12/08/2022
HomeAttualitàPsicoanalisi e arte: “La magica installazione dei simboli fantastici”, di Maduria Kali Prakash-Agostini. Intervista alla dottoressa Adelia Lucattini

Psicoanalisi e arte: “La magica installazione dei simboli fantastici”, di Maduria Kali Prakash-Agostini. Intervista alla dottoressa Adelia Lucattini

di Marialuisa Roscino –

L’esperienza artistica (come pratica e come fruizione) è considerata, nella nostra cultura, una dimensione separata dalla vita quotidiana e prerogativa di “specialisti” detentori di un sapere difficilmente accessibile. Riportare tale dimensione alla luce della quotidianità dell’esperienza di ogni essere umano, può essere un obiettivo della psicoanalisi? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psycoanalytical Association.

Per la prima volta viene pubblicato in Italia un volume dedicato alla pittrice e poetessa Madhurya Kali Prakash-Agostini. In “La magica installazione dei simboli fantastici”, a cura di Lucia Elisabeth Gallie, trovano posto poesie e opere dell’artista. L’edizione italiana è stata tradotta da lei e da Alberta Piroci. Come nasce l’idea di far conoscere al pubblico italiano l’opera di Madhurya Kali Prakash? L’artista è attiva sul piano nazionale e internazionale da molti anni ed alle spalle numerose mostre e installazioni a Milano, Venezia, Napoli, Firenze, Barcellona, Londra, New York, Caen, Parigi. Inoltre, è anche scrittrice, poetessa e performer, con alle spalle una solida formazione in Yoga. Questo libro nasce dal tema dei “Simboli fantastici” il cui significato l’autrice stessa ha spiegato all’interno del volume e che hanno trovato una loro collocazione nel parco delle foreste casentinesi durante alcuni Festival. Una caratteristica peculiare di Madhurya Kali Prakash è di accompagnare ogni sua opera con un brano scritto che la spiega e descrive come l’immagine abbia preso vita nella sua mente, in quali circostanze, come si sia sviluppata e infime quale realizzazione grafica abbia trovato. Alcune opere, inoltre, alcune sono accompagnate da poesie originali o già raccolte in altre pubblicazioni. La capacità di far avvicinare e rendere partecipe il pubblico del processo creativo, inserito nel contesto specifico delle toscane Foreste del Casentino da cui l’artista proviene, la rendono particolarmente interessante per chi voglia avvicinarsi all’arte e comprendere meglio le opere d’arte nel loro divenire. Inoltre, poiché in questa pubblicazione vi sono disegni astratti, anche se con degli agganci e dei punti di contatto con simboli noti al grande pubblico, hanno un interesse anche dal punto di vista psicoanalitico.

“Viaggio fantastico nella “Terra di mezzo” – La magica installazione dei Simboli Fantastici” di Madhurya Kali Prakash” è il saggio da lei firmato, in cui esplora l’universo dell’artista attraverso il rapporto tra psicoanalisi e arte. Da dove nasce questa sua intuizione di esplorare questo aspetto di Kali Prakash?

“In questo libro, mi ha particolarmente colpito che l’artista esplori graficamente e artisticamente l’aspetto simbolico della natura e di diverse culture.  Ho trovato particolarmente interessante anche il processo che nel tempo ha portato l’artista all’acquisizione di un nuovo nome, dalle prime opere in cui ha utilizzato il proprio nome di battesimo e familiare, Roberta Agostini, a Roberta Kali Agostini in alcune opere successive, per approdare ad un nome d’arte intessuto di ricchi elementi identitari che si sono andati progressivamente integrando e saldando con l’identità originaria, approdando al nome ricco di significato con cui firma questo suo ultimo libro,  Madhurya Kali Prakash. Nel nome stesso, è racchiuso il processo di maturazione personale e artistica dell’autrice: Madhura ‘Dolce’, Kali (dal sanscrito Kala) “Dea del Tempo” e Prakash “Luce degli astri che disperde l’oscurità”, sono il frutto di un lungo percorso in cui studio, riflessione personale, arricchimento spirituale e libertà espressiva, s’intersecano creativamente e la rappresentano come artista e come donna”.

L’esperienza artistica (come pratica e come fruizione) è considerata, nella nostra cultura, una dimensione separata dalla vita quotidiana e prerogativa di “specialisti” detentori di un sapere difficilmente accessibile. Riportare tale dimensione alla luce della quotidianità dell’esperienza di ogni essere umano, può essere un obiettivo della psicoanalisi?

