Gabriele Micalizzi: parla con me


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Per Diego Mormorio, alcuni fotografi hanno un dono speciale, quasi angelico, quello di mostrare con la “matita di fuoco”, che per alcuni fotografi è il loro occhio, capace di scovare la luce dandole un significato, e restituire il vero volto del quotidiano. E’ il caso di Micalizzi, dotato di un dono quasi divino di vedere  e tramutare in poesia momenti anche terribili dell’umanità, come la guerra

di Adriana Soares

Ho avuto il privilegio di aver conosciuto una creatura scelta dagli angeli.  Ieri è venuto a trovarmi in studio Gabriele. Forse il suo nome non è casuale, avrei voluto catturare il suo volto, ma non è stato possibile. Il tempo era davvero esiguo, era in visita a Roma e tra tutti i suoi appuntamenti è riuscito a inserire un breve incontro con me. Che bello! Abbiamo chiacchierato come vecchi amici.  Alla fine ho deciso di aggiungere all’intervista che seguirà, dei pensieri e delle sensazioni che sono seguite all’incontro. Gabriele, un ragazzo semplice, apparentemente introverso. Si intuisce, però, che al suo interno si agitano un insieme di sensazioni conflittuali, la rabbia, l’odio, la delusione, l’amore, la tristezza, il sollievo, i pensieri, le parole, le melodie, l’oceano, le onde che si infrangono tumultuose contro le rocce testarde, il cielo di primavera, il ruggito dei tuoni invernali, la poesia,  la felicità, il dolce, ha tutto. E’ un vulcano inesploso, dentro ha di tutto, ha un intero universo. Secondo Vilém Flusser, il fotografo è simile al cacciatore nell’atto di compiere un agguato per ghermire la preda. Esso si muove furtivamente, combinando tecnica e fantasia. Questa è l’idea della fotografia. In una parola: magia. Gabriele Micalizzi, vincitore del primo talent europeo sulla fotografia, “Master of Photography”, su Sky Arte.

E’ un fotografo di 32 anni, ha due figlie, fa il tatuatore dall’età di 19 anni, è una persona intelligente, instancabile, fiera delle sue origini proletarie, riguardo alle quali ripete sempre con la sua cadenza da ragazzo di strada “Io sono classe operaia”.

Fotogiornalista che, dopo il diploma in Belle Arti, ha iniziato nel 2004 la professione collaborando con la News Press Agency di Milano. Dal 2010 ha ritratto la rivoluzione delle magliette rosse a Bangkok, successivamente la Primavera Araba in Tunisia, Egitto e Libia. In questi anni, ha poi continuato a lavorare in Medio Oriente, seguendo le tensioni politiche a Gaza e a Istanbul, oltre alla crisi economica Greca. Tra le testate con cui ha collaborato figurano New York Times, New York Times Magazine, Herald Tribune, New Yorker, Newsweek, Espresso, D-Repubblica, Repubblica, Internazionale, Panorama, Sportweek e Wall Street Journal.

Vedendoti ritrarre, mi è venuta in mente l’immagine del cacciatore di Vilém Flussér, con l’aggiunta di qualcosa di misterioso e poetico. Un poeta Magico in mezzo a scrivani. Ho seguito “Master of Photography” su Sky questo inverno. Ti sei distinto per aver dato qualcosa in più ad ogni prova. Il risultato è sempre stato lo stesso: “poesia nell’immagine”. Questa particolare sensibilità  è il risultato del tipo di lavoro che fai o ha radici più profonde?

“La sensibilità è una cosa che non scegli. Un po’ come dice Jep nella Grande Bellezza. Mi ha sempre appassionato l’arte, sono molto appassionato di pittura, ho sempre disegnato molto e cercato ispirazione nei grandi autori. Ma essendo una persona molto istintiva la fotografia è il media che più’ mi si addice. Sono cresciuto in periferia, case popolari e cortile al centro a giocare a pallone, questa la base della mia infanzia. Mia sorella faceva l’artistico, è lei che mi ha mostrato i primi libri e tavole. Sono rimasto subito affascinato dalla potenza dell’immagine. Quindi per riassumere, un ragazzo sensibile cresciuto in un ambiente ostile. Se penso a ciò che faccio ora è esattamente lo sviluppo di questo pensiero. Racconto la vita di persone che vivono in situazioni di disagio. Lungo il percorso educativo ho avuto molte persone che mi hanno spronato ad andare avanti approfondendo l’esigenza di esprimere quello che sentivo. Il lavoro è una parte importante della nostra vita, perché passiamo praticamente quasi metà della nostra esistenza a svolgerlo. Ho sempre fatto mille lavori diversi, ma sentivo comunque l’esigenza di buttar fuori, di creare qualcosa…Per un periodo ho vissuto in Australia, un posto incredibile, surf, avventura, vita spensierata, ma ad un certo punto sentivo come un vuoto, era tutto nuovo non c’era un edificio con un po’ di storia non trovavo la cultura intorno a me. Come invece succede in Italia, che anche nel paesino più sperduto si trova la testimonianza della storia e della cultura estetica. Per molti anni tamponavo questa voglia facendo la notte i graffiti, che aveva anche la componente adrenalinica che soddisfaceva in pieno le mia necessità. Dopo, sono passato al tatuaggio in cui il contatto con il supporto, la pelle, era viscerale, primordiale e indelebile. Poi, alla fine, sono arrivato alla fotografia, che mi dava quel risultato quasi immediato che mi saziava. E avendo la fortuna di lavorare con tanti fotografi interessanti mi ha motivato a concentrarmi principalmente su quest’arte”.

