Gianluca Pirozzi: “Nomi di donna”


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Autore del romanzo “Nomi di donna”, nella vita si occupa di relazioni internazionali e lavora  nella pubblica amministrazione

“Nomi di donna”, tredici storie di donne. Ce ne parli?

Sono 13 storie per 13 donne che vengono raccontate in una di quei momenti precisi della vita che io chiamo epifanie identitarie, cioè quelle situazioni, simili a vere e proprie scintille, in cui ciascuna di queste donne si ritrova a contatto con la propria identità… non sono situazioni frequenti nella vita di ciascuno di noi e questo perché spesso si conducono esistenze in qualche modo lontane dal proprio io, dalla propria essenza… si finisce con l’essere per la maggior parte della nostra vita persi o non collegati con la propria intimità. In questo libro, che io chiamo romanzo di racconti perché c’è un filo rosso che unisce ciascuna protagonista alla vita di un’altra, ho voluto proprio narrare di quei momenti in cui la vita dà l’occasione a ciascuna delle protagoniste di ricongiungersi con la propria identità. Ciò, alcune volte, avviene a causa di un evento drammatico, altre volte a causa di una circostanza solo apparentemente insignificante che fa però da causa scatenante al ricongiungimento con il proprio sé.

 Come e dove hai trovato l’ispirazione?

Non riesco a raccontare una storia se non sento che l’idea che ho dentro non nasconde anche una sfida, qualcosa che mi piace davvero, che mi dà energia o suscita, prima di tutto, la mia profonda curiosità. Può trattarsi della storia in sé, della psicologia di un personaggio, della sua età o della sua estrazione sociale. Ecco quando io sono pronto a raccogliere questa sfida, allora sono pronto a scrivere e a sperimentare. C’è un’espressione di Paul Valery che amo molto – lui parla di occhio, mano e anima come dei tre ingredienti che rientrano nel lavoro dell’artigiano, ma io credo che ciò si addica perfettamente anche al lavoro dello scrittore. Penso, cioè, che ci sono circostanze quando in cui questi tre elementi si fondono e diventano una cosa sola: c’è uno strano momento che, talvolta, può anche essere molto lungo, in cui queste confluiscono in una sola azione e io cerco di non iniziare a scrivere finché non ho ottenuto questo momento magico. Le storie di Nomi di donna, sono state scritte negli ultimi sei anni e raccontando di queste donne ho provare a narrare di quell’universo femminile che mi è caro e che per me funziona spesso come un corpo unico. È per questo che, nel caso del mio libro, ogni storia occupi un capitolo di ciò che io e dopo i lettori considerano un unico romanzo. Ed è romanzo che, come dicevo prima, si sviluppa lungo le quattro direttrici di una giornata, dall’aurora alla notte fonda, passando per il giorno ed il tramonto. Non si tratta in realtà dello stesso giorno, di uno stesso anno, né dello stesso luogo, ma mi piaceva giocare con questa finta unità temporale e spaziale.

Chi sono le donne che racconti? Sono personaggi inventati o hai preso spunto dalla vita reale?

Non voglio sfatare alcuna idea sull’inevitabile legame che c’è tra la vita dell’autore e quella dei personaggi di cui scrive. Però, oltre all’inevitabile processo di attingere al proprio vissuto, vorrei anche dire che credo che i personaggi d’un libro prendano inevitabilmente le proprie sembianze. Emergono spontaneamente come fiori di campo, quando si è in grado di guardarsi allo specchio, di analizzare parti di sè rimosse o a lungo appesantite dal giudizio, quando si è capaci di ripensare ad esperienze che sono in qualche modo sopravvissute al semplice ricordo. Quel che accade è che i personaggi di fantasia che covano in noi si rivelano una volta che si è compresa a fondo la loro natura reale, il vissuto (proprio) che è rifluito in loro. Da quel momento, non ti sfugge (quasi) più nulla, non hai più di che accusarli o di che vergognarti. Li accetti, ti accetti. Sei infine pronto alla scrittura. Ecco: Giovanna, Agata, Stella, Monica, Edda, Clara, Fabiana e tutte le altre donne sono nate così.

 Che messaggio intendi dare?

