Il giornalismo di Remo Croci


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Lavora a Mediaset dove conduce “Il Giallo della Settimana” e fa l’inviato per “Quarto Grado”. Ha seguito i casi di cronaca più eclatanti accaduti nel nostro Paese, con estrema professionalità e in alcuni casi anche con emozione

di Simone Mori

Giornalista Mediaset, padrone di casa ne “Il Giallo della Settimana” e inviato nella squadra di “Quarto Grado” Remo Croci ci da prova costante della sua bravura. Un uomo semplice e amante delle sue radici, della vita semplice, Remo voleva diventare calciatore, ma la vita è piena di sorprese. Conosciamolo meglio in questa intervista.

La cronaca nera occupa gran parte dell’informazione. Dall’alto della tua esperienza, è stato sempre così o qualcosa è cambiato negli ultimi anni?

“Condivido questa tua analisi, spesso siamo di fronte ad un’informazione di facciata che cura poco i dettagli e i contenuti”.

Hai seguito tanti casi di nera. Quali sono i ricordi che ritieni, ad oggi, indelebili?

“Sono tanti i casi di cronaca che ho seguito e tutti mi hanno lasciato dentro emozioni e sensazioni uniche. Seguendo soprattutto casi di omicidi sono sempre di fronte al dolore dei familiari delle vittime e in tutti i casi c’è sempre un gran rispettosa  per loro. Il caso che finora mi ha più colpito è stato quello dei fratellini Ciccio e Tore Pappalardi trovati morti nel fondo di una vecchia cisterna del grano a Gravina di Puglia. Di fronte a ciò che restava dei loro corpi uno vicino all’altro ho provato tanta rabbia e non ho trattenuto le lacrime”.

Quali sogni hai ancora da realizzare professionalmente parlando?

“I sogni sono belli quando sei un bambino. E io prima di diventare un giornalista piaceva la professione del calciatore. Poi però con l’età i sogni si trasformano e diventano obiettivi, quello professionale in parte l’ho realizzato ora magari potrebbero arrivare nuove prospettive e se così fosse sarei pronto a viverle con grande soddisfazione e tanta professionalità che resta un elemento fondamentale”.

Vorrei parlare un attimo del tuo legame con San Benedetto del Tronto, tua città natale. Esistono ancora le radici forti in un mondo globalizzato?

“Penso che la globalizzazione offre aspetti positivi ma anche negativi. Bisogna sempre saper cogliere in modo equilibrato quelli che sono gli inevitabili mutamenti della nostra società.bisogna essere sempre in grado di non farsi trovare impreparati perché credo che le competenze siano importanti. Il legame con la mia città d’origine è stato uno dei punti fermi della mia vita. Non ho voluto interrompere il cordone ombelicale con la mia terra. Li ci sono gli affetti di famiglia, gli amici di sempre e i luoghi della mia infanzia che hanno segnato il mio percorso. E c’è la Samb la squadra di calcio del mio paese. Grazie alla Samb ho iniziato la mia professione e in un certo senso le sono riconoscente a vita. In parte con la mia partecipazione in alcuni anni alla vita della società ho restituito il debito ma non del tutto”.

Com’è Remo durante le giornate senza lavoro? Cosa ti rapisce, oltre gli affetti?

“Remo è una persona come tante impegnato nelle cose normali. Mi piace fare la spesa al mercato del mio paese, curare la mia casa fare i lavori di piccole riparazioni. Frequentare gli amici con i quali sono cresciuto. Poi ci sono gli hobby e le passioni. Amo collezionare i giocattoli della mia infanzia, quelli di latta. Le automobiline a pedali e quelle filoguidate. Amo i mercatini di antiquariato e modernariato. Mi piace andare in bicicletta al porto e al lungomare. In estate amo far tardi la notte nei locali dei miei amici da Andrea, al Minigolf da Tato a Il Gambero e al Club 23”.

Le credenziali per iniziare la carriera giornalistica. Basta la passione?

“La passione resta un elemento chiave in questa professione ma non basta. Servono anche altre qualità. Personalmente ho sempre avuto un atteggiamento di rispetto verso questa professione. Non mi sono mai posto con troppa arroganza e presunzione. Ho preferito avere un profilo basso ma sempre determinato a raggiungere un obiettivo un traguardo. Magari ho impiegato più tempo ma ho raccolto il frutto incontaminato della ‘semina’ e questo mi rende sempre orgoglioso”.

La vita del giornalista è un po’ gitana. Oggi sei a Milano, domani a Palermo.. Come gestisci tutto questo?

“Per uno come me nato e cresciuto per strada nel senso che ho avuto un’infanzia bellissima perché ho vissuto fuori di casa il viaggiare mi rende felice. Mi considero un po’ zingaro per via dei continui viaggi e trasferimenti. Questo aspetto però mi ha permesso di conoscere città bellissime luoghi che senza la mia professione non avrei mai visitato. Ho avuto occasione di fare amicizie con persone straordinarie, ho contatti con molte di loro anche dopo tanti anni. È bello sentirsi cittadini di tante città anche se quella in cui sono nato resta al primo posto di una classifica immaginaria. Ho avuto questa opportunità e sono molto felice perché mi ha permesso di confrontarmi con tantissimi realtà che hanno segnato la mia vita”.

Cosa ti sentiresti di augurare agli italiani?

“Non sono così presuntuoso di consigliare qualcosa agli italiani. Siamo un popolo incredibile con una storia ️unica che spesso dimentica e si lascia  travolgere dalle mode di paesi che non hanno nulla da insegnarci. Il mio augurio è invece quello di ritrovare in tempo la nostra dignità di essere italiani ed essere orgogliosi di noi stessi. Smettiamola di prendere ad esempio sempre gli altri. Vorrei un giorno assistere al nostro riscatto di uomini con la schiena dritta”.


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