12/06/2022
HomeSpettacoloMiriam Rizzo: “Ho imboccato la strada meno battuta e guardandomi indietro penso di aver fatto la scelta migliore”

Miriam Rizzo: “Ho imboccato la strada meno battuta e guardandomi indietro penso di aver fatto la scelta migliore”

di Giulia Bertollini –

Grande appassionata di cinema, si definisce una regista al servizio della musica. Ha diretto e curato gli ultimi due videoclip di Sergio Cammariere e Nino D’Angelo. I suoi videoclip assomigliano a quadri preziosi tanto che nel videoclip “Il compleanno” di Nino D’Angelo.

Miriam Rizzo ha voluto riprodurre un mondo onirico subacqueo, fatto di ricordi umani illusori che rappresentano l’anima della canzone. In questa intervista, Miriam ci ha parlato di come nasce l’idea per realizzare un videoclip facendo anche una riflessione in merito alla questione delle quote rose nel cinema.
Miriam, hai diretto gli ultimi due videoclip di Sergio Cammariere e di Nino D’Angelo. Che esperienze sono state? Ci puoi descrivere il processo creativo?
“Creare partendo da una musica è la cosa più bella che possa esserci. Quando scrivo ad esempio, parto sempre da una musica e me la porto dietro per tutta la sceneggiatura. Non c’è un processo creativo uguale per tutte le cose. Sicuramente nei videoclip devi far tua la musica, le parole e sentire cosa ti trasmettono, che tipo di immagini ti fanno immaginare”.
Com’è stato lavorare con Nino D’Angelo e Sergio Cammariere?
“Meraviglioso e complicato. Sono due mondi totalmente diversi e poetici allo stesso tempo. Sia come persone che come musicisti. Non è facile entrare nei mondi di artisti così grandi e lasciarli soddisfatti. Io mi reputo molto fortunata”.
Il tuo mondo di riferimento è il cinema. Quali sono le tue ispirazioni? La tua folgorazione per il cinema quando è avvenuta?
“Ho sempre amato Charlie Chaplin e la sua immensa poetica. E ho anche amato, e amo tutt’ora David Lynch. Sono due mondi opposti, eppure sono immensi entrambi. Prendo ispirazione da ogni cosa. Da una musica, da qualcosa che vedo fuori mentre cammino per strada, a un episodio o un disegno della mia infanzia. Già da piccola amavo il cinema, all’università ho lavorato e studiato contemporaneamente, ho dovuto rinunciare a partire dalla Sicilia per fare il centro sperimentale perché non potevo permettermi di non lavorare e ciò avrebbe comportato l’obbligo di frequenza. Ho dovuto percorrere le strade secondarie per dirigermi verso quella principale. Grazie a pochi insegnanti illuminanti ho capito che potevo farcela anch’io”.
Oggi la critica cinematografica sembra fare ancora fatica a riconoscere dignità artistica al videoclip. Sta cambiando qualcosa o il “sospetto” c’è ancora?
“La critica cinematografica fa fatica purtroppo a riconoscere molte cose. Il videoclip è una forma di arte cinematografica, trovo questa cosa come lo stesso pregiudizio che spesso sento nei confronti degli attori che hanno lavorato in televisione per un motivo o per un altro, vengono etichettati e non capisco perché. Tantissimi attori famosi in America fanno televisione e lavorano tranquillamente nel cinema. David Lynch, ad esempio, ha fatto anche videoclip meravigliosi, prima e durante il suo periodo di rilievo”.
Si parla di un’aria di cambiamento anche per la presenza di quote rose nel cinema. Secondo te, il cinema italiano sta dando il giusto spazio alle registe? Ti è capitato di sentirti discriminata a volte nel tuo lavoro?
“Desidero essere totalmente sincera, è un mio principio. Nel mio ambiente la discriminazione che ho più sentito e subito è stata da parte delle donne. Per lo più donne che non avevano avuto un grande successo e che avevano rimbalzato con mediocri risultati da una professione a un’altra, ad esempio: produttrice, regista, sceneggiatrice, attrice. Quel tipo di donna è quella più pericolosa, perché entra in competizione e cerca in tutti i modi di intralciare la tua strada. Ne ho conosciuta una in particolare che si è proprio accanita nei miei confronti, ma ovviamente dopo anni i risultati di entrambe parlano da soli, ognuno è artefice del proprio destino e possessore del proprio talento: o c’è, o non c’è”.
Il budget è sempre un tema dolente quando si parla di videoclip. Dietro grandi budget ci sono spesso molte responsabilità da gestire, di conseguenza pressioni e limitazioni per i registi. D’altra parte invece video indipendenti e low budget offrono maggiore libertà ma vanno incontro a limiti di produzione. Dove sta il giusto equilibrio, se ne esiste uno? Esiste una via di mezzo o il compromesso è sempre inevitabile?
“Oggi il videoclip ha meno importanza di una volta, perché con l’avvento di internet è più facile sponsorizzare ogni cosa. Quindi inevitabilmente il budget per i videoclip è precipitato, a meno che non ci sia dietro una casa discografica di rilievo internazionale che ha la forza e la voglia di investire di più. I limiti di produzione ci sono ovviamente, non si può avere tecnicamente tutto quello che vorresti, devi ridurre la lista macchina da presa, i giorni di lavoro, la troupe. Bisogna trovare delle idee da poter realizzare con i limiti tecnici. Io devo dire che ho osato parecchio con il videoclip di Nino, anche lì i giorni di riprese sarebbero dovuti essere due, invece abbiamo dovuto farlo in un giorno. Il vero compromesso è questo, bisogna fare un buon lavoro con quello che si ha”.
Che consiglio daresti ad un regista esordiente?
“E’ una domanda che in questi giorni mi viene fatta spesso, e rispondo anche adesso alla stessa maniera: se hai la forza di sopportare situazioni che intralciano il tuo percorso, delusioni professionali, umane, se sei capace di andare avanti comunque sgomitando con forza, non mollare mai”.
Prossimi progetti? Ci puoi anticipare qualcosa?
“Sto scrivendo il prossimo lungometraggio di Daniele Ciprì e sto lavorando sul mio esordio cinematografico”.

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