Con grande sorpresa ho scoperto che eri un fotoreporter. Raccontami un po’ di te: le tue origini, come è nata questa passione.

“Bah, io direi che sono un fotoreporter, visto che faccio questo per vivere,e ti scrivo dalla Libia. Al Liceo scoprii la camera oscura, in quel mood da sottomarino sovietico in cui, con procedimenti di pura alchimia, davi vita ai tuoi ricordi, sono andato giù di testa. Il Liceo che frequentavo era molto particolare, l’ISA di Monza, praticamente un accademia d’arte pratica… molti laboratori. Ero un ragazzo abbastanza agitato e grazie al mio professore Flavio Pressato che mi teneva li piuttosto che vedermi in giro a fare le tarantelle, passavo le mattine a stampare invece che seguire le altre lezioni. Mi ricordo che il frigo della camera oscura era pieno di pellicole, carta e salami. Dalla camera oscura ho fatto venti metri e sono andato nella biblioteca della scuola, lì ho visto i primi cataloghi dei grandi fotografi di guerra. Vedere quei posti esotici lontani, quelle situazioni estreme ed adrenaliniche  mi hanno fatto immaginare e respirare l’avventura. Così decisi che quella era la mia strada, e da lì ogni giorno ho investito tutto il mio tempo ed energie per trovare il modo di avvicinarmi a questo mondo”.

Perché hai voluto partecipare a questo talent televisivo? Non è in contraddizione con il tuo lavoro?

“Guarda, tutto è nato dal secondo posto in un concorso molto importante che aveva come tema la Libia. Mi servivano soldi per finanziare questo progetto, allora un’amica mi parla di MOP, e quando ho visto la cifra in ballo ho subito mandato la candidatura. Mi hanno chiamato due giorni dopo per dirmi che ero stato selezionato. Da lì molti mi hanno incominciato a fare discorsi di etica e altri improbabili motivi per il quale io non dovessi partecipare. Ma grazie a Dio ho sempre pensato con la mia testa. E’ impossibile fare qualcosa che possa piacere a tutti, io ho partecipato appunto perché era la prima edizione e quindi sperimentale. Secondo me è stata una bella sfida utilizzare un format di intrattenimento per fare cultura fotografica. Lo scopo è nobile, rendere la fotografia più popolare, perché di solito, purtroppo, è un ambiente molto autoreferenziale. E posso dirti che a livello personale il confronto arricchisce sempre, soprattutto in questo caso.. Poi lasciamo discutere chi ha tempo di farlo, io devo fare le foto. Perché sarebbe in contraddizione con il mio lavoro? Io di lavoro riporto i fatti cercando di raccontarli al meglio con una visione comprensibile a più gente possibile. Mi hanno chiesto di fare delle fotografie non degli spaghetti. Che comunque faccio benissimo”. (ride)

E’ stata un’esperienza significativa? Cosa ti ha lasciato?

“E’ stato affascinante fare un programma, stare dietro alle quinte e capire il meccanismo. A livello fotografico è stato stimolante in quanto le persone che mi giudicavano erano molto lontane dalla mia fotografia. Ma sono comunque riuscito a fargli notare la mia visione. Quindi mi ha dato tanti spunti su cui meditare, non si può essere permalosi quando qualcuno giudica un prodotto fatto per comunicare, anzi è proprio il confronto il punto di partenza. Comunque, si trattava di andare in giro per l’Europa e fare foto, quello che praticamente faccio sempre. Altra cosa importante è stata che grazie a questo programma, mia nonna ha finalmente capito che lavoro faccio. A parte 150.000 euro, mi ha lasciato degli amici e delle conferme”.

Si dice che il tuo mestiere è più vicino a quello di un artigiano, per la sua utilità diretta assicurando un servizio pubblico. Hai il dovere di informare nonostante tutto, sfuggendo a mille insidie. Consideri una missione la tua o un semplice mestiere che qualcuno deve pur fare?

