02/28/2024
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Storie di radio: Awanagana

di Silvia Giansanti –

Prosegue la nostra rubrica sulla storia della radiofonia in Italia attraverso i personaggi che ne hanno fatto parte sin dagli albori. Vi presentiamo uno dei protagonisti più “mitici” di questo mondo…

Il nostro affascinante viaggio nella storia della radio prosegue, attraverso i racconti di chi l’ha fatta per primo, lasciando un segno indelebile. Chi svolge oggi questo meraviglioso mestiere deve in un certo senso ringraziare chi ha spianato la strada. Tutti mostri sacri che si sono ritrovati casualmente coinvolti in questa esperienza che da quasi 50 anni li accompagna. Un nome in assoluto, Awanagana. Subito ci viene in mente il suo look con il cappello di lana che gli donava un’aria da pirata. Un personaggio davvero singolare che ha spaziato anche nel cinema, in teatro e in tv. Un pozzo infinito, è anche cantante e poeta latino-americano. Tutto impresso nel suo dna e scritto naturalmente nel suo destino. “Quando firmo dal notaio, invidio chi si chiama Mario Rossi. Sono Antonio Awanagana Costantini Picardi”.

Chi di voi ricorda quando si presentò in Rai con l’orecchino? In quell’epoca era guardato con sospetto, come fosse un alieno. Oggi siamo passati da un eccesso all’altro. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla sua provenienza per via del nome, ribadiamo che è nato a Venezia nel 1949. 

Awanagana, sei contento di essere stato coinvolto nella nuova esperienza di Rtl Best?

“Molto, sono contornato da professionisti e quindi sono in ottima compagnia”.

Ci accompagni da ormai mezzo secolo. Ricordi la data in cui hai iniziato in radio?

“Il primo di novembre del 1972”.

Dove?

“A Radio Montecarlo con contratti mensili. Alla fine del mese quando si ritirava lo stipendio, ci poteva essere il contratto del mese successivo oppure no. E sono andato avanti così. Dopo qualche anno di lotte intestine alla direzione che stava a Parigi, ci hanno concesso il contratto annuo”.

Com’era lo stipendio all’epoca?

“Uno stipendio di cui metà, diciamo meglio, quasi un terzo andava via per la pizza. Oggi due terzi vanno per la casa e un terzo per tutto il resto. Altri momenti storici”.

Guardando il tuo curriculum, ci rendiamo conto che hai lavorato parecchio nel campo dello spettacolo.

“Sì, ma la radio è nel sangue, non c’è niente da fare. La radio arriva dove non arriva spesso la tv, è un ottimo veicolo sia per l’informazione che per la pubblicità”.

Com’è avvenuto il tuo approccio con questo affascinante mezzo?

“Ricordo che ero in Val D’Aosta e avevo dodici anni e una sera un gruppo mi propose di fare un po’ di teatro a livello amatoriale. Così accettai e dopo due sere di rappresentazione, capii che c’era in me una vena artistica. Ebbi la sensazione che la gente mi notasse. In seguito, crescendo, ho studiato, ho viaggiato e sono diventato capo animatore nei villaggi, aprendo il primo villaggio Valtour ad Ostuni Marina”.

E poi?

“Tornando una volta dal Medio Oriente, precisamente dalla Turchia, sono passato a Venezia a salutare i miei. All’epoca non esistevano i villaggi invernali o caraibici e quindi lavoravo solo nei sei mesi estivi. Il primo maggio avrei dovuto riprendere in un villaggio come animatore, ma tornando appunto dalla Turchia, presi un’epatite virale mostruosa. Ho dovuto isolarmi per sessanta giorni e quindi il contratto è saltato, finché a fine settembre incontrai a Milano un attore e animatore di villaggi, il quale mi fece sapere che a Radio Montecarlo cercavano voci. Lì per lì non ero convinto. Poi sentii la manager di Herbert Pagani che avevo già conosciuto in precedenza in un villaggio turistico, la quale mi indirizzò verso il direttore artistico. Scrissi così a Noel Coutisson che mi convocò e mi fece fare due giorni e mezzo di provini”.

Come andò?

“Mi fu detto di andare in diretta il lunedì successivo alle 17. Rimasi spiazzato. Inizia con la Hit Parade. La cosa strana è che vedevo un microfono, senza la gente. Vedevo solo il regista, l’assistente e il tecnico. Impiegai un po’ per realizzare, non mi rendevo conto che dietro a quel microfono c’era un mondo. E’ stato comunque difficile perché c’è una bella differenza quando sei su un palcoscenico. Almeno lì con una smorfia o con un gesto si può salvare una situazione, invece in radio quello che dici, passa e resta. Ridendo e scherzando, sono rimasto lì vent’anni. A pensare che ogni anno dicevo che sarebbe stato l’ultimo”.

Con chi hai lavorato all’inizio?

“Con Liliana Dell’Acqua, Barbara Marchand, Luisella Berrino, Ettore Andenna, Tommy e altri”.

Perché Awanagana ha avuto un grande gradimento di pubblico?

“Non saprei, a dir la verità. Ho un nome di buon augurio magico che suona bene. Persino un puledro si chiama così. Anche il mio personaggio ha influito. Sono stato il primo ad avere l’orecchino in Rai a ‘Discoring’ e ‘Domenica In’. Ricordo che ero scrutato dai vertici come un oggetto non identificato. Quello ero e quello sono stato”.

Come vedi la radio attuale dopo aver vissuto un passato glorioso?

“Con le tecniche moderne è tutto più agevolato e si dà spazio anche a gente che non è molto competente, ma ben venga ugualmente. Alla fine sono stato sempre per le alternative”.

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