“Sì, lo è senz’altro. Lo stesso Freud afferma che ‘La funzione dell’arte nella società è edificare; ricostruiamo quando esiste un pericolo di crollo’. Contrariamente a quello che si crede l’arte da sempre è uno strumento di comunicazione e gli artisti sono i detentori di alcune tecniche specifiche ma anche qualità personali che permettono la trasmissione di un sapere che è individuale, gruppale e collettivo al tempo stesso. Nell’antichità come nel Medioevo e anche successivamente nel Rinascimento, gli affreschi e i dipinti erano un modo di raccontare delle storie attraverso le immagini. Quest’eredità oggi è stata raccolta dal cinema, dalla televisione, dalle nuove forme artistiche che sono si sono sviluppate dal 1800 in poi. Oggi ci sono installazioni e costruzioni architettoniche che hanno una funzione puramente artistica. La stessa capacità comunicativa anche se a livelli diversi, hanno il teatro, la danza, la musica sia questa classica o moderna. Tutte queste discipline avendo la loro fonte principale nell’inconscio individuale e collettivo, sono oggetto di studio e ricerca psicoanalitica che si fa tramite e permette a tutti la comprensione del significato inconscio delle opere d’arte ma anche della risonanza che hanno in noi. Questo avviene attraverso la spiegazione dei significati inconsci che altrimenti non sarebbero conoscibili per via cosiddetta ‘naturale’ per la struttura stessa dell’inconscio.  La nostra mente ha infatti un funzionamento ben noto è specifico che non permette nella vita quotidiana di avere un accesso diretto, una comprensione chiara, e automatica delle dinamiche e dei pensieri inconsci”.

Il rapporto tra l’arte e la terapia psicoanalitica è stato nel tempo studiato da molteplici personalità, che hanno dimostrato una relazione diretta tra le varie forme dell’esperienza artistica e la psiche. Qual è il suo punto di vista al riguardo?

“La psicoanalisi ha da sempre un rapporto privilegiato con tutte le forma di espressione artistica poiché nell’arte l’inconscio si manifesta in modo diretto, chiaro arrivando per una via regia all’inconscio di chi le guarda. Dal punto di vista dell’artista, questi usa la propria mente come uno strumento per produrre le proprie opere esattamente come lo psicoanalista usa la propria mente come strumento per svolgere bene il proprio lavoro, come il chirurgo usa il bisturi come strumento della sua professione o il medico interno il fonendoscopio. Bion parla chiaramente del rapporto che c’entra il pittore che osserva la natura e poi la rappresenta in un quadro e lo psicoanalista che ascolta il paziente e poi guarda le immagini che appaiono nella propria mente trasformandole in pensieri e parole aiutano il paziente a comprendere, a comprendersi e a trovare le risorse per affrontare le proprie difficoltà, crescere, aiutarsi. Inoltre, l’arte facilita la vicinanza ma anche la mobilitazione di emozioni positive rivitalizzando dall’interno. Nel caso, invece, di tristezza e angoscia l’arte contribuisce a trasformare il dolore attraverso un “’medium’, un intermediario, L’espressione artistica di qualunque tipo, pittorica scultorea, musicale, letteraria, teatrale, etc. L’arte può essere anche un buon mezzo per organizzare la sensazione di vuoto Poiché funge da contenitore. L’arte è in grado di trasformare ansia, tristezza, malinconia anche inconsci e renderli ‘digeribili’ per la mente. Questo, accade certamente all’artista, ma anche in tutti coloro che si nutriamo di essa, poiché non solo tranquillizza, ma porta a riflettere e pensare”.

A proposito delle opere di Madhurya Kali Prakash, lei sostiene che “creano uno spazio mentale condiviso costituito dalla mente dello spettatore che in esso s’immerge e che si trova istantaneamente proiettato in uno spazio transizionale”. In che modo, l’artista riesce a raggiungere lo sguardo dello spettacolo? Influisce anche la tecnica di disegno utilizzata?

“Indubbiamente, la tecnica utilizzata ha un ruolo molto importante, i segni grafici infatti creano un confine netto e definito che delimitano uno spazio che è al tempo stesso reale poiché rappresentato graficamente nel disegno e dal disegno ma anche simbolico poiché rappresentano un concetto o un oggetto stilizzato. Questa caratteristica di essere reale e mentale al tempo stesso è quello che Winnicott definisce ‘oggetto transizionale’ che è nella realtà. Il disegno stilizzato che, rappresenta la ‘luna crescente con una stella’, è sulla carta e al tempo stesso richiama alla mente dello spettatore l’immagine della luna crescente con la prima stella a cui si accompagna appena sorge. Il foglio di carta su cui è stampato, è uno spazio transizionale poiché il disegno si trova sopra quel foglio ma al tempo stesso e anche un’immagine nella mente di chi lo guarda. L’artista è quindi, un tramite tra la fantasia e la realtà: prima di disegnarlo lo ha pensato e visto nella propria mente. Ogni opera d’arte esprime sempre il punto di vista dell’artista, la tecnica che usa ha un significato specifico. L’acquarello dai confini sfumati permette proiezioni da parte di chi lo guarda, mentre il disegno in bianco e nero a china dà una sensazione di maggior tranquillità poiché ogni segno che traccia un confine netto, inconsciamente delimita le nostre emozioni. Il fatto che i disegni siano di colore nero su un foglio bianco, accompagnati da un titolo che dalla data in cui sono stati fatti aiuta a immedesimarsi e identificarsi con l’artista. Senz’altro colpisce che vedendoli in sequenza come se fossero tanti fotogrammi esprimono un forte dinamismo, l’effetto del colore bianco stempera la forza del colore nero, tranquillizzando”.

