Monsieur David: Emozioni a piede libero


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“Ogni volta che muovo gli arti percepisco una continua connessione con me stesso e con il pubblico, che rimane incantato e nello stesso tempo si sente partecipe di quello che faccio”. Incontriamo un artista originale che comunica con una parte del suo corpo: i piedi

di Claudio Testi

Monsieur David nato a Torino nel 1974 deve la sua natura artista ad un passato familiare tormentato e ad una adolescenza vissuta in collegio piena di restrizioni e limitazioni. Tutto ciò lo ha spinto a ricercare una libertà interiore e a sviluppare una tecnica di espressione alternativa che alla fine di un lungo percorso fatto di studi, di ricerche e di esperienze lo hanno portato a diventare un vero professionista del “Teatro del Piede”.
I suoi spettacoli sono frutto di tante prove, allenamento e il risultato di tante esperienze passate anche come animatore di villaggio, e di studi, per la formazione dell’artista che è diventato oggi, come Teatro del mimo, pantomima, Teatro di figura, Teatro del clown e Teatro di strada.
Insomma un vero artista e uno spettacolo unico che merita di essere visto; la sua arte è stata apprezzata anche dal grande schermo infatti Monsieur David è stato in tv nella trasmissione “Colorado”.
La prima curiosità, perché questo nome d’arte francese?
“Questo nome nasce dalle origini della mia famiglia,  infatti mia madre è francese, vive in Francia, quindi in suo onore ho voluto mantenere questa ‘franciosità’ e poi perché il francese ti dà un certo fascino fiabesco, di  poesia, e poi ogni volta che mi presentano e annunciano. Penso alla mia mamma e ciò mi fa stare bene, è come averla più vicina e mi proteggesse”.
Monsieur David, come molti sanno sei attore e allo stesso tempo uno di quei personaggi eclettici che catturano l’attenzione attraverso il comunicare con i piedi. Quando e come nasce in te?
“Nulla accade per caso, io sono un proseguimento di quello che sono stato prima. Nasco come mattatore, mi piaceva incontrare il grande pubblico, mi piaceva rompere gli schemi, ho sempre amato l’improvvisazione teatrale, mi piaceva sorprendere il pubblico con molta creatività e soprattutto mi piaceva il fatto di creare un contatto con chi non conoscevo, la cosa mi divertiva alquanto. Se pensiamo che su questo pianeta siamo miliardi di persone, perché non conoscerci il più possibile? Ogni essere vivente ha qualcosa da dirci e da darci. Ad un certo punto della mia vita, dopo diciotto anni, è scattata in me l’esigenza di non parlare più. Ogni volta che aprivo bocca mi sembrava di essere ripetitivo, anche nella simpatia, e di utilizzare sempre gli stessi vocaboli, le stesse argomentazioni”.
Quindi che è successo?
“Questa cosa mi stava annoiando, allora mi sono rinchiuso in questo silenzio, anzi,  più che silenzio, era un comunicare dentro di me, e sentivo sempre di più l’esigenza di comunicare con il corpo, in particolare con gli arti, particolarmente con i piedi. In buona sostanza,  tutta la mia energia nel comunicare la trasferisco ai miei piedi, che in realtà fanno il mio lavoro. C’è una trasposizione tra me e loro, però la cosa interessante è che i piedi non vengono giudicati. L’ho trovata come una grande opportunità, perché molto spesso, l’energia che noi perdiamo, strada facendo, nella realizzazione dei nostri progetti, ce l’ha facciamo togliere dagli altri, attraverso le invidie, le cattiverie e le negatività di chi incontriamo nel corso della nostra vita. Io, come tante persone di questa terra, ho degli scopi importanti e da quando ho messo in discussione i miei piedi, percorrendo la mia strada comunicando con loro e attraverso loro la mia felicità ed esternandola, sapendo discernere e quindi mettere da parte la negatività e gli scontri che questa società ci pone”.
Quali sono le emozioni che pensi di dare e quelle che ricevi dal pubblico?
“Una cosa penso di aver capito facendo questa attività artistica, che fa parte del teatro visuale, quello di figura, è l’imparare a  stare nel presente. Il fatto stesso che, quando entro in scena, sento la necessità di ascoltare il mio corpo, è un continuo fluire di sensazioni. Ogni volta che muovo gli arti percepisco una continua connessione con me stesso e con il pubblico, che rimane incantato e nello stesso tempo si sente partecipe di quello che faccio, in un continuo scambio di energia che parte dal cuore”.
Oltre alla tua partecipazione di successo a “Colorado Cafè”, che progetti hai all’orizzonte?  
“In anteprima vi annuncio che sto preparando dei nuovi personaggi che prenderanno vita anche attraverso la comunicazione delle mani e che saranno ancora più comunicativi perché muniti di una specie di bocca e quindi potranno dialogare con il pubblico o cantare. Tra i vari progetti, tengo particolarmente ad uno, con cui vorrei coinvolgere le scuole. I bambini e i ragazzi studiando, acquisiscono tante informazioni, ma secondo me, una cosa che non viene comunicata nella scuola, è la possibilità di entrare dentro se stessi e di diventare fruitori della propria creatività, cioè rendere reale un’idea che è partita da dentro”.
Ovvero?
“Per  me è fondamentale andare nelle scuole e spiegare ai ragazzi di come è possibile rendere reale un’idea che apparentemente può sembrare irrealizzabile o quasi folle e portarla  alla realizzazione, quali tipo di dinamiche bisogna attraversare e soprattutto quali tipi di ingredienti bisogna avere, come ad esempio la volontà, il coraggio, la passione, l’azione, ecc., che sono fondamentali da comunicare, aldilà  della professione che si andrà a fare. Non è possibile continuare a fare tutti le stesse cose. Per il futuro, sul nostro pianeta, ci sono ancora centinaia e centinaia di professioni che possono nascere, ma se non abbiamo la sensibilità e non diamo la possibilità di scoprirle e  conoscerle attraverso i nostri strumenti interiori, rimarranno nascoste. Quindi, voglio, non solo mettere in contatto gli studenti con questa bellezza e con questo senso estetico che arriva dai miei spettacoli, ma come possono realizzare la propria idea positivamente folle nei vari  momenti della loro vita.  Quello che voglio trasmettere è un dono, una speranza, una sensazione, che insegna, dopo aver studiato, a trovare un’altra opportunità, se stessi”.


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