01/29/2023
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Joseph Fontano: Il fulmine danzante

La sua carriera parte nel 1968 a New York alla School of Visual Art e il primo approccio alla danza avviene alla University New School for Social Research con Paul Sanasardo, che gli aprì le porte dei teatri più importanti della Grande Mela

Maestro grazie di questo incontro. Partiamo dai suoi esordi e da un Joseph Fontano di origine americana che si approccia alla danza… Come è avvenuto?

“Da bambino sono stato sempre attratto dal teatro, dalla danza e dalla pittura. Mia madre era una danzatrice e probabilmente mi ha trasmesso un dna creativo ed espressivo. Ma il primo impatto con la danza contemporanea è stato attraverso l’incontro con il coreografo Paul Sanasardo, il quale mi offrì una borsa di studio. Andai a vedere un première di un suo spettacolo e rimasi colpito dopo aver visto una delle sue coreografie più famose, “Pain”. Pensavo meravigliato a quanto fosse bello ciò che era riuscito a creare con il movimento, con i colori, con le musiche e le scenografie, e ho detto: “Io voglio fare questo!”.  In questa compagnia aveva danzato anche una giovane Pina Bausch. Sanasardo mi ha dato un grande spazio danzando nei teatri più importanti di New York, insegnandomi che la danza è costantemente in evoluzione e la creatività è la formula principale. Non ho mai avuto paura del palcoscenico o del pubblico, ma al contrario è stato il luogo dove mi sono sentito bene, a mio agio”.

Il suo arrivo in Italia come è avvenuto?

“Da giovane sono stato sempre alla ricerca delle mie radici. Sono italo-americano perciò mi sentivo attratto in generale dall’Europa. Poi nel 1970 furono gli anni della ricerca della  “libertà” e della pace.  Durante l’estate del ’71 ero un pò deluso della situazione della mia vita negli states. Avevo avuto un fortunato incontro con Pina Bausch, che era ritornata per creare una coreografia per la compagnia di Sanasardo dove è nata subito una simpatia.  Lei vedeva che non ero contento e aveva notato la mia curiosità nel voler  cercare altro. Lei nel frattempo stava creando una compagnia in Germania e mi chiese se volevo lavorare con lei. Quindi mi preparavo per andare in Europa. Andai prima a Roma dove incontrai una situazione di stallo per la danza contemporanea. Però poi ci fu l’incontro con tutta una serie di professionisti, tutti capitati a Roma quasi per caso, e questo ha fatto sì che io rimanessi nella Capitale, insieme a loro a far nascere la prima compagnia di danza contemporanea di Italia Teatrodanza Contemporanea di Roma”.

I suoi primi lavori…

“Non ho mai avuto paura del palcoscenico o del pubblico, era il luogo lo spazio dove  mi sentivo più protetto al mondo. Le mie prime coreografie hanno avuto sempre uno sfondo autobiografico, molto comune nella danza contemporanea. Avevo creato nel 1972 “Solitudine” su delle note di Eric Satie. Era sopratutto la ribellione di quel sentimento e non l’aspetto drammatico di essere soli, anzi volevo uscire fuori dalla pesantezza di quello stato d’animo. E’ diventato il mio cavallo di battaglia che ho danzato per oltre 20 anni. Altri lavori sono stati sempre bene accolti sia dal pubblico che dalla critica. La  critica in quel momento storico era estremamente feroce verso una nuova danza che non era mai stata ancora realizzata da una compagnia di giovani danzatori e coreografi italiani. Vittoria Ottolenghi probabilmente è stata una figura chiave nella mia vita artistica, invitandomi a partecipare in molte manifestazioni come ad  esempio in  una bellissima serata al Festival dei Due Mondi di Spoleto dedicata a me; “Un americano a Roma”. Ho avuto tante soddisfazioni e inviti a lavorare presso l’Operà di Parigi, ATER Balletto, Teatro San Carlo di Napoli, Scapino Ballet, Escuela Nacional de Ballet di Avana Cuba, poi in Cina, negli USA  solo  per nominarne alcuni”.