“Sono cresciuto in una bottega di fotogiornalismo. L’ho sempre considerata una missione e non un semplice lavoro. Molte volte, mi piace pensare che noi reporter non lavoriamo per i giornali ma per la storia. Poi, da quando ho perso il mio caro amico e collega Andy Rocchelli in Ucraina sono ancora più motivato. Con altri reporter stiamo cercando di concepire un sistema per tutelare i reporter e farli diventare una rete. Di metterli in connessione tra di loro per essere sempre di più indipendenti e liberi”.

Per te la fotografia deve essere viva, reale o foto d’autore?

“Considero la fotografia come un fluido, che si adatta all’output che si sceglie. Non si può dare una connotazione d’identità a una fotografia se prima non si ragiona sul dove l’abbiamo trovata. Mi piace vedere un filo conduttore nel lavoro di un autore, infatti portare avanti delle tematiche e uno stile coerente, è la prima cosa che consacra uno sguardo d’autore. Anche se la grande sfida è far parlare i tuoi soggetti senza importi troppo su di loro. Quindi ascoltando e non parlando di loro. Sono molto affascinato dal binomio di contrapposizione del surrealismo che questa arte riesce a creare mantenendo comunque una solidissima base documentaristica. A volte, la fotografia troppo concettuale la reputo artificiale e gelida, quindi lontana dai miei gusti”.

Hai un fotografo in particolare a cui la tua arte si è ispirata?

“Non ho riferimenti fotografici ma pittorici. Il classico da Caravaggio, Jan Van Eyck, Velasquez, Boccioni, Pollock, Juan Gris, M.C Esher, H.R. Giger… lista infinita. Ma apprezzo molto anche la street art, e, cosa che ultimamente mi affascina, il videogame. Ho collaborato con Leonard Menchiari al progetto Riot Simulator, penso che anche le esperienze di vita stiano contaminando fortemente la mia fotografia. E il cinema mi ha totalmente plagiato per quanto riguarda lo story telling. Nei miei progetti ci sono tantissimi richiami e citazioni, sia nelle tematiche sia nel modo di mostrarle”.

E’ vero che per alcuni fotoreporter la fotografia è una condizione esistenziale? Per te lo è?

“Per me è un ossessione, non uno stile di vita. Però per fare il reporter vivi un certo tipo di condizione che ti porta ad essere in un certo modo. Viaggi tantissimo, devi sempre adattarti, risolvi problemi, conosci tantissima gente e molto diversa da te. Ovviamente, quando vivi in questa maniera è difficile cambiare e adattarsi all’ordinario. Inoltre, come diceva Ettore Mo, dopo che sali sul treno della sofferenza è difficile scendere. Quando ti appassioni a dei paesi, delle situazioni, o delle condizioni umane non riesci più a disinteressartene poi, diventa il tuo primo pensiero”.

Tu sei un soldato disarmato, che imbraccia un’arma che non “tira” ma “prende”. Ti consideri tale? Cosa provi mentre scatti? In quell’attimo sei lì con tutte le tue emozioni o ti scolleghi da esse?

“Non sono un soldato sono solo un testimone del nostro tempo. La macchina fotografica è l’unica cosa che c’è tra te e la realtà. A volte può essere uno scudo con il quale ti ripari a volte qualcosa che amplifica le emozioni. A me capita che quando guardo una scena molto intensa attraverso la macchina fotografica, il resto cala di volume. Rimane solo quel rettangolo di attenzione dove sta succedendo qualcosa, e nella mente lo scomponi tutto. Il silenzio è come se il tempo si fermasse o andasse al rallentatore. Vedi i piani, si distacca lo sfondo dai personaggi, un effetto di realtà aumentata. Invece, a volte, quando ciò che inquadro è atroce, capita che, come successe a Gaza, mi ricordo che stavo fotografando una pila di bambini maciullati, ti scolleghi, lo sguardo diventa oggettivo, decontestualizzando la scena, privandolo di emozione e vedi solo forme, colori e forme senza giudicare.. senza lasciarti turbare. E’ un istinto di autoconservazione credo, almeno a me capita in questo modo. Specialmente in guerra,diventi parte di questo grande teatro del conflitto, anche tu hai il tuo ruolo, diventi parte della scena con il tuo personaggio. Fare fotografie in quel momento è l’unica cosa che legittima la tua presenza per te stesso e per gli altri”.

Progetti per il futuro?

“Le vacanze”.

La fotografia ha il compito di riprendere l’uomo nella sua essenza e di sublimarlo. Non va spiegata, deve esser vista e sentita.

“Amen”.


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