05/23/2022
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Matteo Luciani: “Ho dialogato con il Tevere e con me stesso”

di Simone Mori –

Fotografo, ecobiologo e divulgatore, Matteo si occupa principalmente di progetti naturalistici e antropologici in cui, attraverso il racconto delle sue storie, unisce fotografia, divulgazione e tutela ambientale 

Autore dei libri Custodi erranti. Uomini e lupi a confronto (Pandion edizioni – 2017, 2019), Universi artigiani. La via dell’uomo (Arbor Sapientiae editore – 2019) e Tiberis. L’altra faccia del Tevere (Pandion edizioni – 2021).

Come nasce Tiberis? Da qualche parte ho letto che tutto iniziò da un sogno.

“Tiberis è frutto di un viaggio durato tre anni alla scoperta della profonda essenze del Tevere, con l’obiettivo di sfatare la percezione comune che la maggior parte delle persone ha di questo fiume: un corso d’acqua esclusivamente simbolo di degrado e negatività. L’input iniziale per la creazione di questo progetto deriva da una vicenda di circa dieci anni fa. Mi trovavo in tristi circostanze sull’Isola Tiberina, nel Reparto di Oncologia dell’ospedale Fatebenefratelli. Ero lì perché Claudio, mio secondo padre e maestro, ci stava lasciando. La notte in cui se ne andò, una volta uscito dall’ospedale mi misi a guardare il Tevere. In quella circostanza ci fu una sorta di dialogo col fiume. Quella fu la prima volta che lo ammiravo e contemplato veramente, inconsapevole che mi avrebbe richiamato a sé per una nuova e inaspettata avventura. Sette anni dopo sognai quella triste notte in cui il Tevere faceva da cornice. Così, una volta aperto gli occhi decisi di iniziare un nuovo viaggio alla scoperta del ‘fiume sacro ai destini di Roma’”.

L’emozione alla sorgente e l’emozione alla foce. Me le puoi raccontare?

“Difficile da spiegare a parole. Ho iniziato questo viaggio senza conoscere il Tevere, immaginandolo partendo da pregiudizi comuni, spesso negativi. Nei pressi della sorgente ho provato stupore e riverenza, tanto che prima di perlustrarla rimasi per un po’ in contemplazione, come per chiedergli il permesso di conoscere la sua vera identità e il suo lato più nascosto. Guardando la sorgente rimasi sorpreso dal fatto che da quel piccolo rivoletto fosse nato uno dei fiumi più importanti del mondo. Un fiume che nel corso del tempo ha disegnato territori, civiltà, culture, tradizioni, dando alla luce quella che è attualmente la nostra storia e le nostre origini. Man mano che proseguivo il mio viaggio, la consapevolezza e il legame col fiume si faceva sempre più grande. Arrivato alla foce ho provato un senso di speranza e gratitudine nei confronti del Tevere e della vita, poiché oltre ad essere stato un viaggio di scoperta è stato anche un viaggio interiore, dove il fiume mi ha insegnato molto, fungendo da vero e proprio maestro di vita”.

Il tuo lavoro molto spesso è in solitudine. In un’intervista hai detto che lei insegna moltissimo. C’è dietro l’aiuto della natura?