In questo contesto come si inserisce l’attività simbolica?

“La psicoanalisi da sempre si occupa e studia i processi psichici della trasformazione del segno e simbolo, e dei fenomeni che portano alla simbolizzazione cioè alla formazione pensiero astratto che è nutrito e intriso da emozioni, sensazioni, percezioni sensoriali anche inconsce che ci derivano da tutti e cinque i sensi e che costituiscono una base importante di tutte le esperienze personali. La psicoanalisi è nota soprattutto una cura per disturbi psicologici e malattie mentali ma come già lo stesso Freud scriveva, la psicoanalisi ha anche come suoi ambiti di applicazione, solo per citarne alcuni l’arte, la letteratura, il cinema, la scuola di cui mi occupo da anni con i colleghi della Società Psicoanalitica Italiana e della Société Psychanalytique de Paris, e con ricercatori dell’Université Paris 3 – Sorbonne Nouvelle e dell’Université di Caen Normandie”.

Quanto attinge Madhurya Kali Prakash dall’universo fantastico? La sua “Terra di mezzo” si rifà a quella di tolkeniana memoria?

“L’artista attinge ai miti più arcaici propri delle antiche religioni di cui profonda conoscitrice, che fanno parte della sua ricerca di studiosa e che sono il suo nutrimento intellettuale e artistico. I ‘Simboli Fantastici’ sono l’espressione contemporanea mediata dall’artista dei miti e dei simboli antichi che sono riusciti a sopravvivere al tempo lasciando tracce di sé e arrivando ai nostri giorni, anche se talvolta “imbavagliati oppure mutilati” nell’antichità come nella storia più recente. L’artista si dice ‘alla ricerca in ogni dove degli antipodi più ancestrali che vanno dal culto della Dea propria delle società matrifocali e matrilineari degli inizi della storia’ che racconta e rappresenta attraverso il proprio vertice di osservazione. Nell’installazione che ha preceduto il libro Madhurya Kali Prakash è interessata a rappresentare i simboli che la colpiscono particolarmente così come sono, ‘tali e quali, rivisitati e/o miscelati ad altri’. La rappresentazione grafica è sempre preceduta da un’approfondita ricerca e uno studio dettagliato di ognuno dei ‘Simboli Fantastici’ che l’artista ha scelto per questa pubblicazione”.

La “Terra di Mezzo” a cui mi riferisco, prende ispirazione dai romanzi di Tolkien e in particolare dalla “Regione di Arda”, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese in cui si svolgono interamente “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli”, e in parte “Il Silmarillion” e i “Racconti incompiuti”.

Mi ha particolarmente colpito che Tolkien abbia scritto più volte che la “Terra di Mezzo” si trovi sulla nostra Terra e l’abbia collocata in un passato immaginario, circa seimila anni fa, sia ne Il Signore degli Anelli che nelle lettere. Inoltre, Hobbiville è collocata dallo scrittore nella stessa latitudine di Oxford. Ho trovato particolarmente stimolante quando in un’intervista parlando di Midgard e Middle-earth, Tolkien ha affermato che “non si tratta di un pianeta fantascientifico” ma di un luogo immaginario “un vecchio affascinante termine usato per indicare il pianeta in cui viviamo, immaginato circondato dall’oceano”. Tolkien attribuisce valore alla parola stessa trasformandola così nello “spazio transizionale” di Winnicott poiché per il lettore esiste nella realtà in quanto ricorda per assonanza, per come la si pronuncia e per il suo stesso suono, un luogo che esiste realmente e al tempo stesso è la rappresentazione mentale di un luogo immaginario che esiste nella mente dello scrittore e del lettore.
La parola, il segno, il simbolo gli elementi portanti, centrali, dei “Fantastic Symbols” di Madhurya Kali Prakash.

Condividi Su:
Matteo Luciani: “U
Leonardo Mendolicchi

redazione@gpmagazine.it

Valuta Questo Articolo
NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO