GP Magazine marzo 2016



more No Comments aprile 8 2016 at 14:15


Clizia Fornsasier: “Dall’amore con Attilio nasce la scelta del nome Blu per nostro figlio che è in arrivo”

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La vedremo nella prossima stagione autunno-inverno nella fiction “Di padre in figlia” nel ruolo di Nadia, una lavoratrice della distilleria, location principale di tutti gli eventi di questa saga familiare. Inoltre Clizia ha progetti musicali con il suo compagno e adesso come priorità c’è la nascita del suo primogenito Blu.

di Silvia Giansanti

Il dolce è troppo dolce e il piccante è troppo piccante, Clizia è per i sapori semplici. Non possiamo non stimare chi arriva ad alti livelli, mantenendo i piedi ben saldi per terra, senza dimenticare le origini. Ne è l’esempio la giovane attrice che è partita dal concorso di Miss Italia edizione 2004, incoraggiata dal padre, strano ma vero. Profonda, semplice e con la voglia di prendere a morsi la vita, ci ha regalato questa intervista mentre nel pancione qualcosa mi muove…

Clizia, dando un’occhiata alla tua biografia, mi sembra di capire che all’inizio hai puntato molto sulla bellezza.

”Ho partecipato al concorso di bellezza Miss Italia per fare un regalo a mio padre, che, caso strano, ha sempre desiderato che vi partecipassi. Mi sono sentita in imbarazzo quando è stato preso in considerazione il mio lato estetico, perché in realtà non mi sono mai presa sul serio. Dentro sono più clownesca che reginetta. Sono riuscita comunque ad arrivare in finale e ad iniziare il mio percorso di attrice”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che ce l’avresti fatta?

“Si ha continuamente bisogno di questi momenti. Ho sempre sperato di andare avanti come attrice. Tre anni fa ho sostenuto un provino a Venezia per ‘Il diavolo veste Prada’ e il regista insieme al suo casting mi hanno detto che ero un’attrice eccellente e lì ci ho creduto veramente”.

Hai obiettivi precisi o preferisci lasciare al caso?

“Lasciare completamente al caso no, anche se mi sono resa conto che è inutile fare progetti troppo definiti perché nella vita può accadere di tutto. Il mio obiettivo rimane lo stesso, percorrere questo sentiero, affermandomi potendo anche affrontare ruoli diversi per poter dare del mio”.

Dove ti senti pienamente te stessa?

“Nella scrittura, ho pubblicato anche un romanzo. Le idee non mi mancano mai”.

La tua filosofia di vita?

“Una frase che mi ripeto spesso è ‘sono fiera del mio armadio’, nel senso che sono disordinata e ho tante cose dentro. Il fatto di essere libera da segreti oscuri, mi rende fiera di avere un percorso alla luce del sole”.

Hai debuttato al cinema con “Notte prima degli esami – Oggi”, sei d’accordo sul fatto che la vita sia piena di prove? Com’è la tua?

“Assolutamente sì. Crescendo mi sono resa conto che sono andata anche oltre a certi limiti che mi ero data. Ogni volta che si sperimenta qualcosa di nuovo, si è sempre sotto un occhio scrutatore. E’ un continuo esame per una persona libera come me che si può permettere di osare un po’”.

A chi sei molto legata nel tuo ambito lavorativo?

“A Emanuela Grimalda, ad Adelmo Togliani, figlio di Achille e al grande Carlo Verdone”.

Sei nata nella città di Alex Del Piero, lo conosci bene?

“A dir la verità no, anche per differenze generazionali”.

Com’era la tua vita prima di tutto questo?

“Ero una studentessa molto diligente. Sono cresciuta in un paese molto piccolo di nome Arcade e quindi ho condotto la vita semplice di una ragazza di campagna”.

Sei riuscita ad integrarti bene in una città così caotica e immensa come Roma?

“Sì, all’inizio i miei parenti avevano il timore di lasciarmi andare in una città così. Sono riuscita a vedere Roma costituita da tanti piccoli paesi, i quartieri. Non ho notato diffidenza da parte dei romani che hanno una notevole capacità di adozione. Ormai è una città di tutti. Ho sempre desiderato venire nella Capitale ma mio padre non mi ci ha mai portato e allora sono venuta da sola”.

Cosa ami in particolare?

“Sei in città ma ci sono polmoni verdi stupendi come le sue ville che ti consentono di scappare dai rumori. Amo anche i suoi silenzi notturni”.

Quali sono i tuoi gusti musicali?

“Sono stata da sempre attratta dalle colonne sonore e comunque ascolto un po’ di tutto, da Battisti ai gruppi più sconosciuti”.

Opere cinematografiche o teatrali che ti interessano?

“Sicuramente ci sono certe tematiche che hanno potere sulla mia immaginazione. Ho deciso di diventare attrice vedendo un film fantasy del 1986 ‘Labyrinth’. Quando nei film c’è di mezzo il tema dell’infanzia, vengo catturata. Cito anche tra gli altri ‘Mammina cara’ con Faye Dunaway. Ho anche una grande passione per Dario Argento e sono attratta dai film movie italiani anni ’70 che sono una fucina di idee incredibili”.

Sei una persona che riesce ad essere felice con poco?

“Sì, sono molto semplice e adoro le piccole cose, non tanto perché mi accontento di poco, ma perché ci trovo un calore grande dentro”.

Da dove deriva la scelta del nome Blu per il tuo bimbo che sta per nascere?

“Da romanticherie legate alla storia d’amore con Attilio. Il blu è uno dei tre colori fondamentali ed è il colore delle cose più belle che uno possa immaginare. Mi piace anche come suona questo nome”.

Come hai conosciuto il tuo compagno e cosa ti ha colpito di lui?

“Ci siamo conosciuti in un programma televisivo che era ‘Tale e Quale Show’, mascherati completamente. Quello che mi ha colpito di lui è stato il modo di lavorare molto simile al mio”.

A proposito di “Tale e Quale Show”, da dove nasce la passione di imitatrice?

“In casa fin da ragazzina, quando imitavo i parenti e le scene di famiglia e poi a scuola. Ecco perché, come ti dicevo, non mi sono mai presa sul serio esteticamente parlando”.

Credi nel destino?

“Nasciamo con una scia e poi sta a noi seguirla”.

Hai paura del parto imminente?

“No, ci penserò al momento. Ho sempre desiderato la maternità e quindi il mio corpo è in totale armonia con il desiderio. Pensa che non ho mai avuto nessun disturbo”.

