12/06/2022
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Jacopo Brusa: “A 3 anni ebbi il mio debutto sulle scene”

È segretario artistico per la sezione lirica del teatro Fraschini di Pavia e direttore d’orchestra.

Maestro Brusa, ci parli dei suoi esordi e di come si è avvicinato al mondo della musica e del teatro.
“Piacere mio! E un caro saluto a tutti i vostri lettori, innanzitutto. Mi sono avvicinato al mondo della musica fin da bambino grazie alla passione dei miei genitori e di mia mamma, in particolare, che da sempre canta in vari cori amatoriali di Pavia, la mia città natale. E, sempre grazie a loro, ho avuto la mia prima esperienza ‘di palcoscenico’ durante una Madama Butterfly estiva che si rappresentava nel cortile del Castello Visconteo con una compagnia itinerante polacca, credo! In pratica, il bambino che avrebbe dovuto sostenere la parte di Dolore, il figlio di Cio Cio San, si rifiutò all’ultimo di andare in scena e gli organizzatori videro che in platea c’ero io insieme ai miei genitori… Chiesero a mia madre se me la sentissi di farlo e, a 3 anni, ebbi il mio ‘debutto’ sulle scene. Iniziai subito dopo lo studio della musica e, a 7 anni, fui ammesso all’Istituto Musicale ‘F. Vittadini’ di Pavia nella classe di Clavicembalo (sempre stato anticonformista… tutti studiavano pianoforte, quindi dovevo fare qualcosa di diverso). Successivamente mi trasferii a Milano al Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ nella classe di Organo e Composizione Organistica dove mi sono diplomato nel 2005. Poi varie esperienze di specializzazione a Trieste, Amburgo, Amsterdam e, nel frattempo, gli esordi come concertista in vari Festival organistici italiani ed europei”.
Dallo studio dello strumento alla direzione d’orchestra…
“Sì. In realtà, anche mentre studiavo strumento, ho sempre mantenuto un contatto con il teatro e con la lirica: a 9 e 10 anni, infatti, feci la Comparsa per le produzioni operistiche del teatro Fraschini di Pavia e, a partire dai 15 anni, iniziai a lavorarci come Maestro Collaboratore. Vedere ‘da vicino’ come nasce un’opera lirica fece crescere in me il desiderio di diventare un protagonista di questo ‘rito’ che ogni volta si ripete e dal quale ne scaturisce la magia dell’opera. Da qui la decisione di intraprendere lo studio della direzione d’orchestra, anche se lo strumento che avevo scelto, l’organo, in realtà era già, in qualche modo, ‘un’orchestra’”.
Quale compositore sente più affine alla sua persona?
“Domanda difficile! Le risponderei che, ogni volta che inizio lo studio di una partitura, approfondisco vari aspetti del compositore e, in quel momento, diventa quello a me più affine! Però ammetto che una predilezione per Verdi e Rossini, nel campo operistico, e Mendelssohn e Brahms, per quello sinfonico, ce l’ho”.
Di recente ha registrato come direttore d’orchestra un cd di arie rossiniane insieme al baritono Giorgio Caoduro, “The Art of Virtuose Baritone”. Come nasce questo progetto?
“Il progetto è nato dal desiderio di Giorgio di dare una ‘dignità’ virtuosistica anche alla vocalità di Baritono, per quanto riguarda il repertorio rossiniano. Solitamente, questa peculiarità, è associata alle vocalità di Soprano, Mezzo Soprano e Tenore. Invece, grazie anche al nostro cd, si possono sentire alcuni esempi di virtuosismo estremo affidato alla vocalità maschile più grave. In realtà, all’epoca, il Baritono non esisteva…tutte queste arie erano scritte per Basso. Da qui, tra l’altro, il ‘virtuosisimo’ di Giorgio sta nell’affrontare parti con un’estensione molto ampia con grande efficacia. E’ stato molto bello per me poter collaborare a questo progetto di qualità artistica molto elevata, anche grazie alla partecipazione dell’orchestra Virtuosi Brunenses di Brno che da anni frequenta il repertorio rossiniano essendo stata per molto tempo l’orchestra residente del Festival ‘Rossini in Wildbad’ di Bad Wildbad, in Germania”.
Oltre il suo lavoro di direttore d’Orchestra, lei svolge il delicato compito di casting manager per la sezione lirica al Teatro Fraschini di Pavia. Come sono stati i suoi approcci a questa nuova veste all’inizio?
“E’ stato un passaggio molto naturale. Come vi dicevo precedentemente, fin da piccolo ho frequentato, sia da spettatore che da ‘addetto ai lavori’, le produzioni liriche. L’aspetto della corretta vocalità da associare ad un determinato ruolo è una parte fondamentale nella buona riuscita di una produzione e, allo stesso tempo, è una ‘sfida’ affascinante e stimolante. Nel momento in cui ho deciso di voler essere ‘protagonista’ della creazione di uno spettacolo, il primo passaggio è stato quello di diventare responsabile della scelta dei cast artistici, un mix di ‘istinto’ e studio della partitura. Già iniziavo ad avvicinarmi alla direzione d’orchestra e questo lavoro io l’ho sempre visto come qualcosa di complementare a quella che è ormai la mia professione principale”.
Quale prossimo progetto lirico sta curando per il Teatro Fraschini e con quali grandi nomi?
“Il prossimo progetto lirico del Fraschini sarà ‘Iphigenie en Tauride’ di Gluck. Un nuovo allestimento della pluripremiata regista Emma Dante che vedrà come protagonista nel ‘title-role’ una delle più apprezzate ‘tragedienne’ contemporanee: Anna Caterina Antonacci. Non vediamo l’ora di mettere in scena questo bellissimo spettacolo! Anche perchè, causa Covid, avrebbe dovuto debuttare lo scorso anno… Diciamo che tutti gli artisti coinvolti hanno avuto modo di elaborarlo e maturarlo ancora di più”.
Un suo pensiero al mondo dello spettacolo post pandemia?
“Da un lato, la pandemia ci ha travolto inaspettatamente scoraggiandoci e lasciandoci un sentimento di impotenza (soprattutto per la serie di spettacoli che sono stati cancellati e per le gravissime chiusure dei teatri che ci hanno ridotto al silenzio per buona parte del 2020), dall’altro ci ha spinto ad esplorare modalità di rappresentazione innovative e che hanno stimolato la creatività di tutti noi. Tutto ciò ha portato ad esperienze sicuramente anche positive, tuttavia, finché ci saranno delle ‘restrizioni’, non potremo esprimerci serenamente e liberamente. Ecco, spero che presto torni la serenità per affrontare al meglio il nostro lavoro”.
Cosa rappresentano per lei la musica e il canto?
“La musica è il linguaggio veramente universale che può trasmettere un’emozione a una persona italiana e allo stesso modo ad una cinese o africana. Quindi la musica per me è simbolo di vera uguaglianza e libertà. Il canto, in modo particolare, sublima questi concetti perché esprime la musica tramite la voce umana, lo strumento perfetto, quello che non ha bisogno di ‘mezzi’ per potersi esternare liberamente e che, fin dal primo istante in cui ci affacciamo al mondo, è il segno tangibile della vita”.

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