L’arte semplice di Jago: “La semplicità è l’augurio per me stesso”


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di Marisa Iacopino

“Ogni volta che tira un colpo porta via qualcosa di sé. Un modo per liberarsi  del superfluo e arrivare all’essenza, per rendere visibile a se stesso quello che ha dentro”. E’ quello che afferma lo scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago.

Qual è la tua formazione?

“Sin da piccolo mi piacevano certe cose in modo viscerale. Come tutti i ragazzini ero distratto da ogni forma di creatività: la musica, lo sport; ma  l’amore per l’arte, la scultura e il disegno non mi hanno mai abbandonato. Finito il liceo artistico a Frosinone, mi sono iscritto all’Accademia. Lì c’è stata la vicenda del mio invito alla Biennale da parte del prof. Sgarbi, ma il mio docente di scultura pretendeva di decidere lui, se io fossi pronto. Io mi sono imposto e ho partecipato. Chiaramente, dall’altra parte c’è stata una reazione, tanto che ho dovuto abbandonare l’Accademia. Meglio così, perché l’uscita anticipata da quel contesto privilegiato mi ha permesso di mettere i piedi nel mondo,  di capire che se vuoi fare l’artista devi imparare a campare”.

Chi ti ha guidato nel tuo percorso artistico? 

“La mia famiglia, prima di tutto. E poi, Teresa Benedetti, donna incredibile, storica dell’arte, ricercatrice, docente accademica”.

Il tuo sogno: superare nell’arte scultorea Michelangelo. Pensi di riuscirci, è una provocazione o una sfida con te stesso?

“La domanda mi permette di approfondire quello che, attraverso un video, sono stato costretto a dire a mezza bocca per questioni di tempo. Io parlavo di quel desiderio bambino di identificarsi con un grande della tradizione: seguire i passi di qualcuno per trovare la propria strada. Volerti paragonare, è costruttivo, ma devi farlo con umiltà, riconoscere il tuo livello e cercare di eccellere. E’ chiaro che il paragone è insensato: Michelangelo ha vissuto le dinamiche del suo tempo.  Io vivo il mio tempo, mi piace però  mantenere vivo dentro di me quel bambino che vuole continuare a crescere. Per farlo, bisogna darsi dei punti di riferimento. Il più grande paradosso che viviamo, e che genera mediocrità, è che non sappiano più distinguere il bello. Tutto è arte. Se sei artista, puoi fare qualsiasi cosa. Ma di che parliamo? L’arte ha una funzione. Dobbiamo recuperare quel valore tradizionale, non essere dei traditori, perché la bellezza è un fatto che si può riconoscere naturalmente, un valore assoluto che esiste a prescindere dalla nostra presenza”.

Allora a cosa serve l’artista?

“L’artista crea un trampolino di lancio per l’astrazione. E sarà più bravo quanto più riuscirà a liberarsi della spiegazione di quello che fa. Noi dobbiamo sempre spiegare le cose per capirle, quando invece siamo parte di quelle cose, perché ci stiamo dentro, nell’universo, siamo immersi nella bellezza, nell’amore, nella divinità ».

Raccontaci della scultura ‘Habemus Hominem’, prima e dopo le dimissioni del Papa… 

“Nella prima realizzazione del ritratto di Benedetto XVI, sentivo che qualcosa mancava. Quando il papa si è dimesso, ho visto l’opportunità di fare un gesto nuovo: ispirandomi all’opera ‘Pio XI’ di Adolfo Wildt, il Maestro di Lucio Fontana, ho aperto gli occhi alla scultura, e li ho dipinti all’interno. Questo ha restituito profondità, ha dato movimento all’opera che è diventata attiva, ti segue. E poi, viene anche ribaltato il punto di vista. Quando vediamo una mostra, siamo i fruitori dell’opera,  ma che succede se è l’opera d’arte a seguire e vedere noi? Un gesto semplice che può aprire a un ragionamento: chi è l’opera d’arte?”.

Tu sei nato ad Anagni. L’asprezza della terra ciociara, un po’ come la durezza del marmo. Pensi ti abbia influenzato? 

“Per me la Ciociaria è un luogo paradossale, dove c’è tutto e il contrario di tutto. C’è grande bellezza e anche le cose più obbrobriose… Se sei intelligente, scegli. Io ci sono cresciuto qui, e se oggi faccio determinate cose, queste nascono da questi luoghi”.

Cosa stai realizzando in questo momento?

“Faccio mille cose contemporaneamente… Di recente, in Sardegna ho tenuto una performance di scultura digitale. A New York, in autunno, avrò una masterclass alla New York Academy of Art su ‘Il figlio velato’; poi andrò nel Vermont, in cava,  a recuperare un blocco di cinque metri per un’opera monumentale che dovrò realizzare nel 2019, sempre a New York, in diretta su FB. Il progetto era nato per essere sviluppato in Italia,  ma qui purtroppo non si possono fare certe cose”.

Un aggettivo per definire te e la tua arte.

“Semplice. E’ una speranza, un augurio per me stesso: speriamo che io riesca a essere semplice. Se sei semplice, non solo aiuti te stesso, ma sei anche comprensibile agli altri. Io vorrei fare cose che tutti capiscano,  non per pochi eletti. Credo che l’arte sia così: semplice”.

Speriamo di vederti di più in Italia, oltre che all’estero.

“Incrociamo le dita, se tutto va bene, ‘il Figlio velato’ tornerà in Italia, a Napoli; anche la ‘Venere capitolina’ dovrebbe trovare collocazione in Italia. E poi, sai, si trasferisce solo il corpo, perché il cuore rimane qui!”.


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