Auguri!

“Grazie”.

CHI E’ CLIZIA FORNSASIER

Clizia Fornasier è nata a Conegliano Veneto il 4 aprile del 1986 sotto il segno dell’Ariete con ascendente Leone. Caratterialmente Clizia si definisce impegnativa, leale, dolce e simpatica. Ama la liquirizia, tifa per il Verona e ha come hobby la scrittura e il disegno. Al momento non possiede animali domestici, quando però viveva in campagna aveva di tutto, dai conigli, ai criceti e perfino una tarantola. Il suo compagno è Attilio Fontana da cui aspetta un bambino di nome Blu. Il suo anno fortunato è stato il 2006 quando è avvenuto il primo ciak. La sua avventura è partita dal concorso di Miss Italia del 2004. Ha debuttato nel 2007 in “Notte prima degli esami – Oggi” di Fausto Brizzi. Nello stesso anno ha girato “Ultimi della classe” e “Grande grosso e…Verdone”. Dopo aver terminato le riprese della serie tv “Tutti pazzi per amore” nel 2009, ha preso parte nella fiction “Piper”. Nel 2010 è tra gli attori di “Un medico in famiglia 7” e due anni dopo ha lavorato nei film “La finestra di Alice”, “Tutto tutto niente niente” e “Aspirante vedovo”. Nel 2013 ha debuttato come concorrente a “Tale e Quale Show”. Nel 2015 è iniziata la co-conduzione settimanale del magazine “Top – tutto quanto fa tendenza” per Rai Uno ed è stata ospite fissa di “Quelli che il calcio”. In autunno la vedremo recitare nella fiction “Di padre in figlia”.



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Carlo Verdone: Dal libro sulla sua casa ai tanti racconti e aneddoti di vita

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In un pomeriggio mite di fine inverno, Carlo Verdone ha regalato a giornalisti, curiosi e fans, momenti indimenticabili pieni di aneddoti in una delle sontuose sale di Villa D’Este a Tivoli. Si è rivelato un evento che arricchisce dentro, se si è in grado di capirne le sfumature.

di Silvia Giansanti

Carlo è una persona profonda che adora fotografare il cielo, positiva, di cultura e di talento innato che in più di trent’anni di carriera ha saputo dimostrare. Il suo libro “La casa sopra i portici”, pubblicato qualche anno fa, dà segno della sua spiccata sensibilità, narrando in prima persona la vita familiare e i ricordi legati ad essa. Era una splendida casa situata sul Lungotevere dei Vallati 2 che, alla morte del padre, è stata restituita al Vaticano. Dentro ci sono anni e anni di storia messi nero su bianco allo scopo di far rivivere fatti e personaggi, facendo così parlare le mura per l’ultima volta. Ha definito questo libro il suo film più bello. Venuto al mondo il 17 novembre del 1950 di venerdì, è stato chiamato Carlo Gregorio su suggerimento della nonna, dopo le preoccupazioni di una mamma molto romana e superstiziosa, perché quel nome a Roma significa ‘bucio de culo’. Sua mamma non sopportava la musica di Jimi Hendrix che Carlo ascoltava ad alto volume in camera sua, definendola musica del diavolo. “Sono due le figure femminili alle quali sono rimasto molto legato; mia madre e una signora misteriosa di nome Lina che chiamavo zia, una dama di compagnia di mia nonna che mi ha voluto un gran bene. Lei fu la prima persona che mi portò al cinema. Quando morì, ricordo che non parlai per molto tempo e mi nascondevo dappertutto. Avevo subito uno shock e così fui curato”. Quando ha proseguito descrivendo la casa, aveva la voce tremula per l’emozione. “Quella casa mi piaceva tanto, ricordo tutto e in particolare un terrazzo fantastico ora ridotto proprio male. Persiane verdi, vista sul Gianicolo, su S. Pietro, sulla Sinagoga fino ai Castelli Romani. Ho voluto far partecipe il pubblico attraverso le storie, i personaggi e le vicende di una famiglia. E’ un libro che ho scritto per rendere omaggio ai miei genitori e non per soldi. Un ricordo dei tempi migliori dal ’56 in poi. Gli anni ’60 sono stati straordinari in una Roma particolare, rispettosa e poetica, diversa dalla regressione di oggi”. Parlando dei suoi continui successi ha precisato: “Il pubblico cambia continuamente e lo devi sapere conquistare, quindi ogni film è una nuova prova. Non mi sono mai sentito arrivato, ho sempre lavorato con molto rigore e disciplina. Mi manca molto mio padre che mi avrebbe consigliato nel mio lavoro. A lui ho dedicato ‘Io, loro e Lara’, scomparso nel 2009 durante la realizzazione della pellicola. Una dura esperienza sul set”.

Solo una volta Carlo ha conosciuto una lieve flessione. “Nel 2000 ho preso un periodo di pausa, anche perché mi sono reso conto che stavo dedicando poco tempo ai miei figli. Visto che il film ‘C’era un cinese in coma’ non ha avuto il successo sperato, ho deciso di staccare un attimo prendendo due anni sabbatici e viaggiando con i miei figli. Così mi sono ricaricato e ho iniziato da capo divenendo di nuovo creativo”.

I ricordi di gioventù non sono mancati di certo quando Carlo usciva con una deliziosa ragazza. “Nel libro si racconta un episodio del Gianicolo quando ero in compagnia di una fidanzatina dell’epoca molto deliziosa che oggi invece ricercandola su fb, mi ha fatto prendere un colpo! Ero in macchina, fortunatamente non una 500 ma una 132 Fiat blu ministeriale, sigillata dai giornali che erano di una tristezza unica, simbolo dell’epoca delle coppie appartate. Siccome il faro del Gianicolo dà di fronte al carcere di Regina Coeli, ad un certo punto nel silenzio si sentì ‘A Ringooo, i limoni sono arrivati col sommergibile. Le arance arrivano la domenica di Pasqua, capito? Ti saluta er Saraga’… Erano praticamente i parenti dei detenuti che urlavano di notte ai detenuti stessi in codice”.

