08/14/2022
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Nicola Civinini: “Prima di nascere”

di Marisa Iacopino –

Un abito da sposa, un paio di forbici, una bicicletta gialla, un piccolo sasso ovale. Cos’hanno in comune questi oggetti letterari? Tutti attraversano la storia, andando al di là del loro uso quotidiano, servendo da gancio per parlare di esseri umani che hanno saputo resistere al dramma della guerra. Donne e uomini  la cui semplicità si fa grandezza

“Prima di nascere”, raccolta di racconti dalla penna di Nicola Civinini, editi da Statole Parlanti.

Come nasce questa raccolta?

“Riordinando dei file sul computer, mi sono accorto di aver scritto, negli anni, una serie di racconti riferiti a un periodo antecedente la mia nascita, e più precisamente ai primi cinquant’anni del secolo passato. Tutti avevano in comune una cosa: li avevo scritti senza averli ’pensati’, ossia si erano quasi ‘prodotti’ in un flusso di scrittura come se qualcuno me li avesse dettati. Trattandosi di racconti legati a memorie riguardanti miei famigliari, avevo dovuto ‘inventare’ alcune situazioni per colmare inevitabili lacune. Documenti ritrovati successivamente, come lettere, annotazioni, oggetti o vecchie foto, mi hanno però dimostrato che, più che frutto della mia fantasia, erano la manifestazione di una sorta di intuito inconscio, molto vicino alla verità. Così, ho deciso di creare questa raccolta”.

Cosa ha significato, tornare a un passato non vissuto personalmente?

“Tornare a un passato che non ho vissuto, descrivendolo così come  lo ‘vedevo’ durante la scrittura, è stato come sperimentare una sorta di trance. Quello che mi ha emozionato in questo viaggio, oltre alla scoperta dei luoghi e la percezione di quelle atmosfere  che hanno caratterizzato importanti momenti storici – talvolta tragici e di grande impatto – è stato svelare i sentimenti intimi che le persone di cui racconto hanno provato: con loro ho gioito, ho pianto, ho riso, ho avuto paura, freddo, fame… ho amato. Ho capito più profondamente quali fossero i principi e i valori su cui si basavano le esistenze di quelle generazioni passate”.

Ci sono descrizioni dettagliate di oggetti, come un abito da sposa, di paesaggi, come i crinali di zone montane, su cui ti soffermi con minuzia fotografica…

“Credo di avere una memoria fotografica piuttosto forte che mi supporta al momento in cui devo ricordare luoghi e oggetti che ho visto anche molti anni prima. Mi sono fatto aiutare solo da Google Earth, quando ho dovuto verificare luoghi geografici che conoscevo ma nei quali non andavo da tempo. Per esempio, per il racconto ‘Per un filo di perle’, ho sorvolato Volterra e ripercorso il tragitto che Orazio fa per arrivare al punto d’incontro dove avverrà il duello, per non rischiare di commettere errori ‘topografici’”.

Come ti ha influenzato l’ambiente toscano di nascita e formazione, e come ti ha cambiato quello romano di adozione?

“Certamente trovarmi, poco più che adolescente – all’inizio degli anni settanta – in una città come Roma, provenendo da una realtà più provinciale come quella di Firenze, e ancor più come quella del paesino in cui ho passato la mia infanzia, ha accelerato notevolmente la mia trasformazione in essere adulto. Oltre tutto, appena arrivato, abitando in pieno centro storico, ho assistito ‘in diretta’ agli anni di piombo. Però mi sono sempre ambientato facilmente e velocemente ai luoghi in cui ho vissuto – negli anni successivi, anche all’estero – tanto da considerare ‘casa’ molti posti culturalmente diversi e anche estremamente lontani fra loro”.

La storia ‘Per un filo di perle’,  si riconduce a te? Se sì, come?

“Credo che in tutte le famiglie esistano dei segreti mai svelati. Nella famiglia di mia madre c’era la storia di suo zio Orazio, di cui si conosceva la causa fisica della morte, ma non il motivo che l’aveva scatenata. Il segreto se lo è portato nella tomba zia Assunta, sua moglie, che ricordo come una donna imponente, con una folta chioma di capelli rossi ben acconciati e sempre seduta su una poltrona che, a me ragazzo, sembrava un trono. I personaggi di ‘Per un filo di perle’ sono loro, i luoghi sono quelli dove hanno realmente vissuto, ma la storia è frutto della mia fantasia. Benché durante un mio sopralluogo a Volterra, dove sono andato dopo aver scritto il racconto per fare delle verifiche, abbia avuto una serie di rivelazioni inquietanti su ciò che avevo narrato”.  

Hai in mente nuovi progetti narrativi?

“Sto iniziando a lavorare a un romanzo ispirato al racconto ‘Un soldato tedesco’ a cui sono molto legato. Inoltre, ne sto scrivendo un altro che probabilmente si intitolerà ‘Diario di una mosca’. È una storia un po’ surreale che parla di una mosca che si trova prigioniera, senza possibilità di fuga, nell’appartamento di uno scrittore, e ‘obbligata’, per una legge naturale della sua specie, di cui l’umanità non è a conoscenza, a osservare e registrare tutto ciò che avviene nei suoi venticinque giorni di vita. Il tempo è scandito dalle attività dello scrittore e dai fatti di cronaca e attualità annunciati da un televisore sempre acceso, che spingono la mosca a prodigarsi in monologhi sarcastici e divertenti, concludendosi con una serie di colpi di scena”.

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