05/27/2024
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Arturo Caissut: “Scienza, tecnologia e umanità Quale possibile trinomio?”

di Francesca Ghezzani –

Con dieci racconti visionari e sapientemente costruiti, Arturo Caissut ci porta nella dimensione più affascinante della fantascienza, quella che oltre a ipotizzare il domani offre l’opportunità della riflessione per l’implicita correlazione con l’oggi. Una corrispondenza che porta il lettore a considerare il mondo attuale come un luogo dove il futuro è già arrivato. Dieci racconti che vedono protagonisti l’essere umano in epoche disumanizzate, intelligenze artificiali autosufficienti, annunciate apocalissi che costringono a interrogativi sull’essenza dell’uomo e delle cose. “Anima e carbonio” (L’Orto della Cultura, Collana Adulti) è una raccolta che dal titolo va alla sua sostanza: racconti che trovano sede al confine tra la tecnologia e la coscienza morale e, in ultima analisi, nella materia prima della vita.

Arturo, da quale punto di acuta osservazione sei partito per dar vita a questa raccolta?

“Il mio punto di vista è quello di una persona che da sempre studia, lavora e indaga temi relativi alla tecnologia: sono Ingegnere per formazione, ho lavorato per molti anni nell’ambito della robotica e dell’AI applicate alla Sanità, dunque è per me quasi un dovere morale e professionale pormi delle domande sul delicato rapporto tra il nostro benessere psicofisico e l’evoluzione dei mezzi a nostra disposizione. L’obiettivo che mi sono dato con il mio editor nella fase di selezione dei racconti è stato quello di restringere a questo ambito il campo d’indagine: pensare al rapporto tra noi (intesi come Umanità) e il mondo che ci circonda, in particolare analizzando la nostra interdipendenza con scienza e tecnologia e le possibili conseguenze di un abuso di determinati strumenti. Ho cercato comunque di focalizzarmi su aspetti che a mio parere sono universali: nei miei racconti non ci si sofferma tanto sull’elemento fantascientifico di turno quanto piuttosto sull’impatto che questo può avere sulle nostre emozioni, sulla nostra vita”.

I lettori e le lettrici percepiscono il tuo punto di vista su quanto narri o hai preferito scrivere restando in assenza di giudizio?

“Credo non sia possibile sospendere del tutto il giudizio quando si scrive, e concordo in linea di principio con quanti affermano che ogni testo è in realtà almeno in parte autobiografico, in maniera consapevole o meno: in questo senso, pur avendo cercato di lasciare a chi legge l’interpretazione e il giudizio finale, suppongo si riesca a leggere tra le righe quali dei possibili scenari siano per me auspicabili e quali invece non lo siano. Si tratta di una raccolta con diversi momenti “ammonitori”, direi, anche se la mia prospettiva è relativamente neutrale: non sono certo un luddista ma non sono nemmeno una persona per cui lo sviluppo tecnologico è sempre e comunque una strada di mattonelle dorate”.

Che rapporto personale hai con il passato, il presente e il futuro?

“Paradossalmente direi che faccio soprattutto fatica a comprendere il presente: è vero che in un certo senso è l’unico momento che esiste davvero, ma allo stesso tempo riesco a contestualizzare molto meglio il passato e il futuro, magari fermandomi a ipotizzare per quest’ultimo possibili scenari. Il presente se uno si ferma troppo a pensare rischia di dare le vertigini: sei lì, in mezzo a un Universo sterminato, questa cosa che da sempre fatichiamo a definire chiamata “tempo” ti scorre addosso e tu non puoi restare davvero fermo, devi agire, devi fare qualcosa, e quel qualcosa avrà delle conseguenze e rischia di plasmare la tua vita per sempre. Nel passato gli sbagli li hai già commessi, è tardi per preoccuparsi, ma nel presente hai sulle spalle la responsabilità del tuo intero futuro: non è poco. Aggiungerei inoltre che ho più paura del passato che del futuro: il futuro è tutto da scrivere, non è buono né cattivo finché non si realizza; il passato invece può nascondere mostri pronti a sbucare fuori quando meno te lo aspetti, mostri che sono lì in agguato”.

Cosa pensi davanti a frasi del tipo “Si stava meglio quando si stava peggio” o “Mala tempora currunt et peiora premunt”?