Un ottimo attore come lui ha però anche fan un po’ molesti. “Una volta a ponte Mazzini mentre ero in moto all’una di notte e stavo andando in Via Giulia, sono stato affiancato da un’altra moto con due ceffi. Quello davanti col casco e quello dietro senza. Uno dei due mi guarda e mi fa ‘Li mortacci tua ma che sei Carlo Verdone? Mamma miaaaa!’ Nel frattempo arrivavano sporadiche macchine da dietro che suonavano e lui gridava ‘Boni che sto parlando’! Ha perfino chiamato un suo amico che era in ospedale dicendo ‘Sergio, indovina chi c’ho al telefono? Carlo Verdone, te lo passo parlaci!’ Alla fine mi ha ringraziato dicendomi che a Roma c’è il Papa e ci sono io. Ma quando è ripartito a tutto gas ha detto una frase che mi ha colpito: ‘Grazie Carlo che mi hai ridato il sorriso, ho avuto un’adolescenza di merda’! Una volta un’anziana in un bar invece, mi ha intimato di non allontanarmi dalla commedia quasi minacciandomi. Mi ha detto che ero il suo antidepressivo privo di effetti collaterali”. Tramite questa conversazione, abbiamo scoperto anche il lato umano di Verdone. “Qualche anno fa una signora di mia conoscenza, mi ha pregato di andare a trovare sua sorella, visto che era prossima alla morte. Aveva il forte desiderio di ringraziarmi. Mi sono fatto dare il civico e sono così andato da lei, passando una serata meravigliosa. Era una signora fantastica molto fine che aveva conosciuto anche Fellini. Mi ha detto ‘continui a fare i film che io non potrò più vedere’. Tre giorni dopo è morta, ma felice e senza soffrire per aver avuto quest’incontro e la cosa non ha fatto che riempirmi di gioia. Però al quartiere si sono passati la voce e quindi sono stato chiamato più volte per andare a casa dei malati terminali. Avevo ormai l’agendina piena di appuntamenti e indirizzi. Era diventato un secondo lavoro”.

©Foto di Gaia Recchia



more No Comments aprile 8 2016 at 13:48


La poliedrica Roberta Potrich

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La bellezza ha il suo ruolo ma poi è la bravura a fare la differenza. Roberta Potrich è un’attrice che unisce aspetto fisico e bravura. Difficilmente passa inosservata. Di lei possiamo dire che ha un curriculum che, a metterlo insieme, non basterebbero più di due pagine della nostra rivista. I suoi lavori si snodano tra moda, teatro, tv e pubblicità. Tanta carne al fuoco per ottenere sempre risultati soddisfacenti e una carriera finora molto brillante.

di Marisa Iacopino

Per ricordare tutti i suoi lavori, consigliamo un giretto sul suo sito web (www.robertapotrich.it). Ma ciò che ci colpisce particolarmente, senza nulla togliere ai tanti telefilm e fiction fatti, è la moltitudine di spot, telepromozioni e campagne pubblicitarie a cui ha preso parte. Una carriera nella carriera. E’ stata testimonial di una nota casa di giochi per bambini e ragazzi e di una famosa marca di stampanti. E poi è stata protagonista di varie serie di fotoromanzi. Una come lei non poteva sfuggire a GP Magazine.

Roberta parlaci di te e presentati ai nostri lettori.

“Prima di tutto mando un caro saluto ai lettori di GP Magazine. Ho origini trentine, da giovanissima mi sono trasferita a Milano per iniziare la carriera di modella. In seguito, dopo avere frequentato una scuola di recitazione, ho cominciato a fare l’attrice, con qualche escursione nella conduzione televisiva. Vivo tra Roma e Milano per esigenze di lavoro”.

Caratterialmente come ti definisci?

“Mi reputo solare, imprevedibile e razionalmente sognatrice. Sono una persona tollerante e mi adatto alle situazioni. Per quanto riguarda i difetti sono abbastanza testarda, pigra, semplice ma anche complicata, una pazzerella”.

Cosa occorre per andare d’accordo con te?

“Essere originali, non convenzionali, simpatici e comprensivi”.

La recitazione è sempre stata una tua passione e un sogno sin da bambina?

“Sì, già a tre anni mi divertivo a recitare le poesie, inventavo storie fantastiche, mettevo in piedi le varie scenette, poi, crescendo, ho capito quale fosse la mia ambizione”.

Da dove hai iniziato? Ricordi i tuoi primi passi in questo settore?

“Il primo passo è stato quello di partecipare al classico concorso di bellezza ’Un volto nuovo per il cinema’. L’organizzatore del concorso, titolare di un’ Agenzia di modelle a Milano, mi convocò per sostenere un provino fotografico. Risultai fotogenica ed espressiva e da quel momento ha iniziato a rappresentarmi. Ricordo con molta tenerezza i primi lavori nell’affascinante mondo del fashion system”.

La tua attività di attrice ti ha visto protagonista in tanti telefilm, serie tv e fiction. Tanti ruoli a dimostrazione della tua adattabilità. Qual è il comune denominatore dei tuoi personaggi?

“Per un’attrice è importante cambiare ruolo, quando i caratteri sono diversi dal proprio diventa ancora più emozionante, è quasi come vivere altre vite. Finora ho interpretato molte figure, passando dal ruolo della giornalista a quello della escort, dalla suora alla manager, all’amante, ecc. Se devo trovare un comune denominatore dei miei personaggi è quello di una donna affascinante, di classe, più o meno forte e con un certo spessore emotivo”.

Da oltre 15 anni sei volto e testimonial di decine e decine di spot pubblicitari televisivi? C’è n’è qualcuno a cui sei particolarmente legata e perché?

“A prescindere dal fatto che ogni lavoro mi entusiasma, mi è piaciuto particolarmente interpretare la mitica Eva kant, in un video realizzato per festeggiare il 50° Anniversario della Fiat 600. Lei è un’icona di bellezza e di forza femminile”.

Cosa c’è dietro la realizzazione di uno spot di pochi secondi?

“Lo spot è un piccolo film, spesso infatti si avvale della direzione di registi famosi. Pochi secondi in un film sono insignificanti, nello spot diventano fondamentali in quanto questo ristretto margine di tempo deve essere efficace per convincere della buona qualità di un prodotto, per cui la preparazione è molto impegnativa e curata in ogni minimo particolare. Lo spot si divide in 3 fasi: la pre-produzione, la lavorazione, le cui riprese possono durare anche 15 ore al giorno e per più giorni a seconda del progetto, per finire la post-produzione e la distribuzione ai media. Per ottenere 30 secondi di filmato è necessario un lavoro certosino”.

