05/19/2024
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Marco Attura: “Dirigere un’orchestra è come essere al timone di una nave”

Direttore d’orchestra, compositore, diplomato in Pianoforte, Musica Corale e Direzione di Coro. Inizia l’attività giovanissimo e a ventitré anni debutta sul podio del Teatro degli Industri con l’opera “Gianni Schicchi” di Puccini 2 successivamente con il “Don Giovanni” di Mozart.

Caro Marco, come ti sei avvicinato alla musica? 

“La musica mi ha rapito quando avevo 12 anni: il suono di un harmonium aveva suscitato in me una sorta di ‘Sturm und drang’ nello stomaco, che iniziai subito a prendere lezioni di pianoforte. Ero curioso di conoscere ed ‘afferrare’ quella magia sonora. Una mattina mentre andavo a scuola, mi fermai all’edicola del paese per acquistare un nuovo albo di Dylan Dog, ma quella volta le cose andarono diversamente, spesi l’intera paghetta domenicale per un cd che conservo gelosamente da venticinque anni; fui attratto dalla rossa cover che ritraeva in un ovale bordato di oro un uomo pancione in bianco e nero: Domenico Cimarosa / Fernando Corena / ‘Il Maestro di Cappella’. Tutto ebbe inizio da lì. Ancora oggi ripenso alle centinaia, forse migliaia di volte che lo ascoltavo ai limiti dei decibel fino a far tremare i calici nelle vetrine della sala da pranzo. Era una sorta di terapia d’urto per i miei vicini ma in qualche modo li stavo educando all’opera! Decisi così che il mio posto, in un giorno non lontano, sarebbe stato il podio”. 

Quale strumento ti suscita maggiori emozioni e perché? 

“Il primo amore non si scorda mai e il pianoforte è stato e sarà sempre il mio prediletto, 88 tasti sotto le dita sono l’ideale per viaggiare, smarrirsi… ritrovarsi. Quel mobile nero è in realtà una scatola magica in grado di produrre e confezionare emozioni infinite, ma sono molto attratto anche dagli strumenti etnici perché hanno quel sapore primordiale, arcaico, e racchiudono la nostra essenza”. 

Cosa vuol dire dirigere un’orchestra? 

“Difficile esprimerlo a parole… è come essere al timone di una nave. Occorre sicuramente avere una predisposizione al comando, che non deve però mai sfociare nel ridicolo lusso di ostentare potere. Guidare un gruppo di persone è essenzialmente un atto psicologico, è necessario avere controllo della volontà e non essere preda a facili escandescenze o abbandonarsi ad isterie modaiole. Nel momento dell’esecuzione si compie un’alchimia dove le macchie d’inchiostro impresse sulla partitura iniziano a prender vita ed in maniera più o meno ordinata ad occupare lo spazio che circonda l’orchestra ed il direttore, sino a raggiungere ed inebriare il pubblico: è materia sonora che prende forma come argilla su una ruota da vasaio. Quello che mi affascina è percepire che ogni parte del corpo convogli un diverso significato e influisca sulla sonorità dell’orchestra, una comunicazione telepatica in cui si riesce a suggerire come eseguire la musica un attimo prima di essere suonata e raggiungere la meta l’istante dopo che sia svanita l’ultima nota. Siamo ciò che dirigiamo”.

La tua visione personale delle orchestre italiane e straniere a confronto. 

“E’ una situazione spiacevole. Ho studiato e lavorato in Germania dove ogni città ha una sua orchestra. Vedere panettieri, medici, avvocati, bibliotecari che si danno appuntamento per suonare assieme e proporre ad pubblico pagante un concerto alla settimana fa davvero riflettere. In Italia, chi spende poco più di 300 euro per seguire la squadra del cuore mentre si allena, trova illogico pagare un biglietto per ascoltare un concerto di musica classica o visitare una mostra. C’è chi pensa poi che tutto ciò sia una forma d’arte elitaria e difficile da capire… niente di più errato! Fortunatamente ci sono direttori artistici che stanno avvicinando un pubblico sempre più ampio alla musica, attraverso collaborazioni con scuole e università, ma anche incontri con guide all’ascolto e vendita di biglietti promozionali dando così la possibilità di assistere alle prove facendo conoscere la magia del teatro. Idealmente credo che almeno ogni provincia debba avere un’orchestra statizzata, e garantire anzitutto un lavoro ai musicisti che si formano in Conservatorio dopo rigorosi anni di studio. Non è utopia ma una condizione necessaria per nutrire la nostra anima ed educare la società al sentimento, alla bellezza ed al rispetto di ciascun individuo. La musica è anche questo”. 