“Spesso le persone mi chiedono come faccio a stare da solo, immobile e in silenzio uno o più giorni per fotografare gli animali. Riguardo al silenzio e allo stare fermi, molti associano una tale situazione alla noia, poiché questa apparente immobilità nella frenesia dei nostri giorni non è contemplata o compresa. Oggi viviamo in una società che porta a rimuovere la pazienza, senza lasciare tempo a ciò che ci circonda e al nostro tempo interiore. Ciò che succede per mano della natura spesso va a cozzare con questo nostro ritmo ormai innaturale; basta pensare alla crisalide, a un embrione, a un seme: sono tutte realtà che impiegano ‘troppo’ tempo e troppa fatica per svilupparsi. Eppure è dal ritrovamento del ritmo naturale e paziente come quello delle stagioni che possono nascere cose straordinarie.È proprio in questi momenti di apparente solitudine e silenzio che ci rendiamo conto che tutto intorno a noi è estremamente vitale, dinamico e sonoro: gli esseri viventi si muovono e portano avanti il duro compito assegnatogli dalla vita, nel mentre la luce non è mai la stessa e il vento, l’acqua, le foglie e i versi degli animali compongono una straordinaria melodia. A cambiare siamo anche noi, poiché sono momenti in cui non possiamo fuggire da noi stessi… esperienze che contribuiscono a guidarci nel nostro straordinario viaggio di convivenza e scoperta interiore. Sono momenti di solitudine? No, li definirei ‘momenti in ottima e doverosa compagnia’, proprio perché siamo letteralmente invasi dalla vita: una compagnia preziosa, che oltre a non farci sentire soli, ci aiuta a ritrovarci, anche in quei frangenti in cui sembra che qualsiasi cosa stiamo facendo non abbia alcun senso. Non nego che è proprio in questi contesti che ho vissuto alcuni tra i momenti più belli, emozionanti, costruttivi e talvolta frustranti della mia vita. Ancora ricordo nitidamente la foto che anni fa feci a un lupo anziano che amo chiamare ‘il vecchietto’ e che è presente nel mio libro Custodi erranti. Uomini  e lupi a confronto (Pandion edizioni). Per fotografarlo impiegai cinque interminabili giorni d’appostamento. Il quinto giorno stavo per gettare la spugna e quando ogni speranza sembrava svanita, lui apparve nella scena come per magia. Il vecchietto, e in generale il lupo, mi ha ricordato che nella vita bisogna credere sempre nei propri sogni, con pazienza e dedizione. Molto spesso me ne dimentico, specialmente vivendo in una società scoraggiante che vuole farci credere che i sogni non esistono, e se esistono sono fatti per stare in un bel cassetto. Poi mi riproietto in quella fresca alba di settembre, in quelle montagne che rappresentano i miei luoghi del cuore e tutto diviene nuovamente nitido e meraviglioso, poiché con tutti i pro e i contro, la vita è meravigliosa. Questo è uno degli innumerevoli motivi per cui sarò sempre grato al lupo e ai momenti passati in natura, i quali mi rammentano che non bisogna mai dimenticarci dei nostri sogni. E se quest’ultimi sono in un cassetto, dobbiamo rispolverarli e a nutrirli lentamente, giorno dopo giorno”.

Fare foto naturalistiche sembra essere alla portata di tutti, ma non è così. Come approcci alla natura quando devi fotografare?

“L’etica prima di tutto. Per prima cosa consiglierei di imparare a conoscere e percepire l’ambiente che ci circonda, magari con l’aiuto di un binocolo, guide di campo e soprattutto tanta curiosità.Lo studio delle piante, animali e luoghi che si intende fotografare è fondamentale, poiché da questo riusciremo a capire come poter riprendere un soggetto cercando di non interferire nella sua vita, senza stressarlo o metterlo in pericolo. Una foto non vale mai nulla in confronto al benessere dell’animale. Nel caso dell’appostamento è importante essere sufficientemente distanti, silenziosi, mimetizzati (un telo mimetico è fondamentale) e non lasciare odori (non mettersi profumi, non fumare e non urinare vicino al luogo dell’appostamento).Generalmente preferisco lavorare a progetto e non su singole immagini. Inizialmente c’è tutto uno studio fatto di sopralluoghi, ricerche bibliografiche, lettura di libri che possano ispirarmi, informazioni sugli animali, piante e paesaggi che mi piacerebbe fotografare. Dopo di che c’è l’azione, ovvero il lavoro sul campo, fatto di appostamenti all’alba o al tramonto, lunghe camminate, svariati giorni in tenda o in un rudere abbandonato, rinunce, ma anche grandi insegnamenti, gioie e soddisfazioni”.

La tua passione per l’ambiente, la natura nasce nella tua infanzia? Puoi raccontarci di più?

“La mia passione è composta da molte componenti. Sicuramente molto dipende dai libri che ho letto, cartoni, film visti, dal Judo, ma soprattutto dipende da Claudio e i miei cani. Spesso Claudio, insieme a mio fratello Daniele, ci portava in natura facendoci fare esperienze meravigliose in luoghi altrettanto meravigliosi. Il Judo è diventato uno stile di vita per me e tra le tante cose mi ha insegnato il rispetto, la pazienza e lo spirito di sacrificio per raggiungere un obiettivo. Il mio primo cane si chiamava Bilbo, avevo 14 anni quando è entrato nella mia vita. Ero consapevole che la sua esistenza sarebbe durata molto meno rispetto la mia, per cui volevo che facesse una vita piena e degna di essere vissuta.A tal proposito, una volta compiuto diciott’anni, quasi ogni fine settimana sceglievo un posto che non conoscevo (soprattutto in Appennino) e partivamo insieme all’avventura. Queste esperienze, ancor prima dei miei studi, mi hanno fatto appassionare e amare l’ambiente da cui, non dimentichiamocelo, tutti noi dipendiamo e dipenderemo sempre. Un territorio meraviglioso in cui abbiamo ancora fortuna di vivere e che, se impariamo ad osservarlo e a viverlo profondamente, ci fa rendere conto che non siamo il Tutto ma facciamo parte del Tutto”. Nel prossimo numero, avremo ancora Matteo con noi.

Per approfondire e acquistare i libri di Matteo Luciani:

https://www.matteoluciani.com

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