La tua bellezza ti ha consentito anche di lavorare nel mondo della moda. Sei soddisfatta di quanto fatto in questo ambito o lo consideri semplicemente un qualcosa in più nella tua carriera?

“Lavorare nel mondo della moda è stata un’esperienza unica e bellissima, mi ha dato la possibilità di sfilare per Griffe internazionali ed essere immortalata da maestri della fotografia. La moda è arte, eleganza, fascino, gioco, impegno, disciplina, una passione che è parte di me. Seguo la moda con gusto e stile personale, senza essere una fashion victim”.

Il tuo è un curriculum ricco di lavori e di esperienze, segno che chi ti ha scelta ha apprezzato il tuo modo di fare e la tua professionalità. Cosa diresti a coloro che in tv o al cinema mancano le opportunità?

“Ti ringrazio del gentile complimento. Non sono all’altezza di dare consigli sull’argomento, l’importante è credere in se stessi ed essere determinati a raggiungere l’obiettivo prefissato, tenendo sempre presente che studio e sacrificio sono fondamentali”.

Bravura, bellezza e fortuna. In percentuale quanto hanno influito nella tua vita lavorativa questi aspetti?

“Direi che la percentuale è a pari merito, in principio la bellezza assieme a una buona dose di fortuna è un biglietto da visita che apre le porte, soprattutto nell’ambiente della moda, in seguito per continuare a lavorare la bravura è determinante”.

C’è qualcuno a cui dire grazie riguardo i tuoi inizi?

“Per quanto riguarda la moda sono stata rappresentata da una valida e seria Agenzia. Il passaggio alla recitazione lo devo a un fotografo professionista che mi ha segnalato un casting di Rai Fiction, l’ esito positivo mi ha aperto le porte al mondo della recitazione”.

In mezzo a tanti lavori, la tua vita privata ne ha risentito o ne ha beneficiato?

“Questo lavoro assorbe molto tempo ed energie, all’inizio è un investimento per cui automaticamente il privato passa in secondo piano. Quando si comincia a raccogliere i frutti si assaporano anche i benefici, si può concedere maggior tempo alla vita privata, inoltre un lavoro che è una passione appaga psicologicamente”.

Giochiamo un po’. Tra dieci anni ci incontriamo per una nuova intervista, cosa mi racconterai?

“Spero di mantenere l’ entusiasmo e sogni da realizzare, di vivere serena con la mia famiglia e di continuare a fare questo mestiere, con ruoli da interpretare adeguati all’età ma sempre stimolanti”.



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Stefania Capece: “In questo campo voglio imparare dai migliori”

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Giovane e determinata attrice poliedrica, che lavora molto in teatro ma che presto vedremo nella attesissima Fiction di Rai 1 “Non Dirlo al mio capo”, nuova fiction sulle madri lavoratrici e le difficoltà di conciliare casa e lavoro con Vanessa Incontrada e Lino Guanciale.

di Camilla Rubin

Stefania, come nasce la tua passione per il cinema e il teatro?

“Beh, cominciamo con una domanda difficile! Non so dire bene quando sia iniziata, ma deve essere stato molto presto. Ricordo che già alle elementari durante la ricreazione giocavo con delle amiche a preparare recite su storie che ci piacevano. A fine ricreazione le facevamo vedere alla maestra e ai compagni di classe, proprio come fossero veri spettacoli”.

Quando hai deciso che avresti fatto di questa passione, la tua vita?

“Sembrerà una follia, ma io ricordo esattamente il momento. Avevo 13 anni. Durante il saggio di un corso di teatro nel cortile della scuola ero nascosta tra gli alberi vestita da Titania, e vedevo bene, senza essere vista, parte del pubblico. In quel momento, subito prima di entrare in scena, ho pensato: io voglio fare questo!. Da quel momento in poi non ho più cambiato idea”.

Quali artisti erano i tuoi preferiti quando eri piccolina?

“Da piccolissima ricordo che adoravo Robin Williams, forse perché per la prima volta l’ho visto in Hook e Peter Pan era il mio personaggio preferito. Avevo cassette di praticamente tutti i suoi film. Di italiani invece Gigi Proietti, perché mi piaceva tanto la sua voce”.

Cosa hanno pensato i tuoi genitori di questa scelta? 

“Mi hanno sempre supportata, e sopportata, molto. Certo, in un panorama non proprio florido per gli artisti come quello di oggi, immagino si preoccupino spesso di come andranno le cose, ma hanno fiducia in me e questo è molto di aiuto”.

Quale personaggio di film avresti voluto impersonare, o in cui ti rivedi particolarmente?

“Credo che sia un fatto generazionale, ma io avrei dato qualsiasi cosa per essere Hermione Granger in ‘Harry Potter’. Altrimenti Elizabeth Bennett in ‘Orgoglio e Pregiudizio’, o ancora Rossella O’Hara in ‘Via col Vento’ ”.

Se potessi liberamente scegliere un tuo ruolo per un film, quale potrebbe essere? E perché?

“La cattiva, anche magari un po’ doppiogiochista. Credo sia una fase, ma in quanto biondina e minuta finisco a fare sempre ruoli un po’ più frivoli o leggeri. Mi piacerebbe fare la strega cattiva invece della principessa”.

Ti senti più attrice nei tuoi film o nella vita? 

“Nella vita. Chiaramente non intendo dire che recito sempre, anche fuori dal set.  Mi piace pensare che essere essere attore comprende tutte quelle cose che vengono anche prima e dopo il personaggio: le prove, lo studio, la lettura, l’allenamento… Credo che nella vita si sia attori, mentre sul set, o sul palco, bisognerebbe cercare di essere personaggi”.

Dove ti vedi tra dieci anni?

“Non lo so, probabilmente in una sala prove o su un set. Spero solo di arrivarci con la stessa passione che ho oggi”.

Come deve essere un uomo per conquistarti ed essere il tuo compagno di vita?

“Prima di tutto deve essere innamorato di me, ma questo credo che sia scontato. Poi, forse ancora più importante, devo essere innamorata io di lui. Il resto alla fine conta poco”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Lavorare il più possibile e quanto più possibile con artisti che ammiro. Sono giovane, ho tanto da imparare e voglio imparare dai migliori”.

Prediligi le vacanze al mare o in montagna? 

“Montagna a sciare l’inverno e mare l’estate, possibilmente in barca a vela”.

