10/26/2020
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Stefano Sciacca: Torna con l’ultimo romanzo “L’Ombra del Passato”

di Lisa Bernardini –

Stefano Sciacca, dopo gli studi giuridici ha deciso di dedicarsi alla letteratura e coltiva una passione per il cinema. Sul suo canale Youtube svolge l’attività di critica cinematografica ed è coautore di soggetti e sceneggiature, una delle quali – intitolata “Suicidio allo specchio” – è stata finalista della sezione cortometraggi al ToHorror Film Festival del 2018.
Stefano, si può dire che anche questo romanzo da poco uscito abbia un particolare legame con il mondo del cinema?
“Sì, persino il titolo è il medesimo dato in Italia a un capolavoro noir del 1944: ‘Murder, My Sweet’ di Edward Dmytryk. Nel mio racconto confluiscono ambientazione, atmosfera e stereotipi del cinema realista americano (ma anche francese e italiano) e di quello espressionista tedesco. Le ombre, aldilà del titolo, assumono consistenza materiale: rappresentano visivamente una minaccia avvertita interiormente e si presentano come proiezione esteriore di un presagio partorito dall’immaginazione. Oltre a tutto questo il libro ha, poi, un padrino d’eccezione: Steve Della Casa, che tanto ha dato e continua a dare al cinema italiano”.
Raccontami qualcosa del tuo incontro con Della Casa. A te cos’ha dato?
“Di certo ben più del suo nome, che pure, di per se stesso e specie agli occhi di tanti appassionati cinefili, costituisce già un incoraggiante invito alla lettura, se non proprio una garanzia di qualità. In verità, Steve ha prestato a ‘L’ombra del passato’ la sua sensibilità, di lettore e di intellettuale. Nella breve ma incisiva introduzione al racconto, è riuscito a legare tra loro, con competenza e ironia, aspetti del mio romanzo che neppure io avrei saputo presentare al lettore in maniera altrettanto efficace. E poi non si tratta neanche soltanto di questo. Questo è ciò che, appunto, ha regalato a ‘L’ombra del passato’. Ma a me ha dato ancora di più. Perché, in una realtà editoriale dominata dai più sottili e astuti calcoli, nell’ambito della quale mi sembra che si agisca solo in cambio di un tornaconto materiale, dove non si può proprio sprecare tempo in nulla che non sia strettamente utile, Steve ha invece dimostrato una dote che contraddistingue gli autentici intellettuali: la curiosità. Curiosità nei confronti di un manoscritto ancora inedito, che prometteva soltanto di solleticare il palato di un cineasta. Una curiosità pura e sincera, non condizionata da alcun pregiudizio legato al nome dell’autore, il quale, invece, spesso, sulle copertine dei libri è scritto in caratteri più grandi di quelli utilizzati per il titolo dell’opera. E, così, ha infine deciso di spendere il proprio, di nome, noncurante del fatto assolutamente evidente che il mio non potrà mai restituire al suo quanto ha ricevuto. Un incontro del genere ristabilisce fiducia nell’essere umano. E la fiducia è tutto”.
Devo dedurne che, in qualità di scrittore, tu ritenga importante la fiducia?
“Sì, credo che la fiducia sia davvero indispensabile a uno scrittore. Tanto quanto l’ispirazione e, forse, persino di più. In effetti, temo che senza fiducia mancherebbe qualunque ispirazione o, se anche questa tentasse di esprimersi, non potrebbe respirare, crescere, svilupparsi. Scrivere è fatica, è dialettica, spesso è addirittura lotta. Lotta innanzitutto con se stessi. E, se durante questa lotta non si è sorretti dalla fiducia, è inevitabile finire per arrendersi. Uno scrittore deve conservare fiducia nell’essere umano (a cominciare appunto da quello che scopre dentro di sé): fiducia nella capacità dell’uomo di appassionarsi ancora. Fiducia nel desiderio del lettore di concedere che un racconto e i suoi personaggi lascino un segno su di lui. Fiducia nella sua disponibilità ad abbandonarsi al romanzo, lasciando così, a propria volta, qualcosa di sé nel libro che ha letto, prima di riporlo su qualche scaffale. Per ritrovarlo, in seguito, quando a distanza di tempo riprenderà in mano quello stesso volume e si scoprirà cambiato. Ed ecco che un libro diviene uno specchio capace di restituirci un’immagine di noi nella quale sovente fatichiamo a riconoscerci. È memoria di com’eravamo allorché lo incontravamo per la prima volta. Infine, per tornare alla nostra fiducia, allo scrittore occorre anche poter credere nella volontà degli uomini in mezzo ai quali vive, i suoi contemporanei, di preservare la possibilità per le generazioni future di proseguire il raccolto. La parola «cultura» deriva appunto dal latino colĕre, coltivare. Ma come si può sperare di raccogliere frutti da una terra avvelenata? Sempre più spesso, da quando scrivo, mi domando che fine faranno la nostra civiltà e il nostro pianeta. Che aspetto avranno tra decine, centinaia o migliaia di anni? Esisteranno ancora? Un libro è come un figlio: costringe il padre a preoccuparsi del futuro. Se, poi, questo figlio è pura idea, non condannata al deperimento del corpo, allora l’orizzonte temporale da scrutare è potenzialmente infinito. Ma le idee, da un lato sottratte alle malattie del corpo, dall’altro sono minacciate dall’atrofia intellettuale e mi pare che, nella nostra società, al costante aumento della vita media del corpo, corrisponda un’allarmante regressione dello sviluppo intellettuale, sempre più frequentemente spinto in direzione di una cieca e sorda ultra-specializzazione. Questo almeno è l’uomo del presente e, temo, anche quello del futuro”.
Perciò hai ambientato il tuo racconto nel passato?
“Sì, esattamente. Per potergli dare un protagonista più umano. Certo, non si tratta di secoli fa, ma nell’epoca iper-moderna pochi decenni producono trasformazioni che in precedenza sarebbero occorsi secoli a realizzare. Ammesso che ciò fosse possibile. Comunque, anche ne ‘L’ombra del passato’, attraverso la figura del commissario Lombardi, si profila la sagoma dell’uomo-macchina, disumanamente specializzato, che contraddistingue i nostri giorni. Un uomo, ci sarebbe da giurarlo, che sa sempre, con precisione assoluta, quale giorno e quale ora sono. Il protagonista, al contrario, è un classico antieroe noir – o, meglio ancora, è classico punto: sente di vivere fuori dal tempo. Per lui sono i luoghi a contare. Luoghi come il Fortebraccio Jazz Club.
Se dovessi scritturare un attore italiano per la parte del protagonista, a chi ti rivolgeresti?
“Non mi sarebbe facile attribuire un volto a questo personaggio: egli narra la vicenda in prima persona e io l’ho conosciuto e raccontato sempre da dentro. Pertanto, avrei delle difficoltà a individuarne l’interprete semplicemente dal volto. Allo stesso tempo, però, il volto di una persona – persino quello di un attore! – può suggerire qualcosa della sua interiorità. Perciò, provando a indovinarne la sensibilità pur non conoscendolo di persona, sentirei di rivolgermi ad Alessandro Gassmann per sottoporgli il romanzo e chiedergli come potrebbe trovarsi nei panni di un uomo solo all’apparenza stanco di vivere e di sognare. Ma, in verità, molto vivo e anche un po’ sognatore. Un duro dotato di tanta tenerezza”.

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