11/30/2021
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Francesca Marocchi: “Tutto cominciò lì a Via Ozieri…”

Figlia d’arte, suo padre, Sergio Marocchi, è stato ballerino durante la generazione dei Nureyev, Carla Fracci e Vassiliev. Un maestro eccezionale per lei, cresciuta a pane e danza.

Francesca grazie di essere con noi. I tuoi esordi con la danza sono stati “importanti”, spiegaci perché.
“La prima domanda evoca sensazioni di un’infanzia lontana che conservo nel cuore. Sono esordi importanti per questo, fanno parte di me e rappresentano il punto di partenza di una passione che intreccia la mia vita quotidiana fin da piccolissima e soprattutto perché si tratta di una passione infusa da mio papà, ballerino solista del corpo di ballo dell’Opera di Roma. Dall’età di 4 anni non esitò ad insegnarmi tutto, trasmettendomi l’amore per la danza, per l’arte, per il teatro. Poi, quasi fosse il fato, a 10 anni entrai anch’io alla scuola dell’Opera di Roma dove iniziai a studiare quotidianamente. Un filone che non accenna a tramontare visto che da pochi anni anche mio figlio Bryan è entrato alla scuola di Via Ozieri. La storia continua insomma… sembra incredibile”.  
Come ricordi gli anni alla scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma?
“Sono stati anni bellissimi, difficili ma straordinari, fatti di sudore, rinunce, fatiche. Ma oggi sono quel che sono anche grazie a quegli anni passati in Via Ozieri”.
Hai lavorato da giovanissima al fianco di tuo papà, Sergio Marocchi, solista del Teatro dell’Opera di Roma e quella è stata la tua grande scuola…
“Sì! Come dicevo, papà mi ha trasmesso tutto, imparavo da lui anche solo guardandolo negli occhi. Lui era figlio di una generazione pazzesca. Erano gli anni di Nureyev, Vassiliev, Carla Fracci, Fonteyn… Per lui la danza erano loro, e se c’è una cosa che mi ha insegnato al di là della didattica, è che sul palco devi trasmettere qualcosa se vuoi andare oltre le fila”.
Sei la direttrice artistica della Scuola di Danza fondata da tuo padre nel lontano 1983. Quale responsabilità senti?
“Sento una responsabilità tanto grande, enorme. Le difficoltà principali risiedono nei tempi che corrono. Tenere in piedi un nome, una scuola che è sulla breccia dal 1983, non è affatto semplice. Devi evolverti nel tempo, cercando però di non perdere la tua identità. Forse questa è la cosa più difficile. Tante realtà inventano, stravolgono tutto per trovare cose nuove cercando di avere seguito attraverso nuove discipline. Alcune interessanti, altre più fantasiose, inventate dal mercato. Io non sono questo, non voglio rincorrere un mercato e un idea di danza che non mi appartiene. Da anni mantengo il mio credo, si studia classico e modern, cercando un insegnamento lineare nel tempo e combinato tra i due. E’ più difficile, lo so, rimanere attuale ed appetibile in un mondo di giovani dalle idee confuse e circondati da mille varianti più o meno credibili. Ma io sono oggi quella che ero ieri e la mia scuola è lo specchio delle mie convinzioni. Questa è la responsabilità che sento, l’identità di quel che siamo dal 1983”.  
Un ricordo di lui legato alla scuola?
“Una bacchetta di legno che usava per battere il tempo, a volte la sento ancora”.
La tua ballerina preferita e perché?
“La Signora Carla Fracci, perché ha incarnato la danza nel suo aspetto più artistico e interpretativo. Per molti ha danzato Giselle, per me, lei ‘era’ Giselle”.
Cosa ricerchi nei tuoi allievi?
“Cerco dedizione e sacrificio. Il mio obiettivo è farli crescere nel tempo, e per farlo mi serve testa e convinzione da parte loro, fin da piccoli”.
Se dovessi definire la Danza in una sola parola come la definiresti?
“La definirei vita, la vita espressa attraverso il movimento del corpo”.

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