Contatti:

Instagram e facebook

Stefania Capece Iachini



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Marzia Valitutti: Una giornata speciale

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E’ con la bella e affascinante Marzia che continuiamo la nostra avventura: la numero trentasette. Noi di GP Magazine insieme ad Adriana Soares, fotografa ed artista, abbiamo ideato un fashion contest che si rivolge ai ragazzi della porta accanto. Organizziamo per loro un servizio fotografico speciale di moda.

di Adriana Soares

 Ciao Marzia, potresti presentarti ai nostri lettori?

“Sono grata di questa intervista! Inizierei con la premessa che sono una ragazza piena di passioni. Ho praticato danza per anni e si può dire che quello è stato il mio primo grande amore. Successivamente mi sono dedicata alla recitazione e non riuscendo a coinciliare gli impegni, ho dovuto abbandonare la mia carriera da ballerina. Inoltre ho suonato la batteria per un paio di anni, uno strumento a mio avviso meraviglioso”.

Studi oltre a recitare?

“Assolutamente sì. Studio Giurisprudenza e attualmente sono al terzo anno. Ho scelto questo indirizzo di studi perché ho sempre preferito le materie umanistiche. Mio nonno mi ha trasmesso un grande amore per il diritto: lui è un grande penalista; sentirlo parlare mi ha sedotto a tal punto da voler studiare Legge”.

Come riesci a conciliare l’università con lo studio della recitazione?

“Qualcuno disse: volere è potere. Aveva ragione. Quando si vuole fortemente una cosa, il tempo e il modo è un problema secondario che si risolverà sempre”.

Com’è nata la tua passione per il cinema?

“Ho sempre avuto una grande passione per il cinema. Appena posso, la domenica, guardo un film nuovo o un cult del passato. Amo anche gli spettacoli teatrali e i musical: da bambina impazzivo per le coreografie dei ballerini e adoravo il musical ‘Cats’ ”.

Cosa pensi ti affascini della recitazione? 

“Mi piace recitare perché credo che sia il miglior modo per dare sfogo alle pulsioni latenti che ognuno di noi ha . È un po’ come diceva Pirandello: siamo ‘uno, nessuno e centomila’. E quale modo migliore per poter essere tante cose e misurarsi con più personalità se non la recitazione? Questo in assoluto è il motivo per cui mi affascina tanto il cinema”.

Ci sono molte difficoltà però. Tu come ti relazioni con queste?

“Nonostante sia un lavoro competitivo e molto difficile, per il momento ho avuto la fortuna di avere ben due esperienze sul set. Devo ammettere che l’impatto con la telecamera non mi ha spaventata, la cosa più difficile è stata mantenere la concentrazione nonostante tutte le persone che avevo intorno. Inoltre, è un lavoro molto faticoso, dove devi essere disposto al sacrificio e devi avere molta, moltissima determinazione. Ma credo che questi sforzi valgano assolutamente la pena. Se non si tenta, non si potrà mai sapere se ci si riuscirà! Un sogno vale la pena inseguirlo”.

Alle tue coetanee che hanno la tua stessa passione, cosa senti di dire?

“Saranno di più le porte in faccia che i ️sì in questo mestiere ma mai demoralizzarsi! Bisogna credere fermamente in se stessi altrimenti gli altri non lo faranno mai. Ma si deve essere sempre umili e avere la consapevolezza che non si è mai arrivati e che bisogna sempre studiare e apprendere da chi è migliore di noi nel mestiere”.

La tua famiglia cosa pensa di questa scelta?

“La persona più importante per me e mia madre, lei apprezza molto la mia passione. È preoccupata che io possa rimanere delusa, per questo mi dice di non illudermi. Mi fido molto di lei, la reputo una donna molto acuta e sensibile: è una fortuna avere una famiglia che non rema contro le tue scelte. Anche le mie sorelline approvano ciò che faccio e ne sono molto incuriosite. Loro sperano per me che questa possa diventare la carriera che ho sempre sognato”.

La moda ti piace?

Amo molto la moda, al pari del cinema. E’ una forma di arte. Mi piace molto la classe delle modelle e la bravura di alcune fotografe nel saperne cogliere le sfumature caratteriali e le intenzioni dei volti. Trovo che la moda affascini qualsiasi ragazza: la passerella è stato il sogno di ognuna di noi, almeno una volta…”.

 



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Arianna Cigni: “Sono timida ma sul palcoscenico mi trasformo”

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I suoi ultimi spettacoli teatrali sono stati “Girotondo” di Arthur Schnitzler e “Mare Amaro” di Silvana Bosi. Adesso è una delle protagoniste di “A volte tornano”

di Silvia Giansanti

Romana con origini triestine, Arianna Cigni fa parte di una lunga schiera di attori che lavorano sodo per assicurare uno spettacolo teatrale degno di ogni nota. La sua è un’esperienza che va avanti da molto tempo, incontrando sul suo percorso lavorativo grandi nomi, con cui ha condiviso le scene come Nino Frassica, Giancarlo Sepe e Roberto Farnesi. Dolce e sognatrice, come la maggior parte dell’essere artista, nella vita c’è poca praticità, tanta inventiva e testa sempre fra le nuvole. L’abbiamo incontrata nel parco di Villa Glori per parlare di questo suo ritorno in teatro.

Arianna, quando nasci come attrice e da dove provieni?

“Provengo dal Conservatorio Teatrale La Scaletta diretto da Gianbattista Diotaiuti di Roma, dove mi sono diplomata nel 2001”.

Quali sono i personaggi in cui ti riconosci maggiormente?

“Mi piace interpretare i personaggi drammatici e molto particolari. Ce n’è uno che vorrei riuscire a fare che è Lady Macbeth da ‘Macbeth’ di Shakespeare. Si tratta di una donna cattiva e caratterialmente molto forte che mi attira come personaggio”.

Cos’è importante trasmettere al pubblico?

“La propria emozione, essere veri il più possibile calandosi in un determinato personaggio. Essere credibili in modo da poter trasmetterlo”.

Sogni di fare cosa?

“Sicuramente di continuare a lavorare con registi importanti come Gabriele Lavia, che spero un giorno di incontrare”.

Un ruolo che sogni?

“Oltre a Lady Macbeth, c’è anche Blanche in ‘Un tram che si chiama desiderio’ di Tennessee Williams”.

Chi vorresti che fosse presente nel pubblico durante un tuo spettacolo?

“Lo stesso Lavia che ho citato, Laura Morante e Monica Vitti, ma so di chiedere troppo”.