Lei è stato pioniere della danza contemporanea in Italia unitamente ad un altra grande figura della danza, Elsa Piperno. Ci racconti del vostro rapporto.

“Con Elsa abbiamo avuto sempre un rapporto burrascoso sin dalla nascita. Io non avevo mai studiato la tecnica Graham, venendo dall’Università New School a New York dove la sperimentazione era di casa nella musica e nella danza, inoltre i miei anni con Sanasardo  mi avevano dato una preparazione molto libera ma forte di tecnica. Avevo la fortuna di avere un corpo molto dotato e elastico. Ma per fare la tecnica Graham sono stato il migliore e peggiore allievo che la Piperno abbia mai avuto. Essendo già un professionista io cercavo di usare la conoscenza del mio corpo, ma ovviamente la tecnica Graham chiede tutt’altro. Però ci sono riuscito talmente bene tanto da aver avuto l’invito dalla Graham di danzare nella sua compagnia. Con la Piperno abbiamo creato una nuova strada che prima non esisteva. Portavamo la danza contemporanea ovunque con lezioni dimostrative e spettacoli. Con la nostra tenacia siamo arrivati a presentare i nostri spettacoli perfino al Teatro dell’Opera di Roma, oltre a tante tournée in molte parti del mondo. Il nostro rapporto artistico è durato 18 anni, dove abbiamo scambiato la nostra creatività condividendola con il pubblico un nuovo percorso per la danza creando non solo le coreografie ma anche danzatori, coreografi, insegnanti, compositori e critici di danza; Leonetta Bentivoglio e Donatella Bertozzi furono ad esempio nostre allieve”.

La sua esperienza poi arriva ad essere trasmessa alle giovani leve mediante l’insegnamento all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Quali ricordi?

“L’AND è un istituto dello Stato, purtroppo unico, che ha avuto molte trasformazioni. Però a mio parere non è mai diventato un riferimento d’eccellenza della danza Italiana. Quando sono entrato in Accademia nel ’89 non esisteva un corso di tecnica contemporanea. La Direttrice Giuliana Pensi con il suo modo di pensare lungimirante, prima di andare in pensione ha lottato per avere un corso complementare di tecnica della danza moderna. Tra le varie lotte interne e cambiamenti dei tempi e con la riforma del 1999 siamo riuscito ad avere una Scuola di Danza Contemporanea sia per danzatori che per futuri insegnanti”.

Ora lei dirige l’Accademia Europea della Danza a Roma. Quale responsabilità sente?

“L’idea dell’Accademia Europea di Danza sotto la cupola dell’Associazione World Dance Alliance Europe è quello di avere un luogo, un alternativa, un centro e un polo per la formazione e la ricerca coreografica. A più di settanta anni imbarcarmi in una operazione di questo genere mi ha dato quasi una rinascita”.

E’ uscito da poco il suo libro “Il Fulmine Danzante”. Come è nato questo progetto? Perché l’esigenza di un libro?

“Il libro nasce semplicemente durante il lockdown. Volevo fare una grande festa per il mio settantesimo compleanno. Purtroppo questo sogno è stato spazzato via dalla Pandemia. Quindi con molto tempo a disposizione, insieme a Marialisa Monna, ho cominciato a pensare a come proporre un libro. Non volevo un libro con un ordine cronologico, cioè dalla nascita ai giorni d’oggi. Cosi ho pensato e realizzato il libro quasi come un romanzo. La storia della vita di un bambino che nasce e che vive a New York nel Bronx, che diventa un adolescente con l’idea di essere un artista, che poi diventa uomo e crea”.

Cosa augura al mondo della danza e cosa rappresenta questa per lei?

“Ho avuto la fortuna di vivere un periodo storico estremamente creativo, un momento d’oro per l’arte performativa. Il mondo della danza è molto diverso adesso ma l’eccellenza deve rimanere sempre. Dalla danza classica alla danza contemporanea passando attraverso tutti i nuovi stili non devono farci dimenticare che alla base di ogni arte  esiste uno studio e  una formazione. La danza è la più difficile delle arti dello spettacolo dal vivo, in quanto comprende la danza, la musica, il teatro e l’arte visiva”.

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