05/07/2021
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Antonello Palombi: “T” come talento e tenore

Ha iniziato i suoi studi con Kate Gamberucci e poi con il M° Thiolas. Nel 1990 debutta come Pinkerton in “Butterfly” e negli anni successivi ha calcato i palcoscenici italiani ed internazionali interpretando un vasto repertorio.

Antonello, quali sono stati i tuoi esordi con la Lirica?
“Anzitutto grazie per questo incontro su questo prestigioso magazine. I miei veri esordi nel mondo della Lirica si sono realizzati grazie al progetto che il compianto Maestro Claudio Desderi aveva in mente durante la sua direzione artistica al Teatro Verdi di Pisa e che trovò in me l’elemento ideale per iniziare questo esperimento. Sulla falsa riga di quella che fu la Scuola della Scala, ai tempi d’oro mi propose di stabilirmi a Pisa per tre anni durante i quali, oltre che ad una borsa di studio che mi permettesse di vivere, avrei frequentato dei master che vertessero all’approfondimento della lettura della musica, dell’ascolto, preparazione di ruoli, che poi avrei interpretato durante la stagione. Un vero colpo di fortuna sotto tutti i punti di vista ma soprattutto per l’opportunità avuta di approfondire ruoli e spartiti”.
Con quale ruolo hai debuttato e dove?
“Il mio primo ruolo in assoluto è stato quello ‘infausto’ del luogotenente della cannoniera Lincoln… F. B. Pinkerton, ripetendo le parole della Madama più famosa al mondo… la Butterly. Fu durante una tournée che attraversò diverse città europee, il mio debutto avvenne a Fürth, in Germania, una città vicino Nürberg”.
Quale ruolo ti è stato ostico e perché? Come lo hai affrontato? 
“Qui bisogna soffermarsi un attimo. In tutta onestà, la mia tecnica di canto non è basata su una costruzione artificiale dell’emissione, non esiste una ‘posizione precostituita’ nel mio canto, bensì il seguire pervicacemente l’utilizzo del fiato che naturalmente, come dico io, sa dove andare a vibrare. Fatta questa premessa si capisce che da ruolo a ruolo, è più che altro l’impegno fisico che cambia soprattutto nel far seguire un’interpretazione scenica credibile al canto. Posso dire invece che i ruoli che mi sono stati meno ostici in assoluto sono Otello e Canio”.
Aria e duetto preferiti e perché?
“I duetti, non uno ma due, che amo in assoluto sono quelli tra Otello e Desdemona del terzo atto… ‘Dio vi giocondi o sposo…’ e quello dell’ultimo atto… ‘Diceste questa sera le vostre preci’ perché li trovo così intensi e densi di una drammaticità coinvolgente. L’aria? Che domande, ‘Vesti la giubba’. Pensavi forse l’abusato ‘Nessun dorma’? No, grazie. Calaf è il personaggio di una favola, tutto finto e contraddittorio, vuoi mettere Canio? Tra l’altro è la trasposizione scenica di un fatto realmente accaduto e del quale quasi ne fu testimone l’autore stesso, Leoncavallo. A me piace troppo essere il più vicino possibile alla verità, che vuol dire anche naturalezza”.
Tra i tuoi tanti progetti, uno in particolare ricordato al grande pubblico per un episodio diventato storia. La tua presenza in “Aida” per l’inaugurazione della Scala nel 2006 per indisposizione improvvisa del tenore. Raccontaci quell’episodio e quali sensazioni provasti.
“Mi stai chiedendo di tornare con la memoria indietro nel tempo su un fatto che trova un precedente solo nel famoso abbandono dello spettacolo della grande Maria Callas durante la ‘Norma’ del 2 gennaio 1958, con solo la differenza che il suo abbandono avvenne nella pausa tra il primo e il secondo atto e non dopo la prima aria sotto le urla di dissenso da parte del pubblico. Ad ogni modo, gli accadimenti confermarono il mio principio che alla Scala, uno dei più importanti teatri al mondo, se non il più grande, dove hanno debuttato moltissime delle Opere che dopo secoli ancora oggi vanno in scena con successo, in questo Tempio non si debutta con ruoli che non siano ben rodati. Questo, e solo questo, mi permisero di reggere lo stress, la pressione di quei momenti in cui il direttore di scena letteralmente e fisicamente mi spinse sul palco incurante che io non fossi in abiti di scena. Per farla breve, il mio debutto alla Scala è avvenuto sotto urla e fischi, così forti da soverchiare perfino il suono dell’Orchestra. Su tutto il resto lasciamolo chiuso nel cassetto della storia”.
Il tuo hobby nella vita privata?
“Beh, posso dire che a casa mia non sono mai entrati falegnami, muratori, elettricisti, idraulici, tappezzieri, imbianchini. Amo la manualità e la creatività e questo si riflette anche sulla mia professione”.
Un ricordo  a cui sei affezionato da raccontare ai nostri lettori.
“Ne ho tanti di bei ricordi, il mio incontro con la mia prima insegnante di canto, Kate Lafferty Gamberucci. O il mio incontro con Claudio Desderi in casa sua a Firenze. L’incontro con quella che è stata la mia preparatrice per lo studio dello spartito, la signora Pieralba Soroga, una vera signora, una mamma, con la quale ho potuto studiare sugli spartiti che le aveva lasciato il grande Galliano Masini, dove c’erano tutte le annotazioni date dai vari Tullio Serafin, Votto, Patanè, ecc. Il più toccante è quando, al termine di un’Aida a West Palm Beach – da notare che spesso mi ritrovo ad essere l’ultimo tra i miei colleghi a lasciare il Teatro, mi piace lasciare in ordine il camerino con i costumi riposti a modo e non lasciati a terra – uscendo mi son trovato davanti quella donna meravigliosa che è la Virginia Zeani, che mi ha atteso per salutarmi e farmi i suoi complimenti. Senza contare la chiacchierata che ci facemmo io e Zeffirelli ai tempi dell’Aida a Milano, sul suo rapporto con la Callas, cosa ne pensasse. E grazie aduno dei suo collaboratori, che lo seguivano sempre, ho anche una registrazione di quel momento”.
Cosa rappresenta per te il canto?
“Il canto è il modo in cui posso esprimere la mia anima, direbbero molti. Io preferisco dire che il canto è il modo in cui posso dare la mia anima ai vari personaggi, con la mia voce, il mio modo di sentire questo o quel carattere, con la collaborazione dei vari registi, ovviamente. Credo che sia interessante vedere un Pinkerton un pochino più umano per esempio. E’ interessante e intrigante poterlo e saperlo fare. In questo modo posso essere questo o quel carattere con tutto me stesso. Dico questo perché nella Lirica, nel Melodramma, oggi come oggi, il canto, in quanto tale, non si può, non si deve scindere dall’interpretazione scenica”.
Progetti futuri?
“In questo momento particolare, considerando tutte le proposte ricevute e poi, purtroppo, cadute, attendo fiducioso il veloce ritorno alla normalità dove si vedranno i danni subiti dal nostro settore, che non saranno pochi. guardo con interesse alla regia e mi dedico all’insegnamento”.

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Allison Benintende:
Alessandra Panzavolt

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