale per la cura dei nipoti. Favorire la cura dei bambini fino a sei anni di vita con permessi ad hoc, è noto che i bambini in quella fascia di età si ammalano più spesso, quando iniziano la socializzazione nell’asilo nido e poi nella scuola dell’infanzia”.

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