Sergio Colicchio: La musica nel dna


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Musicista a tutto tondo e compositore, oltre che grande appassionato di “note” di ogni epoca

di Mara Fux

Quanti anni avevi quando la musica è entrata a far parte della tua vita? 

“Avevo sei anni quando ho cominciato a suonare il pianoforte. Ho seguito il percorso tradizionale che mi ha portato al diploma anche se la passione nei confronti di ogni tipo di musica ‘bella’ mi ha portato a suonare di tutto fin da giovanissimo. Poi, nel tempo, ho conseguito un altro diploma in Lettura della partitura al conservatorio Santa Cecilia, un master in Music Business presso la Luiss e la laurea in architettura”.

Un architetto che vive suonando: la passione ha preso il sopravvento su quel che avrebbe potuto essere il tuo vero lavoro? 

“Il mio rapporto con l’architettura si ferma alla laurea e non ho mai effettuato l’iscrizione all’albo:quando ho conseguito la laurea ero già diplomato in pianoforte e lavoravo come pianista accompagnatore, nonché arrangiatore, compositore e direttore. L’esperienza didattica legata alla laurea ha però influito nel mio modo di approcciare al lavoro. La musica e l’architettura partono da uno stesso assioma: per creare un manufatto occorre un mix necessario fra una sconfinata creatività e le competenze scientifiche per metterlo in opera”.

Uno dei tuoi primi spettacoli è stato “Chi sono, cosa faccio, dove vado” al fianco di Vittorio Marsiglia forse l’ultimo esponente della cosiddetta macchietta: come ricordi quell’esperienza? 

“La macchietta è un gioiello musicale che purtroppo sta sparendo dai repertori di molti artisti. La squisitezza di brani composti secondo quei dettami consiste nel fatto che l’equilibrio tra testo e musica permette un’interpretazione personale, a cavallo tra un lavoro teatrale e uno canzonettistico. Per cui, per eseguire la macchietta si deve essere cantante, attore, intrattenitore e tanto altro. In questo Vittorio Marsiglia è stato – ed è tuttora – un maestro insuperabile. ‘Chi sono, cosa faccio, dove vado’ è stato l’apice di un percorso artistico che ha portato Vittorio ad avere finalmente un organico ampio in accompagnamento, riuscendo a eseguire un gran bel numero di brani e quindi personaggi, tutti caratterizzati in modo personalissimo”.

Con chi ti piacerebbe lavorare? 

“Tra i cantanti trovo interessante Cristicchi: non fa solo canzoni, ma si occupa anche di recitazione e impegno civile, servendosi di un linguaggio metaforico attraverso il quale riesce a far arrivare al pubblico il proprio messaggio. Non è un caso che le sue regie sono firmate da Antonio Calenda, un regista geniale. Tra gli attori, mi piacerebbe lavorare con Ghini: un eccellente crooner”.

E tra gli artisti del passato? 

“L’elenco è lungo e comprende cantanti di cui interpreto molti brani: Modugno, Duke Ellington e Carosone. Ma se dovessi immaginarmi nel mio posto ideale, mi vedrei come assistente di Leonard Bernstein, il mio referente principale. Una figura che, con le dovute proporzioni, sento molto congeniale al mio modo di intendere la musica e l’arte in genere. Tra l’altro, Bernstein è stato un ottimo divulgatore didattico e anche la mia carriera è costellata di centinaia di allievi ai quali ho cercato di trasmettere un mio metodo personale di approccio all’arte dei suoni, culminato nella pubblicazione del libro ‘La Musica spiegata a mia mamma’ pubblicato da Arduino Sacco”.

Personaggi come Giampaolo Morelli, Luigi Russo e Geppi Di Stasio, alcuni tra quelli con cui collabori, quanto spazio lasciano alla tua fantasia di compositore? 

“Si può dire che ognuno di loro utilizza una specifica parte di me: con Giampaolo, ho ‘Un bravo ragazzo’, in cui figuravo come pianista ma anche spalla comica; con Geppi Di Stasio, oltre al ruolo di pianista e attore, figuro sempre come direttore e arrangiatore. Da Luigi Russo vengo utilizzato come compositore della colonna sonora, anche se il nostro è un rapporto più stretto e complesso: io ho realizzato spesso musiche per i suoi spettacoli e, in diverse occasioni, lui ha curato le regie dei miei”.

Da un po’ di tempo hai uno stretto rapporto professionale con Nicola Piovani: tra i tanti lavori eseguiti con lui a quale sei più affezionato? 

“Piovani rappresenta il punto massimo cui la mia carriera di turnista potesse ambire: fin da ragazzino, ho avuto nei suoi confronti una venerazione enorme. Poter lavorare con lui è stato – ed è tuttora – un onore. La collaborazione con lui mi ha visto lavorare in diversi contesti: ho registrato alcune colonne sonore, sono stato uno dei musicisti nello spettacolo ‘Gente di Cerami’ e ho partecipato, come tastierista e fisarmonicista, in una performance de ‘La Musica è pericolosa’. L’apice si è raggiunto in occasione del film ‘A casa tutti bene’ di Muccino”.

Hai scritto e portato in scena diverse operette: nasce prima la melodia o la lirica? 

“Il mio è un metodo vecchio stampo: per scrivere musica utilizzo il pianoforte, una matita e tanti fogli pentagrammati. Ho scritto ‘Parking’ e ‘Bidelli’ sia nella parte musicale che nel libretto. Premettendo che spero un giorno di avere un mio alter ego autorale, la stesura dei versi è stata contestuale alla composizione musicale. In entrambi i casi, avevo l’idea in mente già da tempo”.

Quali sono i compositori che hai per modello? 

“Tra i miei riferimenti c’è sicuramente Rossini per il suo umorismo, Puccini per la complessità generale della propria sonorità e Nino Rota, campione di melodie basate sui cromatismi. Il mio referente principale, però, è George Gershwin: egli è il punto di congiunzione fra un modo di approcciare alla musica estremamente ampio dal punto di vista compositivo e la sonorità jazzistica, fatta di ritmi, dissonanze e libertà”.

Con chi andresti a cena e perché? 

“Non ho dubbi: Maurizio Sarri, allenatore del Napoli, squadra di cui sono tifos(issim)o. Sarri rappresenta un archetipo: in lui ci sono competenza, talento, gavetta, esperienza, tenacia e impulsiva follia”.


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