Hai miti del passato?

“Mariangela Melato, grandiosa”.

Ti piace fare solo teatro?

“No, mi piacerebbe fare anche cinema. Nel passato ho avuto parti in alcune fiction come ‘Incantesimo’ e ‘Carabinieri’ ”.

Caratterialmente sei molto introversa, in che modo riesci a trasformarti sul palco?

“Entrando nel personaggio, automaticamente non sono più io ma divento un’altra persona”.

Parliamo del recente spettacolo “Mare Amaro”.

“E’ stata una bellissima esperienza molto profonda dove il filo conduttore dello spettacolo è stato il mare visto non come riposo, ma come fatica, tragedia e morte. ‘Quando il mare non è facile comunicazione ma separazione’. Il tutto è stato ideato e diretto da Silvana Bosi, un’affermata regista e un’attrice veterana. Il mare nemico è stato vissuto attraverso i secoli, dall’epoca di Troia fino ai nostri giorni con la tragedia dei profughi di Lampedusa. A volte le testimonianze si perdono nel mito, a volte nella creazione letteraria e a volte nella realtà”.

Prossimi spettacoli in cantiere?

“Il prossimo è ‘A volte tornano”, tratto da ‘Spirito Allegro’ di Noel Coward, in scena dal 19 al 24 aprile al Teatro in Portico alla Garbatella di Roma, per la regia di Benedetto Gandolfo. Il mio ruolo da protagonista divertente è della moglie defunta”.



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Massimo Mazzotta: DO IT!

massimo mazzotta - francesco stella

È l’organizzatore di alcune delle serate più conosciute negli ultimi vent’anni a Roma tra cui Muccassassina. Tanto spavaldo e accentratore in pubblico, quanto riservato e pacato in privato. Lo incontriamo per carpirgli i segreti della sua longevità in un settore dove, in genere, le grandi organizzazioni durano due o tre stagioni.

di Mirella Dosi

Massimo, quando hai iniziato a lavorare nelle discoteche?

“Nel 1994. Inizialmente tutto è partito non dico per gioco, ma per volontariato. Per dieci anni sono stato parte attiva nonchè Presidente di una nota associazione romana, organizzatrice di un eccellenza delle notti romane: il Muccassassina. Sono stati 10 anni intensi in cui ho dato il mio contributo a tutti i livelli. Anche per il famoso World Pride del 2000. E’ stata una gavetta impagabile, che mi ha dato tanto e a cui ho dato tutto me stesso. Lì ho certamente sviluppato quel minimo di doti di talent scout e organizzatore che sono oggi”.

Quali sono le tue “creature” più famose?

“Come accennavo, in quei lunghi anni ho imparato il mestiere, rubando con lo sguardo, ascoltando le persone, cercando di immedesimarmi nel pubblico, alla continua ricerca di riuscire a capire cosa potesse farli divertire, come regalare spensieratezza e divertimento. Ho iniziato a guardare il pubblico e a guardarmi in giro. Così personaggi assolutamente sottostimati da altre organizzazioni o presi dalla platea, seguendo i miei consigli, sono diventati protagonisti e hanno imparato a gestire un microfono, un palco, a ballare o cantare. Li ho fatti studiare, non amo l’improvvisazione o la mediocrità. Nomi? Mi piace pensare che ho dato delle chance a persone che avevano un mondo interno intero da raccontare e in parte grazie a me, ma non vorrei peccare di presunzione, hanno spiccato il volo. Parlo di note Drag Queen romane, dj’s performer ed organizzatori stessi che hanno usufruito dei miei consigli. Potete chiedere in giro, nessuno disconoscerà i miei meriti”.

La cosa più difficile nell’organizzare una serata?

“Lo ripeto sempre a tutti gli staff con cui ho lavorato. Non mi pesano le 26 ore al giorno che impiego in quel che faccio, quanto a volte far capire a chi lavora con me che tutti fanno parte di un grande puzzle e che se ne manca uno, il quadro non è completo. In un lavoro come il mio, specie se fatto con grande precisione, un ritardo o un’assenza sono un macigno che rischiano di stravolgere completamente una serata”.

La cosa che ti da più soddisfazione mentre la gente si diverte?

“Esattamente questo: vedere la gente che si diverte, ma attenzione, la mia prima preoccupazione è che anche lo staff si diverta. Non solo l’artistico, ma anche i tecnici, i baristi o i ragazzi della sicurezza. Se tu che vieni a ballare percepisci che hai di fronte persone svogliate, che stanno ballando, magari col broncio, non ci siamo proprio. Uno dei miei primi obiettivi è creare una famiglia più che un gruppo di lavoro.  Mi piace pensare che le persone che scelgo alla fine, la maggior parte, siano davvero amici oltre che collaboratori. Da qui le convocazioni in un orario in cui ci si relaziona, si fanno si le prove, ma si mangia anche qualcosa insieme, ci si scambia il pettegolezzo del giorno, a volte nascono anche degli amori. Questo clima positivo si riflette poi in serata col il sorriso sulle labbra sia dello staff che dei clienti”.

Un format che ti piacerebbe lanciare a Roma?

“Che domanda impegnativa. Credo di aver fatto di tutto in questi anni e di aver cambiato pelle ogni sei mesi. Il mio è un lavoro di fantasia, l’idea di un format può nascere mentre parliamo o mentre vedo un film o leggo una rivista o durante un viaggio, uno spettacolo di strada”.

Il tuo 2016 è inziato con la grande inaugurazione di DO IT!, il sabato sera del New Alibi Club. Come è nata l’idea di DO IT?

“Mai come in questo momento storico ho sentito l’esigenza di fare un qualcosa di diverso dal mio ultimo prodotto, tra l’altro tutt’altro che morto, momentaneamente in stand by. DO IT! vuol dire ‘Fallo!’, ma non in senso volgare, sia chiaro. Fallo, fai qualcosa, non aver paura di osare, sii partecipe della tua vita, sii protagonista e non vittima degli eventi. Vuole essere un messaggio positivo di incoraggiamento per tutti, perché io ci credo veramente che nella vita tutto è possibile. Ma facendo cosa? Un prodotto la cui centralità è la musica, cercando di coniugare vecchie glorie del passato, ma sempre all’avanguardia, cercando di avere una linea musicale definita che guarda comunque al futuro. Pop, house, latino americana. Semplice da scrivere su un biglietto di invito. Creare una miscellanea in cui attirare un pubblico che ami stare in un locale in cui gli strappi il sorriso e il divertimento è il mio obiettivo”.