Un modello di riferimento della direzione d’orchestra e perché? 

“Come dico sempre, ho tre fari che illuminano la mia notte: Carlos Kleiber per la sua eleganza e la capacità di penetrare nel cuore delle partiture, Leonard Bernstein per le tribali e misteriose movenze, e Sergiu Celibidache per la limpidezza della sua musica e la sua ferma gentilezza (quando non sgrida le viole!)”.

Operistica e concertistica… Quali differenze nel dirigerle? 

“Sono due pianeti vicini che appartengono a due costellazioni diverse. Mi sono consacrato all’opera lirica perchè trovo che le parole, sposate alla musica, siano l’espressione massima di bellezza e sentimento. Sfogliando una partitura operistica si ha l’impressione di leggere e vivere il copione di un film, con tanto di colonna sonora annessa! Una tavolozza ricca di colori, per dipingere, sfumare ed esaltare il continuo mutare d’animo di ciascun personaggio, il tempo, i luoghi… Conoscere a fondo un’opera è un’impresa impegnativa per lo sforzo e la tensione fisica che comporta il nostro linguaggio non verbale, ma è anche possedere la capacità di risolvere prontamente le problematiche che possono sorgere durante una prova o la recita stessa. Al contrario di una sinfonia, dove il direttore ha totale libertà di scelta su tempi, intenzioni musicali, articolazioni, fraseggio, etc. nell’opera si pone al servizio del palcoscenico, dei cantanti, che vanno accompagnati e sostenuti con intelligenza e gusto, tenendo in considerazione le loro qualità vocali ed eventuali lacune tecniche, sempre cercando di trarne il meglio affinché si possa garantire una degna esecuzione. Quando viene a mancare questa ratio troviamo alcuni ‘sbacchetatori’ che si ostinano a dirigere con tempi assurdi pur di impressionare pubblico e critica, trasfigurando ad esempio l’allegretto di ‘Stride la vampa’ in un vorticoso Valzer straussiano e costringendo così Azucena a funambolici ed improbabili respiri. La bellezza di quest’aria, man mano che si evolve, sta nel rappresentare uno stato d’animo di allucinazione sino a rivelare la follia, non è immediata e pura isteria! Stessa sorte nel balletto, il direttore ha poco potere decisionale poichè qui regna l’egemonia dei coreografi. A meno che non ci si chiami Valery Gergiev ovviamente! Così mi disse un’amica ballerina”. 

I tuoi prossimi impegni dove ti porteranno? 

“Su invito della Fondazione Pergolesi Spontini sarò a Jesi nei prossimi giorni per una nuova esecuzione dello Stabat Mater pergolesiano (torno su questa partitura dopo quindici anni); faremo poi tappa in Grecia per il ‘Terra Sancta Organ Festival’, dove affiancherò allo Stabat una prima esecuzione in tempi moderni del Concerto per Organo in Re maggiore di Gasparo Sborgi. Sarò poi in Toscana per alcuni un recitals assieme ad Erica Piccotti e al Time Machine Ensemble. Ad ottobre invece salirò sul podio del Teatro dell’Opera Giocosa di Savona con l’opera di Marco Taralli, ‘Delitto all’Isola delle Capre’ poi una nuova prima esecuzione all’Auditorium Rai di Napoli con l’ ‘Opera da tre euro’ di Federico Odling e a dicembre ‘Carmen’ al Teatro dell’Opera di Tirana dove quest’anno ho debuttato ‘Samson et Dalila’. 

Cosa rappresenta per te la musica in una sola parola? 

“Ne uso due: passione febbrile”. 

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Sabrina Borzaga: La

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