12/05/2022
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Alessio Vagaggini: “Per scrivere ‘La patria di Itzurza’ ho dovuto osservare l’universo femminile”

di Francesca Ghezzani –

Classe 1991 e di origini aretine, Alessio ha vissuto tra Italia, Belgio e Spagna, occupandosi di progetti e affari europei, senza mai tralasciare l’amore per la letteratura.

Dalla grande passione per la letteratura è nato il suo romanzo “La patria di Itzurza” con Chance edizioni, per la collana Scrittura Spontanea.
Alessio, sei anagraficamente giovane, eppure con le tue pagine ci porti nella Spagna degli anni ‘80, gli anni in cui il paese era ancora legato a tradizioni e valori secolari ma si imponeva una modernità che ancora non gli apparteneva e per la quale forse non era pronto, la Spagna in cui ETA rivendicava l’indipendenza, il Franchismo era decaduto ma ancora vivo nella vita politica e sociale. Perché hai scelto questo spaccato di storia?
“Gli anni ’80 sono un crocevia fondamentale per capire la storia dell’Europa e della Spagna in particolare, un paese che vive una fase di transizione acuta da un sistema dittatoriale a una democrazia, da una società tradizionale a una “moderna”, da uno scontro centro-periferia che si rinvigorisce. Questo contesto appunto, di transizione, mette in scena quattro donne a loro volta in movimento, sia interiormente che esteriormente. Le protagoniste del romanzo sono infatti ‘in rivolta, nel senso descritto da Albert Camus come stato di vitalità e di slancio verso qualcosa, e si muovono sempre ‘in direzione ostinata e contraria’ per citare De Andrè. Itzurza è colei che prova a imporsi in una società estremamente maschilista, e lo fa attraverso attività tipicamente ‘maschili’ quali la guerra, come entrare in un’organizzazione terroristica (ETA) e rivestirne un ruolo di vertice. Dall’altro lato, anche Maria e Clara sono figlie di un’epoca di profonde trasformazioni. La prima, come la Spagna, si trova a vivere un tempo che le è estraneo, essendo ormai priva del protagonismo che distingueva la sua gioventù, la seconda impone la sua sensualità irriverente, esagerata, quell’emblema di una società che vuole cambiare e che ancora vive come opprimente”.
Per sommi capi, ci racconti meglio la trama?
“Il romanzo narra le vicissitudini di quattro donne nella Spagna degli anni ’80. La prima parte si intitola ‘La Guerriera’ ed è incentrata sulla figura di Itzurza, giovane basca arruolata tra le fila di ETA per perseguire il suo sogno dell’indipendenza del paese basco. Questa fase si sofferma sull’interiorità della protagonista, mettendo a nudo il suo animo e i dubbi che accompagnano le sue scelte. La seconda parte è ‘La Famiglia’; qui la narrazione si frammenta, e a essere descritte sono le storie di Maria, la madre, Elena e Clara, le due sorelle, di cui si raccontano le vicissitudini in una Spagna che deve fare i conti con la modernità e lo spettro del Franchismo che è ancora vivo e vegeto nella società”.
Potremmo dire che questo libro è un omaggio a un paese a te caro?
“Ho viaggiato tanto nella mia vita, per svago, per studio e per lavoro, vivendo in paesi diversi e avendo a che fare con mondi fra loro molto differenti. In ogni contesto mi trovassi ho sempre cercato di attingere al massimo dal punto di vista culturale e umano, per capire meglio la ‘prospettiva’ del luogo nel quale mi trovassi. Da questo punto di vista, la Spagna è sicuramente il paese nel quale mi sono trovato più ‘a casa’, prima avendolo visitato in lungo e largo, poi avendo avuto la grande fortuna di vivere a Siviglia, una città magnifica che mi ha lasciato tante riflessioni in generale sulla storia iberica, le sue contraddizioni e la sua unicità. Penso che se non avessi mai vissuto in Andalusia, adesso la mia vita sarebbe un po’ più povera”.
Ti viene facile scrivere al femminile?
“In realtà no! D’altro canto, sono sicuro che scrivere di figure maschili non mi avrebbe coinvolto così tanto: di sicuro il romanzo sarebbe stato più statico, meno imprevedibile, e proprio per questo ho trovato molto stimolante cercare di entrare nei meandri di un universo diverso dal mio. Oggi la visione di uomo e donna tende a essere stereotipata su etichette di facile fruizione, promosse da una certa cultura del consumo e aiutata dai social media, che fornisce immagini abbastanza fuorvianti dal punto di vista esistenziale. Mi sono posto come osservatore della femminilità cercando -tramite lunghi dialoghi con amiche, visione di film ed esperienze di vita diretta – di capire come un personaggio femminile si sarebbe comportato di fronte a certe scelte, alla difficoltà di definire la propria identità in contesti difficili, alle contraddizioni che avrebbero marcato le sue scelte. Non ho mai cercato di erigermi a giudice dei comportamenti umani, semplicemente cercare di capire i motivi che sottostanno alle di vita di quattro donne, e di come essi impattino sulle loro esistenze e sul mondo che condividono”.
Ti farebbe piacere riportare, qui, un passaggio del libro a cui tieni particolarmente?
“Tanti sono i passaggi emozionanti del romanzo, a partire dal filo parallelo che lega ‘il sonno’ di Miguel al ‘risveglio’ di Elena, due concetti che richiamano molto da vicino pensieri propri della filosofia buddhista. Tuttavia, la storia ruota tutta attorno al dialogo fra Itzurza e Clara, il pezzo che ho scritto con maggior trasporto emotivo e attenzione al dettaglio. A confrontarsi sono qui due ragazze forgiate da esperienze di vita e valoriali molto diverse fra loro. I particolari che le descrivono bastano da soli a qualificare: di Itzurza si mettono in risalto la tuta militare, i capelli raccolti, le mani esili che prima tengono in mano una carta stropicciata di Madrid, poi un ciondolo donatole dal suo vecchio mentore, a rimarcare il legame inossidabile con la sua causa. Per contro, “sopracciglia decise sullo sfondo verde del vestito” mettono in risalto l’aspetto fisico di Clara piuttosto che la sua interiorità, così come quelle labbra rosse che adesso, al momento della verità, sembrano dei ‘papaveri appassiti’. Il loro incontro, a dire il vero, me lo sono immaginato davvero nell’autunno del 2018, quando ero in Plaza Mayor a Madrid e vidi al tavolino di un bar queste due ragazze, all’apparenza molto diverse, dialogare fra loro in mezzo al caos che le circondava. Oltre ad essere la chiave di volta del romanzo, attorno a tale scena ho articolato il resto della trama, che non a caso giunge dopo un lungo climax che inizia già dalla parte iniziale”.
Infine, nelle vesti di lettore, ti ritieni onnivoro o le tue scelte hanno gusti ben definiti?
“La mia passione per la letteratura è legata a doppio filo alla storia del Novecento, del quale sono riuscito ad apprezzare tutte le maggiori correnti che lo contraddistinguono, cercando di capire il messaggio che ognuna di esse volesse lasciarci. Nel corso degli anni, avendo avuto sempre meno tempo a disposizione, sono diventato molto selettivo: fra i generi letterari che prediligo all’apice c’è l’esistenzialismo e il bisogno di porre l’essere umano al centro della storia, al di là delle grandi narrazioni e delle idee che tendono a metterlo sempre in secondo piano. Se devo citare tre testi che mi ispirano nella vita direi ‘Lo Straniero’ di Albert Camus, ‘L’Immortalità’ di Milan Kundera, ‘La Coscienza di Zeno’ di Italo Svevo”.

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