Nomi di donna, oltre che un libro sulla mia visione dell’esser donna oggi, è soprattutto un libro il cui sunto potrebbe essere che esperire aiuta. Essere la somma del nostro passato ci fa procedere. Ognuno di questi personaggi ha anche una sua storia personale e soprattutto familiare, non serve una lente psicanalitica per cogliere l’origine delle loro debolezze. Capire da dove viene un personaggio (una persona) ci da la possibilità di accoglierlo, di andare consapevolmente verso il futuro. Eppoi, mi piacerebbe che Nomi di donna fosse anche una boccata d’aria, un modo di interrogare e sperimentare, emozionalmente, altre vite, altri pensieri, altre emozioni, altre società.

Che riscontri hai avuto?

Direi sorprendenti, sia da parte delle lettrici e dei lettori che degli addetti ai lavori. E ricollegandomi a quanto dicevo prima, quando scrivo una storia non lo faccio perché voglio lanciare un certo messaggio, né in questo caso ho pensato di trattare l’universo femminile quasi fosse un’oasi da proteggere, anche perché trattandosi di un’oasi questo libro ne offre una minima rappresentazione di quello che secondo me può voler dire esser donna oggi. Però continuo a ricevere messaggi e riscontri dalle lettrici e dai lettori che si ritrovano nelle esperienze di vita che ho raccontato e nei sentimenti che animano le protagoniste di Nomi di donna.

So che il libro è stato presente in varie iniziative editoriali, ce ne puoi parlare?

Nomi di donna è un piccolo libro che ha compiuto grazie alla caparbietà del sottoscritto e al riscontro dei lettori un cammino per molti versi inaspettato. Era allo scorso Salone del libro e finora è stato presentato in molte città italiane oltre che a Roma dove vivo. E’ stato ospitato in una puntata della trasmissione Fahrenheit – Radio 3-Rai, e la trasmissione Qui comincia di Radio Rai 3 gli ha dedicato un’intera puntata lo scorso dicembre. E’ stato tra le opere di narrative segnalate dal Premio Luzi 2016 e recensito su molte testate e su blog letterari. Il numero di novembre della rivista Leggendaria contiene un’ampia recensione di Daniela Matronola, L’Unità qualche mese prima aveva pubblicato una bellissima e lunga recensione a firma di Filippo La Porta e il numero di gennaio di Le Monde Diplomatique ha scelto Nomi di donna come libro del mese… Insomma, spero che questo percorso possa proseguire e che Nomi di donna possa continuare ad esser letto.

 A chi si rivolge?

Quando scrivo non mi pongo l’obiettivo di immaginare chi possa esser il lettore né individuo il messaggio da lanciare. Prediligo, al contrario, l’aspetto istintivo della scrittura e sono fermamente convinto che una volta scritto, un libro appartenga al lettore. Spesso quando affermo queste cose suscito poi una domanda sul “perché” della scrittura. A tale interrogativo io rispondo facendo mie le parole di un grandissimo scrittore: Gesualdo Bufalino, il quale dice senz’altro meglio di me quanto anch’io credo riguardo al senso etico e personale di questa azione: Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono stato sempre colpito dalla inverosimiglianza della vita, m’è parso sempre che da un momento all’altro qualcuno dovesse dirmi: “Basta così, non è vero niente!”.

E’ la tua prima opera?

È il mio terzo libro come autore: nel 2010 è uscito Storie Liquide e nel 2012 Nell’altro. In precedenza, miei racconti erano usciti in diverse raccolte e antologie narrative.

Come ti sei trovato a scrivere “al femminile”?

Tendo a pensare che uno scrittore sia uno scrittore, indipendentemente dal suo essere uomo, donna, gay, o altro genere. Poi è vero che ognuno di noi e, dunque, lo scrittore, in quanto immerso in un determinato contesto storico e sociale sia anche portatore di stereotipi. Certamente nel dar voce a queste protagoniste, ho fatto ricorso ad un tipo di narrazione portatrice di sensibilità, di inconscio, molto più evocativa e sensoriale. E, forse, immaginando un personaggio maschile, faccio ricorso involontariamente ad un’idea di scrittura più strutturata, più razionale, ma ciò è indipendente dal sesso del suo autore. Quel che voglio dire è che identità sessuale e di scrittura non vanno insieme. Se penso a  Proust mi viene in mente una scrittura (sublime) femminile, se, invece, penso a Balzac, la sua per me è una scrittura senz’altro maschile.

Hai  nuovi progetti editoriali in cantiere? Se sì sempre sullo stesso genere?

Ho un progetto che riguarda la scrittura per l’infanzia.

Chi è Gianluca Pirozzi, di cosa si occupa nella vita?

Sono un autore e di professione (intendo quella che mi consente di vivere), mi occupo relazioni internazionali e lavoro in una pubblica amministrazione.


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