“Un po’ un falso mito: al netto di esempi macroscopici (ad esempio la situazione climatica), dati alla mano sono molti i segnali incoraggianti che dovrebbero farci dire che tutto sommato le cose sulla Terra non solo vanno bene, ma vanno anche meglio che in qualsiasi altro momento nella storia. E sottolineo “dati”: si tratta di indicatori oggettivi, come l’aspettativa di vita media che in tanti paesi è in crescita, o il tasso di scolarizzazione. Il problema è che spesso ci concentriamo sul nostro proverbiale orticello, dunque confondiamo un personale disagio o un peggioramento percepito (magari nel nome di una sacrosanta e legittima nostalgia) con un problema a livello di sistema. Sono un Ingegnere, ho imparato a guardare i dati dove possibile. Chiaro che non si può guardare solo quelli, non si può ridurre tutto a una statistica e ogni storia personale va rispettata, però credo che guardando all’Umanità nel suo complesso dobbiamo essere ottimisti”.

Dieci racconti che prendono corpo nel futuro, ipotizzando l’imponderabile domani e la sottintesa responsabilità di chi lo determina. Vuoi dirci qualcosa in più sul concetto di responsabilità?

“Credo sia intrinsecamente legato a concetti come quello di comunità: nel suo piccolo, ciascuno di noi ha un’influenza più o meno diretta su chi gli sta intorno, i quali a loro volta hanno un’influenza su una loro rete di contatti, e così via, rendendoci tutti legati, anche se magari in modo talmente remoto e labile da risultare impercettibile. Senza arrivare ad estremi come il famoso butterfly effect, quindi senza arrogarci il potere di causare singolarmente dei disastri immani, dobbiamo avere chiaro che le nostre azioni e decisioni hanno possibili conseguenze su molti, idealmente su tutti: responsabilità per me significa innanzitutto comprendere queste possibili conseguenze e scegliere di compiere le nostre azioni con un criterio. Tutti lasciamo un segno del nostro passaggio: possiamo certamente scegliere di lasciarne uno negativo, l’importante è esserne consapevoli e assumerci appunto le nostre responsabilità, con noi stessi in primis”.

In chiusura, perché, secondo te, il ricorso alla distopia e la ripresa degli archetipi classici della fantascienza sono tanto apprezzati da lettori e lettrici in questo periodo? 

“Riguardo gli scenari distopici, penso che la fascinazione che proviamo sia almeno in parte una forma di rituale apotropaico, di scaramanzia: raccontando storie sulla fine del Mondo ne esorcizziamo il timore, un po’ come facevano gli architetti delle Cattedrali con i gargoyle. C’è poi sicuramente una certa quota di catastrofisti nel mondo, e lì immagino che il punto sia un altro: fare un giro sui social network permette di imbattersi in persone che confondono Matrix con un documentario e che cercano “prove” numerologiche nei testi antichi per qualsiasi cosa accada nell’attesa dell’Apocalisse, e immagino che nel loro caso più che di fascinazione si possa parlare di paura. Quanto alla fantascienza, penso si tratti di un ambito letterario che attira in parte eguale progettisti ed escapisti, sicuramente tanti sognatori: i progettisti sono quelli che leggendo ad esempio Asimov da ragazzi si sono detti “Spero di avere anch’io da grande un robot domestico” e magari hanno provato a fare qualcosa per avvicinarsi a quell’obiettivo; gli escapisti sono quelli che non necessariamente auspicano di vedere nulla di ciò che leggono trasformato in realtà: si accontentano di dimenticare per un po’ la realtà che li circonda, che è comunque un altro modo di sognare. Il progresso tecnologico esponenziale che abbiamo vissuto negli ultimi decenni ha reso tante cose che un tempo sembravano fantascientifiche una realtà e ha dimostrato che altre sono irrealizzabili, spostando l’orizzonte un bel po’ in avanti: da qui all’orizzonte è tutto terreno fertile, sono tutte potenzialmente storie da raccontare. Che alcune di queste siano classificabili come fantascienza è a mio avviso un bene: è un genere degno di rispetto e mi fa piacere sapere che molte persone che un tempo la consideravano letteratura “minore” si stiano ricredendo”.

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