05/21/2024
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Stefano Sciacca: “La sola ricchezza che conti” il potere magico della scrittura

di Francesca Ghezzani –

Stefano Sciacca, laureato in giurisprudenza all’Università di Torino, ha studiato Human Rights Law presso la University of Oxford e collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale. È stato consigliere della Fondazione Culturale di Noli per la quale ha curato conferenze e mostre (Tracce di Realismo a Noli, 2015) e autore di romanzi (Il Diavolo ha scelto Torino, Robin 2014), di saggi di critica cinematografica (Fritz Lang, Alfred Hitchcock: vite parallele, Falsopiano 2014; Prima e dopo il noir, Falsopiano 2016), di sceneggiature (Suicidio allo specchio, finalista ToHorror Filmfest 2018) e di video sulla storia dell’arte e del cinema (Cinema e Psiche: Il manipolatore, 2018; Gum sul canale Youtube Valiant). Con Mimesis ha pubblicato Sir William Shakespeare, buffone e profeta (2018), L’ombra del passato (2020) e, di recente, La sola ricchezza che conti (2023).
Stefano, ne “La sola ricchezza che conti” l’investigatore privato Michele Artusio – già protagonista de L’ombra del passato – torna a raccontare un episodio della sua giovinezza. È corretto sostenere che la scelta della narrazione in prima persona in questo secondo romanzo non si riduce solo a una mera questione stilistica?
“Certamente sì. Ne ‘L’ombra del passato’ intendevo unicamente costringere il lettore ad aderire alla prospettiva soggettiva del protagonista, a calarsi nella sua intimità e a dialogare direttamente con la sua coscienza, che rappresentava, per così dire, un personaggio a sé stante. Del resto, non si trattava di un giallo – nel quale, si sa, occorre fornire al pubblico gli indizi per la soluzione dell’enigma nella maniera più obiettiva possibile – bensì di una vicenda thriller in cui la speranza di riuscire a emozionare chi legge, ora facendogli trattenere il fiato, ora strappandogli una risata, era affidata proprio al diretto coinvolgimento nelle traversie esteriori e interiori del personaggio. Questa soluzione imponeva però di prevedere che fosse lo stesso Artusio a scrivere un resoconto delle proprie avventure e La sola ricchezza che conti rivela esattamente come e perché un rude uomo d’azione si è avvicinato alla macchina da scrivere. In altre parole, la spiegazione della soluzione stilistica adottata nel primo romanzo ha offerto l’occasione per svolgere nel secondo una riflessione sulla forza irresistibile dell’impulso creativo che può indurre qualunque individuo a divenire scrittore, non per mestiere ma per necessità, non per gli altri ma per se stesso. Ormai anziano, Artusio scrive le sue memorie per provare appunto a se stesso di aver vissuto, per esorcizzare la paura di dimenticare chi è stato, per ricordare e attraverso il ricordo rivivere”.
A questo proposito, che rapporto intrattieni tu con la scrittura e con i ricordi?
“Lo definirei identico a quello di Artusio, con il quale anche in conseguenza del ricorso alla narrazione in prima persona ho evidentemente finito per simpatizzare sino a confondermi. Proprio come lui sono convinto che i ricordi siano la sola ricchezza che conti, l’unica che possiamo davvero possedere. Scrivere è il mio modo di preservarli e comporta un investimento personale che determina il carattere inevitabilmente autobiografico dei miei libri. Perciò finisco sempre per parlare di me stesso e di coloro che amo e che porto dentro di me, sotto forma di idea e appunto di ricordo”.
Si potrebbe quindi dire che il romanzo – tanto per Artusio, quanto per te – costituisce una testimonianza. Sei d’accordo?
“Assolutamente sì, entrambi scriviamo per sfogare il bisogno di dare espressione alla nostra interiorità, di raccontarci. Ed entrambi, nel farlo, ci rivolgiamo idealmente a coloro ai quali speriamo di lasciare in eredità la migliore immagine di noi”.
Francamente sarebbe stato difficile attribuire al protagonista de “L’ombra del passato” la medesima aspirazione. Non temi che l’evoluzione caratteriale delineata ne La sola ricchezza che conti possa spiazzare il pubblico?
“L’autore de ‘La sola ricchezza che conti’ risulta indubbiamente più maturo e tormentato di quello de ‘L’ombra del passato’: in altre parole, più persona e meno personaggio. E ciò, oltretutto, a dispetto della circostanza che al momento della vicenda narrata egli fosse, rispetto al protagonista de ‘L’ombra del passato’, più giovane e più inesperto. Questo significa anche più ingenuo e, quindi, più vulnerabile alla speranza e all’amore. E infatti ne ‘La sola ricchezza che conti’ – che, come ha sottolineato Pontiggia, è romanzo di formazione e al contempo di deformazione – Michele Artusio sperimenta quanta sofferenza possa comportare amare e, per l’avvenire, sceglie di impegnarsi all’indifferenza. Ecco spiegata la maschera indossata ne ‘L’ombra del passat’o, in effetti diversa dal volto del protagonista de ‘La sola ricchezza che conti’. Riconosco dunque che il rischio di discontinuità c’è, ma credo fermamente che andasse comunque corso per celebrare il potere magico della scrittura, attraverso la quale si cresce, si matura, si riesce a rielaborare il lutto e persino a esorcizzare la paura di morire. Infatti, se è vero che il protagonista del secondo racconto involve in quello del primo, non è meno evidente che il narratore de ‘L’ombra del passato’ è evoluto in quello de ‘La sola ricchezza che conti’ ed è appunto questa evoluzione autoriale che mi sono ripromesso di celebrare attraverso il nuovo romanzo”.
Dopo essersi sperimentato come scrittore nel resoconto di un’indagine che nonostante tutto aveva scosso la sua coscienza investigativa – quello del prezioso e maledetto diadema Romanov, macchiato del sangue dei deportati ebrei – Artusio si è sentito finalmente pronto ad affrontare sulla pagina il trauma giovanile di un grande amore tragicamente avversato dal destino. Eppure non c’è alcuna traccia di rabbia o di risentimento, ma solo la tenerezza che un uomo ormai anziano riserva al ricordo del passato, riconoscendo che proprio quel ricordo per quanto doloroso costituisce in definitiva la sola ricchezza che conti.

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