A chi si rivolge DO IT?

“A tutti. Lavoro ad un prodotto con seri professionisti. Credo nella meritocrazia, nello studio e nel duro lavoro. Produco uno spettacolo, spero gradevole, che non vuole avere steccati o recinti e che possa piacere a tutti. Poi la gente è libera di scegliere in base alle proprie esigenze”.

Tre motivi per cui scegliere DO IT!

“Per la bravura delle persone che ci lavorano, per la buona musica e soprattutto perché’ da noi si viene accolti come degli amici con cui passare una bella serata e non come clienti da spennare. Credi siano ragioni valide? Lancio il guanto di sfida, so lets DO IT!”.



more No Comments aprile 8 2016 at 13:30


Daniele Monachella: “Il sogno di diventare attore è nato quando da bambino andavo al cinema”

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L’attore si racconta nella nostra intervista. Dai primi passi nella sua amata isola, la Sardegna, ad attore di successo in film e serie tv.

di Camilla Rubin

Daniele come nasce la tua passione per il cinema?

“Nella mia famiglia si è sempre andati al cinema e sin da piccolo ho visto film sprofondato nella poltroncina in legno. Pane, latte e Walt Disney. L’illuminazione però l’ho avuta nel 1989, anche se ad onore del vero ebbi la pre-illuminazione con ‘Piccoli fuochi’ nel 1985 con Valeria Golino diretta da Peter Del Monte, quando dodicenne insieme a un amico ci avventurammo al centro di Sassari, per vedere al cinema prima della proiezione pomeridiana di ‘Nightmare 5’. L’attenta maschera però ci chiese i documenti ed essendo vietato ai minori di 14 anni ci impedì di entrare. Senza scoraggiarci troppo, considerando che la gita in centro era iniziata, ripiegammo velocemente in un altro cinema, il Moderno, a poche centinaia di metri, e senza neanche sapere cosa stessimo entrando a vedere ci accomodammo nel buio della sala praticamente deserta, ancora con il fiatone e carichi di eccitazione. Il film era ‘Non siamo angeli’ con Sean Penn e Robert de Niro. Inutile dire che da allora l’avrò rivisto almeno venti volte”.

Tu che sei nato in un della più belle isole del mondo perché hai deciso che questo sarebbe stato il tuo lavoro?

“Perché la bellezza insegue la bellezza. E se è vero che la natura ha formato la mia meravigliosa isola e l’uomo ha inventato l’arte cinematografica, io ho voluto inseguire il sogno di fare l’attore mosso dalla bellezza che la mia isola mi ha donato e provare la bellezza che la macchina da presa può darti. Colori, suoni, profumi, vento, musica, sapori, gente, mare, territori selvaggi, ancestralità. Tutti aspetti che custodiscono dentro di me e traduco nel mio lavoro, cercando di creare ‘bellezza’. Quella bellezza che scalda l’animo dello spettatore”.

Quali artisti erano i tuoi preferiti quando eri piccolino? 

“Ho amato fin da piccolo i due giganti della commedia Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per poi approdare al cinema cosiddetto trash e alla commedia all’italiana con i suoi istrionici Pippo Franco, Lino Banfi, Tomas Milliam, Sandro Ghiani e tutti i ‘principi’ di questo genere che amo ancora oggi. Ovviamente hanno contribuito alla mia crescita le commedie e i drammi di Eduardo, e le interpretazione di Vittorio De Sica, Amedeo Nazzarri, Gian Maria Volonté, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Orson Welles, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Michael Caine”.

Cosa hanno pensato i tuoi genitori di questa scelta? 

“Posso darvi il numero di casa 079… così proviamo a chiamare glielo chiediamo insieme!”.

Sappiamo che sei stato il vincitore di una prestigiosa borsa di studio nella scuola di Giancarlo Giannini. Come ti sei trovato di fronte ad un grande artista come lui?

“Perfettamente a mio agio. Quando hai visto tutti i suoi film e poi ti ritrovi davanti a lui e a parlarci come se ci conoscesse da tempo, puoi solo sfruttare quel tempo di condivisione per tentare di ‘rubargli’ la sua maestria e godere dei suoi incredibili racconti, frutto di una carriera che tutti gli attori vorrebbero fare. Se la prossima estate in Sardegna, travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto non saprete quali spiagge visitare, potrei vestire i panni di Carunchio e farvi da anfitrione”.

Se dovessi scegliere un tuo ruolo per un film quale potrebbe essere? E perché?

“Amo le storia di avventura, di cappa e spada, i romanzi picareschi. Quindi tirare di spada o arrembare un vascello come filibustiere o ancora essere catapultato in un mare di peripezie sarebbe le situazioni adatte per un ruolo da interpretare”.

Ti senti più attore nei tuoi film o nella vita? 

“Attore: colui che agisce. Se non agisci nella tua vita non potrai mai agire sul set. E prendendo spunto da una recensione che Gramsci fece al ‘Così è (se vi pare)’ di Pirandello, concordo con il piccolo sardo che in questo lavoro non bastano gli accenni, la creazione è data da uomini vivi, quindi non i virtuosissimi o lo stile ineccepibile ma sono necessarie dinamiche di vita articolate, profondo sentimento e viscerale passione che conducano ad uno scontro, a una lotta, che si snodino in un’azione. Quell’azione che fa vibrare la pancia subito dopo il ciak”.

Come deve essere una donna per essere la tua compagna di vita?

“Sorridente, riccia, curiosa, sbadata, che confonda l’araba fenice con quella felice, amante dei bambini e che sappia suonare o almeno canticchiare il motivo ‘Fur Elisa’ del grande Ludwig Van”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Tanti tra teatro, cinema e tv ma uno in particolare che avrà la sua prima uscita il prossimo maggio al Salone Internazionale del libro di Torino. Non posso anticipare molto ma solo dire che è un progetto corale da me ideato e di cui ne ho curato la regia, all’interno del quale hanno collaborato oltre cento persone tra attori italiani, scrittori, musicisti. Curioso eh?!”.

Vacanze al mare o in montagna? 

“Decisamente mare. Piedi nudi e birretta ‘sudata’ ”.

Ci faresti un saluto nella tipica lingua sarda?

“A mera annos in salude, amistade e atzione. Ajò!”.

