Michele Venitucci: “Non smettere mai di crederci”


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Pugliese DOC e grande amante della sua terra, Michele Venitucci nasce a Lecce nel 1974. Inizia la sua carriera al cinema e nella tv. Lo abbiamo visto per parecchie puntate protagonista di Ris Delitti Perfetti e lo scorso anno della stagione numero 9 di un Medico in Famiglia dove ha interpretato Stefano, un ragazzo pieno di sensibilità.

 

di Simone Mori

 

Ciao Michele, raccontaci innanzitutto qualcosa di te.

“Beh, difficile raccontarsi, preferisco siano gli altri a farlo… è più interessante, più divertente. So solo di essere un uomo curioso”.

Quando e come è arrivato il primo momento di svolta della tua carriera?

“Sicuramente uno dei momenti più significativi è stato il primo incontro con Sergio Rubini, il mio primo film per il cinema ‘Tutto l’amore che c’è’, quello è stato un momento speciale della mia vita. Ho anche scritto un breve racconto su quella giornata indimenticabile, ma quello è stato solo un episodio, la svolta era arrivata qualche anno prima, quando avevo deciso di muovermi dalla Puglia per trasferirmi a Roma per studiare in accademia e per inseguire il mio sogno, la mia passione, contro tutto e tutti”.

Sappiamo da altre tue interviste che ami molto viaggiare e conoscere nuove culture. Come nasce questa passione? Quali i posti più belli visti nei tuoi primi 40 anni?

“Si è verissimo, questa passione del viaggio è molto presente nella mia vita, forse lo è sempre stata sin da bambino, addirittura antecedente alla mia passione per la recitazione. Ho sempre fantasticato di oltrepassare confini e scoprire nuovi mondi, nuove culture. Quando sono in viaggio sono felice, attento, emozionato, aperto, mi sento semplicemente vivo. Il viaggio ci fa crescere. Questo ‘andare’ con il tempo si è trasformato in una vera e propria ricerca creativa, una sorta d’investimento fatto per crescere anche come artista oltre che come uomo, e adesso vorrei  trasformarlo in una vera attività lavorativa: i racconti di viaggio, reportage, documentari. Questo modo di raccontare mi sta appassionando tantissimo, a volte anche più del mio lavoro principale, visto che il cinema racconta sempre meno storie interessanti. L’estate passata mi sono dedicato a un progetto di viaggio molto personale nella mia terra nativa, in collaborazione con la rivista GQItalia e con la Puglia promozione. ‘Pellegrini di Puglia’ ‘ stato un viaggio a casa mia accompagnato da sei amici creativi, con mezzi diversi, bici, moto, treno, bus, macchina, ecc. E’ stato intenso e avvincente, direi rivelante: una svolta”.

Sei un artista versatile. Ad oggi sei stato sia a teatro che al cinema e sopratutto in tv. Ci puoi descrivere brevemente le differenti emozioni tra queste tue “specialità”?

“Credo che un attore debba cimentarsi con tutto ed essere il più versatile possibile. In teatro si lavora con la voce e con il corpo, conquistando padronanza con lo spazio scenico, ci si riconcilia con la ricerca e l’approfondimento del testo e dell’autore. Al cinema si fa una lavoro più intimo, introspettivo, spezzettato ma sempre in movimento. C’è bisogno di molta concentrazione, è una tecnica differente. In tv si acquisisce padronanza con il mezzo, è un’ottima palestra”.

 Ultimamente ti abbiamo visto in “Un Medico in Famiglia 9”. Il tuo personaggio era il rivale di Flavio Parenti. Nessuna rivalità?

“Sì, ‘Un Medico in Famiglia’ è stata una rivelazione, non credevo fosse così amato e seguito da un pubblico variegatissimo, Raccoglie la famiglia intera., dai nonni ai nipoti! E’ stata una bellissima esperienza. Ho amato molto il personaggio di Stefano, la sua dedizione all’amore, la sua pazienza, la sua sensibilità, mi hanno insegnato molto. E’ sempre bello portarsi qualcosa a casa quando lavori e scopri un personaggio. Il mio lavoro può essere catartico”.

Quali sono i tuoi obiettivi lavorativi per i prossimi anni? Dove vuole arrivare e a cosa aspira Michele Venitucci?

“Ultimamente sono diventato più pratico, senza mai smettere di alimentare i miei sogni, ma mi preoccupo meno del futuro o meglio ci penso in maniera differente. Appartengo a una generazione di precari, quindi pensare a troppi progetti o proiezioni futuristiche rischierei di scontrarmi con continue delusioni e frustrazioni, così provo a occuparmi del mio presente, di pensare giorno per giorno a cosa fare, cosa progettare e come migliorami. Il presente è l’unica cosa di cui mi posso occupare per migliorare il mio futuro, dal passato possono solo apprendere senza farmi intrappolare. Se tutti ci preoccupassimo meno del nostro futuro e ci occupassimo più del nostro presente, forse subiremo meno questa crisi, che io trovo soprattutto sociale e psicologica. Una piccola gabbia in cui ci si ostina a vivere pensando di essere liberi, di essere quelli che non siamo, smettendo di vedere e sentire quello che siamo e potremmo essere realmente”.

Cosa fai durante il tempo libero, viaggi a parte?

“Questa è la domanda che mi pongono quasi tutti quelli che fanno un lavoro ‘ordinario’. Nella precarietà e discontinuità di un lavoro artistico si soffre molto e se non si è attenti si potrebbe correre il rischio di perdersi. Io cerco di dedicarmi a tante cose e di conseguenza a me stesso. Scrivere è una cosa che occupa sempre di più il mio tempo, la mia testa e la mia coscienza”.

Una domanda provocatoria per chiudere. Perché vediamo troppo spesso le solite facce nelle parti più importanti delle fiction nostrane?

“Potrei dire mille cose a riguardo. Io, come altri colleghi, ogni volta che terminiamo un lavoro ricomincio da capo, come se tutto quello fatto, guadagnato sul campo negli anni, non avesse nessun valore per il sistema. Il sistema nel mio mondo in realtà non esiste, tutto è gestito da un piccolo gruppo che decide le sorti delle produzioni future, che si spartiscono tra loro. Basterebbe fare un piccolo cambio per dare una svolta: fare i provini.  Quando tutto viene già stabilito a monte, non c’è più gara, non c’è più confronto, non c’è più ricerca e creatività, non c’è più opportunità. Qui hanno smantellato completamente una professione! L’illusione della svolta è dietro l’angolo, le richieste professionali sono sempre più basse e superficiali. Tutti vogliono fare gli attori, le ballerine, le miss in questo Paese, senza nessuna distinzione. Del resto se uscendo da programmi come Non è la Rai, il Grande Fratello, Miss Italia, ecc., si accede in maniera diretta nel mondo della tv o addirittura nel mondo del cinema e del teatro, è anche lecito pensare che non vale la pena studiare anni per apprendere una professione. Nonostante tutto, non bisogna mai smettere di provarci e di crederci”.


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