06/26/2022
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Marco Gallotta: Eccellenza del made in Italy

di Mara Fux

Dopo aver collaborato con brand internazionali come Campari, Chanel, Dior e aver ritratto autentici cult come Bowie o Will Smith, è passato alla storia per i pochi centimetri di carta di un francobollo. 

Che sensazione hai provato?

“E’ una sensazione incredibile soprattutto se consideri che da bambino ero un piccolo collezionista e subivo il fascino di quei pezzetti di carta che cavalcavano secoli e generazioni segnando le epoche. Quando Nicola Acunzo, conterraneo ed amico, mi ha offerto l’opportunità di far parte del progetto ho subito accettato anche perché stimolato dalla sfida di lavorare su un formato così piccolo racchiudendovi l’alto significato del messaggio che si intendeva dare; l’immagine diveniva simbolo di valori assoluti. Sulla scelta del soggetto finale abbiamo lavorato per due anni interi, fatti di lui a seguire pratiche e assolvimenti burocratici che portassero all’approvazione del MISE nonché alla bollatura di Poste Italiane e di me che studiavo dettagli e immagini di Battipaglia, del tabacchificio, degli operai ritratti al lavoro. E’ stato un lavoro lungo e gli sono molto grato per avermi coinvolto”. 

Dietro il francobollo c’è infatti un’importante messaggio che affonda non solo nella realtà storica del Tabacchificio Farina di Battipaglia, autentica eccellenza e testimonianza dello sviluppo economico del territorio, ma anche nella trama socio famigliare del secolo scorso.

“Esatto. Il Tabacchificio non era solo un centro di lavorazione e produzione ma una complessa struttura avanguardistica che, dando lavoro anche alle donne, prevedeva spazi e ambienti ove le giovani mamme potessero allattare i figli o incontrarli e prendersi cura di loro nelle pause lavorative. La grande struttura del tabacchificio poggiava sulla complessa infrastruttura famigliare; al suo interno si trovavano marito, moglie e figli opportunamente accuditi. Inoltre la donna, ovviamente pagata per il suo lavoro, era partecipe all’economia della famiglia al pari del marito. Questo doveva trapelare dall’immagine del francobollo, la perfetta fusione di tradizione ed evoluzione”.

Realizzi le tue opere attraverso la paper cutting, tecnica di intaglio ed incisione che prevede la sovrapposizione di più strati di carta. Come hai proceduto nel caso del francobollo del Tabacchificio di Battipaglia? 

“La semplice osservazione del francobollo non rende quanto l’originale da cui si è partiti per stamparlo; si tratta di più strati, anzitutto quello su cui poggia la Torre del Castelluccio che possiamo considerare il primo; a seguire le arcate con le griglie delle finestre poi gli operai, sia uomini che donne, infine le macchine”.

Adoperi sempre così tanti strati per le tue opere? 

“No, per il commerciale lavoro su uno, massimo due strati perché si tratta sempre di lavori molto grandi. In tutti gli altri casi lavoro su tantissimi strati. La cosa bella è che l’opera assume così una tridimensionalità dettata dalla sovrapposizione dei ritagli che la rende quasi scultorea”.

A livello mondiale rappresenti una vera eccellenza nel campo dell’arte. 

“Il paper cutting è una tecnica antichissima che risale all’antica Cina ove la usavano per creare decorazioni all’interno delle dimore. In sintesi si tratta di carta intagliata con bisturi affilatissimi che richiedono altissima precisione, una tecnica sottrattiva. Io l’ho rivista e adattata a quello che erano i miei obiettivi. Uso giornali, riviste, fogli, derivati della carta includendo nella lavorazione altri materiali che talvolta sperimento tipo colle, resina o cera”.

Cera? 

“Sì la cera offre un processo che fa sembrare la carta come la pelle. Adesso sto sperimentando nuove tecniche di resa con il vetro”.

Lo spessore della sovrapposizione è proporzionale alla tua ricerca di profondità nelle persone? 

“Nei ritratti sicuramente rappresenta il voler andare a fondo, il voler superare l’apparenza”. 

Parti da un’immagine precisa o è un lavoro a mano libera? 

“Dipende, talvolta creo dei set fotografici, cose molto semplici dove le modelle non sono nemmeno truccate ma in cui ogni scatto mi permette di valutare i giochi di profondità. Altre volte il bisturi si muove libero sulla carta come se fosse un pennello”.

Sei famosissimo per aver ritratto autentici cult come Bowie, Smith, Di Caprio: come sei riuscito ad avvicinarli? 

“Non sempre li ho avvicinati in prima persona. L’immagine di Bowie mi era stata commissionata da un privato e seppure difficilmente io accetti di rappresentare soggetti su commissione, nel suo caso l’ho fatto di buon grado perché sono sempre stato un suo grandissimo fan e la cosa mi dava gioia. E’ un pezzo che ho fatto col cuore per un artista di alti ideali. Tuttavia era una commissione. Che ne fossi l’autore è trapelato quando alla morte di Bowie il quadro è stato postato sui social e ha iniziato a rimbalzare divenendo virale. La mattina al mio risveglio avevo il cellulare pieno di messaggi da tutto il mondo”.

Sogni nel cassetto? 

“Ho tantissimi sogni nel cassetto anche se sono stato fortunato perché alcuni dei sogni che custodivo li ho già realizzati. Da bambino sognavo di vivere in altri luoghi e abito a New York. Volevo vivere facendo l’artista e anche questo l’ho realizzato perché le mie opere mi mantengono e danno da vivere; ho sognato mini collaborazioni con artisti che adoro e non sono necessariamente del mio campo e in tanti casi è avvenuto. Se dovessi dirtene uno che ancora non ho realizzato è lavorare come set designer per una produzione. Ma chissà che non si avveri anche questo”.

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