05/27/2024
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Charlie Rapino

Il papà dei Take That 

E’ l’uomo d’oro della discografia inglese. E’ dotato di grande talento e intuito. Un esempio? Prese un gruppo sconosciuto e lo fece diventare il fenomeno Take That 

di Francesca Ceci

Di sé dice di essere un creativo senza creatività. Classe 1960, produttore di star internazionali del calibro di  Take That, Kylie Minogue, Geri Halliwell e Spice Girls.  Charlie Rapino è un uomo fuori dagli schemi, te ne accorgi subito. Io ci provo a fargli una domanda, ma lui gioca da libero, non ti dà punti di riferimento, ti spiazza, sai da dove parte ma non riuscirai mai a capire dove arriva, risponde con generosità, non risparmia nessun aspetto del suo pensiero e quello che mi dice mi resta in mente proprio come la melodia di una bella canzone.  Finisco l’intervista e mi rendo conto che non è stata solo una chiacchierata, ma una lezione culturale, prima ancora che musicale.

Oggi si parla sempre più spesso di cervelli che emigrano. Tu, in questo senso, sei stato un precursore: parmigiano, emigrato a Londra. Torniamo indietro nel tempo: fine anni ’80, Rapino Bros. Partiamo da qui, da quella Londra.

“Sì, sono fuggito dall’Italia a vent’anni, subito dopo aver iniziato quella ‘disgrazia’ di università dove ho capito che non avrei concluso molto. Ho iniziato da giovane a viaggiare, sono arrivato nell’Inghilterra della Thatcher, il politico più importante della seconda metà del secondo dopoguerra a livello mondiale, capace di imprimere un forte cambiamento di mentalità. In questo senso anche la musica è stata una prominente forma di cultura durante il secondo dopoguerra, l’emancipazione dei sessi, la libertà sessuale sono arrivate attraverso i Beatles, i Rolling Stones, Presley. Prima di allora non se ne parlava…”.

A proposito dei Beatles… ho letto una tua dichiarazione: “i Beatles hanno avuto successo perché noi li abbiamo visti e abbiamo continuato a vederli”.

“Certo, la musica, di base, è un’arte visiva, evoca alcune immagini, ti ricorda momenti particolari della tua vita, tu stessa quando hai dato il primo bacio probabilmente avevi un certo pezzo in mente. Poi la musica è diventata un’arte estetica, probabilmente senza il rock&roll non avremmo avuto le grandi aerografate in pubblicità, Andy Warhol. L’arte non esiste, esiste l’artista. Voglio dire, puoi studiare teatro, ma non potrai mai essere Carmelo Bene. Quando i Beatles portavano i capelli lunghi la musica non era più solo le note giuste, ma l’atmosfera che riflettevano attraverso il loro essere, il loro look. Il primo a capire questo concetto fu Frank Sinistra, ti racconto un aneddoto molto divertente: quando Sinatra vide la copertina di “Come fly with me” disse: ‘ma che è questo? Un manifesto della Pan Am?”. Mentre stava tornando a casa, cambiò idea e pensò “beh, però non è sbagliato che sembri un manifesto della Pan Am perché io, Sinatra, mi faccio testimone dell’America che sta volando’. Quel disco mi pare sia del ‘57, l’America si espandeva a livello di trasporti, si poteva essere a New York la mattina e a Los Angeles la sera. Anche per questo Sinatra riflette e cambia addirittura il titolo di un pezzo che era “Let me sing among the stars” e diventa per lui “Fly Me to the Moon”, perché in piena era di Apollo, Sputnik, capisce che gli americani non hanno più bisogno di trasportarsi all’interno del loro pianeta, ma al di là. Per questo “Fly Me to the Moon” è un chiaro riferimento sociale perché ogni artista interpreta sempre quel che succede all’interno della sua società”.

Una lista di superstar lunga da qui a lì: Kylie Minogue, Gery Hallliwell e naturalmente i Take That. Se ti dico: dateci il gruppo più sfigato che avete e ne tiriamo fuori un successo, che mi rispondi? 

“Sì, la leggenda narra che andò così in effetti. In quel momento la casa discografica non aveva il disco giusto. Quando io e Marco (ndr, Sabiu)  andammo in RCA eravamo il nome del momento perché venivamo da un grosso successo, ci dissero: ‘potete prendere quel che volete qui dentro. Gli  Eurythmics? Ok’. Eravamo a questi livelli,  noi chiedemmo invece di avere qualcosa che era ancora embrionica perché è facile fare successi con i Rolling Stones, viceversa, noi per il nostro completo egoismo e successo personale, decidemmo di prendere una cosa che non era ancora sotto ai riflettori perché sapevamo che se avessimo reso grande una cosa che non era così grande, ne avremmo guadagnato, non economicamente, ma a livello di immagine”.

Il magazine inglese Record of the Day ti ha definito leggendario. Cos’è il talento?

“Carmelo Bene diceva che il genio fa quel che può, il talento fa quel che vuole. Spesso il talento è una questione puramente cromosomica, non si riesce a spiegare. Prendiamo Mozart e Salieri, Salieri studiò molto più di Mozart eppure non diventò mai Mozart. Perché? Boh, non lo so, Mozart era nato così. Io,ad esempio, ho il talento di riconoscere gente che ha talento, ma in realtà non ho nessun talento perché se mi che chiedi di suonare qualcosa alla chitarra faccio schifo”.

Il mercato discografico è in crisi nera. Non si vende più musica. Al massimo la si scarica o la si condivide tramite piattaforme di network sociali. La logica del download e del “mi piace”, legata a internet e alle sue infinite possibilità, non ha aiutato la musica così come qualcuno sperava. Di chi è la colpa?

“Di nessuno. È che un giorno sono arrivati dei nuovi monopoli che si chiamano Apple, Google, Youtube, nuove forme di distribuzione, un cambio epocale, né più ne meno quello che è successo all’inizio del ventesimo secolo con l’auto e in vent’anni i cavalli sparirono. È  l’evoluzione, se tu vedi il film di Kubrick ‘Odissea nello Spazio’, lui fa questa metamorfosi della clava che si innalza per aria e si trasforma in astronave. Se tornassimo indietro di 20 anni dubito che immagineremmo di poter comprare un biglietto aereo senza andare in agenzia o di parlare gratis per telefono come io e te stiamo facendo adesso. Se ce l’avessero detto gli avremmo risposto: ma che cavolo stai dicendo, sei scemo?”.

Come sta la musica italiana oggi? 

“Di salute economica in maniera pessima perché gli autori, quelli che fanno musica non sono mai stati preservati. È assurdo che il paese di Verdi e Puccini non riesca ad esprimere musica nazional popolare capace di sfondare a livello internazionale. Dal punto di vista delle novità, invece, siamo messi bene perché Benny Benassi è il piu grosso dj in circolazione che però è meno sotto gli occhi del pubblico italiano”.

 

 

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Alessandra Bosco
Roberto Ciotti

redazione@gpmagazine.it

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