Facebook Daniele Monachella

Fotografo: Max Palmieri



more No Comments aprile 8 2016 at 13:25


I vasisculture di Sergio Ferrazza

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Un artista poliedrico: pittore, scultore e maestro vetraio La sua è un’arte vissuta e in continua evoluzione.

di Marisa Iacopino

Ci sono mestieri che si collocano al confine tra l’arte e l’artigianato, meglio definibili “come mestieri d’arte”. Incontriamo Sergio Ferrazza, pittore, artista del vetro,  e corniciaio. Ci introduce nella sua bottega a Monteverde, dove tra quadri, cornici e vasi dalle forme scolpite nel vetro, ci parla di sé, del suo percorso professionale e umano.

“Da ragazzo mi sono diplomato in scenotecnica, e per qualche anno ho lavorato con entusiasmo nella realizzazione di scenografie teatrali. Poi, le difficoltà di farsi strada  in quell’ambito, mi hanno spinto a fare altro. Mio padre era vetraio, così ho deciso di seguire le sue orme. Mi sono buttato, però, maggiormente sulle cornici. Sto parlando degli anni ’60, quando il mercato in questo campo era florido. Nel frattempo dipingevo e partecipavo a mostre pittoriche, vincendo premi e guadagnandomi consensi. Ho fatto anche l’arredatore di negozi a Roma, e arredato a Capri un atelier per Diego della Valle. Inoltre, ho collaborato con un mio amico, Tonino Zera, sul set di film a Cinecittà. Dal 2010 ho ripreso a dipingere, trovando una mia vena che i critici hanno definita pop e mi dà grandi soddisfazioni, pur nella difficoltà  di essere artisti oggi, a Roma. Infatti, non ci sono luoghi dove esporre, e spesso ci si scontra con grossi ostacoli. Ho comunque fatto mostre un po’ ovunque, tra cui al Tempietto del Bramante”.

La sua è un’arte vissuta a tutto tondo, processo di creazione continuo, instancabile, quotidiano. Si definisce più pittore, scultore, o maestro vetraio?

“La passione per la pittura, per il disegno, è sbocciata fin da bambino. Devo averla ereditata da uno zio che era bravo disegnatore. Da ragazzo, ho intrapreso la scenotecnica per rimanere nel campo artistico. Ho sostenuto una tesi sulle vetrate artistiche di Roma. In quel tempo, ho conosciuto Avenali, Gigotti, Hajnal, i massimi autori di vetrate. Il professore disse a mio padre di farmi continuare a dipingere, perché avevo delle buone potenzialità. Ma poi, come dicevo, la vita mi ha  portato altrove. Non ho studiato la scultura classica, ma mi sarebbe piaciuto molto ‘aggredire’ la materia. A modo mio, lo faccio nel campo del vetro, elemento che conosco abbastanza bene da riuscire a piegarlo alla mia volontà. Essenzialmente, sono lastre piane di vetro soffiato di murano, di diverso colore e spessore che lavoro dandogli forma. Gli oggetti che escono sono quasi sculture”.

I suoi vasisculture si stagliano verso l’alto al pari di figure eroiche. Cos’è che la spinge a creare queste forme verticali, assimilabili come qualcuno ha detto, a grattacieli moderni o antichi obelischi? 

“Protendersi verso il cielo rappresenta sempre una vittoria. Forse è una mia peculiarità, quella di  spingermi verso l’alto, piuttosto che non piantarmi sulle superfici orizzontali”.

Ma lei si definirebbe più artigiano o artista, senza nulla togliere all’uno né all’altro?

“Artigiano che sfiora l’essere artista… perché in fondo gli artigiani di una volta, erano artisti. Salvator Rosa, ad esempio, era un pittore che faceva anche cornici. Per la precisione, era ebanista. O i pittori di un tempo, che lavoravano in botteghe artigiane occupandosi di qualsiasi cosa. La pittura è ovviamente una dote che si possiede, ma se il quadro lo vesti con una bella cornice fatta da te, completi l’opera”.

Nella sua  pittura sono presenti elementi classici che si coniugano  sempre con componenti moderni. Per esempio, colonne o anfore fuse con grattacieli. Perché questi accostamenti?

“Attraverso l’uso di tecniche miste, mi piace riprendere motivi classici accostati ad  elementi moderni, proprio per creare contrasti, e mettere in evidenza la diversità tra il passato antico e l’oggi metropolitano”.

L’oggetto artistico si delinea preventivamente  in testa, o è il materiale a suggerire la forma da dare all’opera?

“A seconda dei casi. A volte lo percepisco e quindi lo disegno. Altre volte, mentre sto lavorando, osservo i vetri e improvvisamente visualizzo nella mente una forma particolare. Da lì nasce l’oggetto”.

Nel mestiere dell’artista che modella la materia, o dipinge la tela,  le mani sono strumento manuale imprescindibile per compiere il progetto artistico. Ma c’è pure la sensibilità nel sagomare e incidere il vetro, o nel realizzare il quadro. Qual è il momento più magico di tutto il suo lavoro?

“Il momento clou è quando riesci a vedere che la cosa che avevi in mente, o avevi disegnato, prende forma. Insomma, quando ti accorgi che sei riuscito nell’intento di produrla. Orientativamente, è a metà dell’opera. Infatti, quando inizi a elaborarla non sei sicuro che venga bene. Il momento topico è proprio quando vedi che hai portato sulla tela, o nell’oggetto, il tuo pensiero”.

Ha frequentato artisti durante la sua vita professionale? 

“Sì, ho avuto contatti con molti pittori fin dalla giovinezza, soprattutto quando avevo il negozio in Prati. Gli facevo le cornici, e intanto ci scambiavamo pareri sull’arte. Devo confessare che a Roma mi conoscono in tanti”.

Sono in programma mostre personali, dopo quella del 2012 “Immagine simultanea” tenutasi a Roma?

“A settembre ci sarà un’esposizione a Napoli, alla Camera di Commercio, dove dovrei esporre i quadri che non siamo riusciti a portare all’Expo, in quanto non si è trovato lo spazio. Era una mostra dedicata a Leonardo, e uno dei miei quadri è la rielaborazione della Battaglia di Anghiari del grande Maestro”.

Per finire, si qualifichi con un colore. 

“Il magenta”.

E come definirebbe il color magenta?

“Un colore di presenza. Se c’è, si nota, ma non si impone. Un po’ come me”.



more No Comments aprile 8 2016 at 13:21


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