Nico Piro: Inviato di guerra, uomo di pace


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Giornalista, scrittore e blogger Nico Piro, più che un inviato di guerra del Tg3, è occhi e voce di chi vive la guerra come quotidianità.

di Mara Fux

“Ho iniziato a fare il giornalista subito dopo il liceo, circa trent’anni fa quando c’erano solo due modi di fare giornalismo e cioè o sulla carta stampata o in televisione. Con l’avvento di internet mi sono subito interessato alla rete intuendone le altissime potenzialità come modo per uscire da quelle barriere che nel giornalismo erano davvero forti ed a utilizzarla come il mezzo per raggiungere più gente possibile, per mostrare quello che né la carta né la televisione permettevano di mostrare”.

Come inviato sei stato testimone di notizie di altissima importanza. In che modo ci sei riuscito? 

“Amo spesso dire che sono le notizie a scegliere te. La prima volta che sono andato da inviato di Rai Web in Afghanistan era il periodo natalizio ed essendo l’ultimo arrivato della redazione è toccato a me partire per mostrare quello che significava la crisi, la guerra in un periodo dove in tutto il mondo si celebrava una festa. Io ho cercato di descriverla al meglio utilizzando un mezzo che avrebbe raggiunto tantissime persone e raccontando cose che un Tg non riesce a raccontare”.

Quale è stata l’esperienza più forte che hai vissuto? 

“Quella che ha colpito Kabul il 17 settembre 2009. Nell’attacco morirono in tanti ed io ero lì, poco distante dal luogo dell’attentato da cui mi sono salvato solo perché il destino ha scelto che prendessi un’altra strada. E’ stato un momento molto forte: al di là dell’orrore dei corpi dilaniati, vedere un mezzo blindato, dal peso di parecchie tonnellate ridotto alle dimensioni di una panda è qualcosa di davvero impressionante”.

Come ti poni quando realizzi un servizio? 

“Il mio tentativo è quello di assumere il punto di vista delle persone coinvolte nei conflitti che non sono i presidenti o i capi di stato ma i soldati ed i civili. Per poterlo fare davvero devi assumere lo stile di vita di queste persone, raccontare la loro vicenda, raccontare i pericoli che corrono ogni giorno quando vivono la loro giornata andando al lavoro, allo stadio, al bar; quando fanno la loro vita normale. Tu da cronista allora ti esponi agli stessi pericoli del cittadino della Georgia o della Sierra Leone, corri gli stessi rischi che corrono loro dalla mattina alla sera”.

Hai vissuto momenti particolari? 

“Di grandi episodi ce ne sono tanti ma quello che ti segna veramente è la quotidianità. Quando in questi luoghi entri in un ospedale e ti aggiri tra le stanze, se conti sedici letti conti anche sedici bambini pluriamputati e questa visione te la porti a casa”.

Tu sei padre, hai due bambini: incontrando lo sguardo di un bambino di quei luoghi non ti è mai capitato di pensare “adesso questo me lo porto a casa”? 

“No, si tratta di realtà troppo complesse dove rischi che pensando di fare del bene fai del male. Per vivere in quei luoghi devi conoscerne le regole e i costumi da rispettare, specialmente quando si tratta di bambini. La prima legge quando vivi con un popolo è capirne la cultura e rispettarla”.

Di recente è uscito “Corrispondenze afghane” il tuo secondo libro che qualcuno considera una sorta di sequel del precedente “Missione incompiuta”. E’ così?  

“Qualcuno lo ha scritto ma non è corretto; ‘Missione incompiuta’ andava dal 2001 al 2015 dedicando attenzione alla guerra guerreggiata. ‘Corrispondenze afghane’ dedica meno attenzione al campo di battaglia ma più attenzione al vuoto di attenzione che c’è stato al termine della missione Isaf. Non è giusto andare oltre, tirare avanti così; ci sono stati 55 caduti e per rispetto a loro bisogna fare maggiore informazione, quello che non si sta facendo perché la disinformazione è la via più veloce per far dimenticare. “Corrispondenze afghane” è un libro scritto in mezzo alla gente, che svela la grande bugia ovvero che la guerra sia un fatto che riguarda soldati contro altri soldati mentre la guerra è qualcosa che si combatte in mezzo alle persone, alle strade, alle cose. Chi non fugge non è perché non vuole fuggire ma perché non può fuggire, perché magari ha comprato da poco una casa o una terra da lavorare. Lo stato di guerra ti crea attorno una specie di bolla all’interno della quale ti muovi e ti comporti come se nulla fosse in uno stato di assoluta anormalità: vai al ristorante e ti perquisiscono, al bar o a comperarti vivendo costantemente l’idea della morte. Fuggire non è semplice e poi fuggire vuol dire semplicemente spostarti da un luogo all’altro del paese perché andar via corrisponde a vivere da profugo e tu non puoi capire quanto possa essere infima la vita all’interno di un campo profughi. E quindi rimani”.

Perché per pubblicare “Corrispondenze afghane” hai scelto la via del crowfunding? 

“Il mercato dell’editoria in Italia è in crisi e ci sta sempre meno spazio per raccontare di guerra. Per questo motivo ho scelto questa via annunciando il progetto sui social e raccogliendo prenotazioni dagli appassionati ma anche da imprese private particolarmente sensibili a questi argomenti come ad esempio la MADMAXcoITALIA, una delle eccellenze specializzate nel settore degli equipaggiamenti e dell’abbigliamento tattico. Grazie al loro sostegno ho potuto completare il lavoro, pubblicarlo e giungere in breve tempo all’esaurimento della prima edizione proiettandomi direttamente verso una nuova ristampa”.


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