02/23/2024
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Andrea Perego: “Con ‘Il Gentiluomo’ racconto la storia di noi esseri umani”

di Francesca Ghezzani –

“Il Gentiluomo”, il nuovo libro del giornalista e scrittore Andrea Perego pubblicato da Supernova Edizioni, ci porta nel bel mezzo dei fatti storici che infiammarono Parigi durante la Rivoluzione francese e cambiarono il corso della storia della Francia e dell’Europa. 

Una giovinezza dorata alla corte di Versailles, un amore assoluto, un plico di lettere che incriminano la regina di Francia, Marie Antoinette, e la fuga in circostanze rocambolesche dalla Francia e dal suo passato per ricominciare una seconda vita a Londra. Potremmo sintetizzare così, per sommi capi, l’esistenza de “Il Gentiluomo”?

“Sì. In fuga dai roghi della Rivoluzione per salvarsi la vita, ricomincia da capo a Londra: senza soldi, solo con dei diamanti esportati fortunosamente, di nascosto, e da rivendere, poche conoscenze in Gran Bretagna e il peso del suo passato, un plico di lettere misteriose, un grande amore che pare scomparso, ma anche con la sua educazione, il suo charme di gentiluomo francese e una certa spregiudicatezza naturale, oltre all’intraprendenza. Se sei un tipo così, l’avventura poi viene da sé”. 

Tu, al suo posto, cosa avresti fatto?

“Esattamente quello che ha fatto lui. Non ho la sindrome da ‘orchestra del Titanic’: se la nave affonda, cerco una scialuppa. Non sarà eroico ma a volte il senso pratico aiuta più dell’eroismo”. 

Chi trova di fianco a sé il tuo eroe-non eroe? Ovvero, come caratterizzi gli altri personaggi?

“Gli altri personaggi sono numerosissimi, a cominciare dalla corte di Parigi, da Maria Antonietta e Luigi XVI a chi ruotava intorno a loro, la sfortunata principessa di Lamballe, per esempio. Ma ci sono anche cuochi (Nadine) e servitori come Lucien, il valletto che sta accanto al protagonista per tutta la vita, una figura muta ma importantissima per lui. Poi ci sono i personaggi reali di Londra: la duchessa di Devonshire, Beau Brummell, Henry Austen, sua sorella Jane Austen e la loro cugina Eliza. Forse Eliza è il personaggio più simpatico, una donna davvero ‘stravagante’, come la definì Jane, e audace. Per ognuno di loro ho letto inizialmente e soprattutto quello che hanno scritto, a partire dagli epistolari, quando esistono. Lì, nelle loro lettere, si trova fra le righe la loro indole, i tratti del carattere di ciascuno di loro. Poi c’è tutto ciò che è stato scritto su di loro, soprattutto dai contemporanei che li hanno conosciuti. Così, sfrondando in molti casi il vizio dell’elogio e della celebrazione, mi faccio un’idea di che tipo di persone erano, che temperamento avevano, immagino la loro voce, il loro modo di parlare, di porsi, di dialogare, di pensare”. 

Pure per la seconda parte del racconto, quella londinese, hai inserito la narrazione in un contesto storico assolutamente reale. La figura di Henry Austen era una chiave curiosissima per aprire la porta a Jane, sua sorella. È stato un omaggio che hai voluto farle?

“No, in realtà ho trovato estremamente interessante l’attività di Henry che, dopo la carriera nell’esercito, apre un’agenzia attraverso la quale passano grandi capitali del governo. L’agenzia diventa una società e una banca ramificata fra gli appoggi dell’alta società londinese, le protezioni e le clientele. La corruzione è dovunque e in questo bel sistema sociale, Henry intraprende pure un’attività di contrabbando di vino francese che scorre sulle ricche tavole dei signori inglesi. È per lui che ‘il gentiluomo’ comincia a lavorare a Londra. Tutto questo mi è sembrato interessantissimo, divertente e poco conosciuto. Ovviamente poi l’occasione di introdurre sua sorella Jane era troppo ghiotta per essere ignorata”. 

Come si fa a raccontare la storia ‘da dentro’?

“Si cerca di capirla, non solo di conoscerla, tenendo sempre presente che la storia è fatta da uomini e donne come me e come te, con le loro paure, le loro piccolezze. Non mi interessa tanto il ritratto ufficiale, quello che si può leggere in qualunque buon libro di storia. Mi interessano i dettagli: come si scaldavano d’inverno, come si vestivano, che odore avevano le stanze in cui vivevano, come scrivevano, cosa mangiavano e cosa bevevano, quant’era scomodo un viaggio in carrozza, con che medicinali si curavano. Questi sono gli aspetti più interessanti della storia, la nostra storia di esseri umani”. 

Infine, per te che sei un grande appassionato di cultura a tutto tondo, quale sarebbe la colonna sonora ideale se “Il Gentiluomo” diventasse un film?

“Il gentiluomo suona la viola da gamba, uno strumento che già a suo tempo non era più di moda. È un “disadattato” anche in questo, poverino. Perciò a istinto ti direi i nomi di due musicisti che probabilmente ha suonato: Sainte-Colombe e Marin Marais. Temo però che in questo modo la colonna sonora del film non diventerebbe proprio un successone. E se scegliessimo una musica che non esiste ancora? Potremmo affidare il compito di scrivere le musiche a dei ragazzi del Conservatorio, sentire cosa creano. Ecco, un bel lavoro di squadra mi piacerebbe”. 

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Eleonora Manara: “

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