05/27/2024
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Claire Gonnard: La bellezza e l’orrore

di Marisa Iacopino –

Paesaggi esotici in cui la bellezza dei luoghi è deturpata dalla spazzatura, una moderna Venere che esce dall’acqua tra bottiglie di plastica e altro pattume, alberi bruciati, lattine di coca cola che giacciono dimenticate tra le dune del deserto. C’è tensione emotiva nella sua produzione, spazio simbolico attraverso cui l’autrice esprime il proprio impegno contro l’impatto climatico dei rifiuti umani. Stiamo parlando di una giovane artista francese, Claire Gonnard. Ci ha raccontato la sua storia. 

“Sono cresciuta a Nyons, una piccola città nel nord della Provenza. L’educazione ricevuta dalla famiglia mi dà una connessione potente con la natura. Un’influenza che forgia molto presto i contorni di ciò che mi farà vibrare artisticamente. Il primo incontro con una vera opera d’arte è stato sensoriale. È successo all’inizio degli anni ’90 alla fondazione Maeght a Saint Paul de Vence, vicino Nizza. Ero una bambina e i materiali e i colori mi piacevano, così non ho resistito alla tentazione di toccare con mano l’opera di De Staël. Richiamata all’ordine dal custode, mi convinsi che un giorno avrei potuto mettere le mani nella materia per dipingere”. 

La famiglia, quindi, quale luogo primario di avvio all’arte…  E in seguito? 

“All’età di tredici anni, nello studio di Martine Chiappara, artista professionista, sono stata introdotta alle basi della pittura classica: disegno, natura morta, modello dal vivo, pittura sul motivo… Successivamente ho arricchito la mia formazione plastica partecipando a laboratori presso la scuola Beaux-Arts di Valence in serigrafia e computer grafica. Quindi ho completato le esperienze con laboratori di fotografia contemporanea, curati in particolare da Olivier Rebufa ed Erick Gudimard, presso il centro fotografico di Marsiglia”.

Dunque esplori l’arte nelle sue varie forme: pittura, scultura, installazioni, e tocchi varie tematiche… 

“Sì, mi esprimo sia in universi figurativi che astratti, dipingendo su tela o su carta, lavorando sculture o installazioni. Sono sempre stata interessata al soggetto umano, ai corpi e alle loro curve. Seguendo una visione che mescolava pittura, fotografie personali e materiali, mi sono poi allontanata da questo realismo per lavorare la luce, quella del Mediterraneo. Attraverso colorazioni intense, o in un’unica gamma di colori ho cercato di ricreare un’emozione, per far emergere effimeri momenti luminosi e dare loro permanenza. La natura e la sua luce sono diventate allora centrali, per sostituire il punto di vista e diventare esse stesse il punto di vista, per seguirne la prospettiva”.

Tra le raffigurazioni umane, le sagome di donne nude sembrano caratterizzarsi sulla tela come creature che subiscono l’oppressione del mondo, ma nello stesso tempo restano estranee alla contaminazione del male. E’ corretta l’analisi?

“Sì! Queste donne rappresentano per me ciò che dovrebbe essere l’umanità. Sono libere, serene, fiere e in simbiosi con la natura”.

Riprendere figure mitologiche come Venere, archetipo di bellezza e armonia, significa credere che i nostri giorni abbiano bisogno di recuperare i modelli estetici dell’età classica?

“La maggior parte del mio lavoro pone l’essere umano di fronte alla natura. La natura, trasformata o contaminata dall’uomo, è un tema predominante. Sono particolarmente ispirata dai miti antichi e cerco di dare loro un’eco contemporanea. Far risuonare ciò che immaginiamo del passato con quello che viviamo oggi, la ricerca dell’estetica e della bellezza nell’arte con la bruttezza dell’orrore. Ogni opera diventa lo specchio della mia realtà, della realtà dello spettatore”.

Il tuo impegno artistico si riflette, dunque, nei temi trattati, dove i rifiuti fanno la loro comparsa in mezzo alla bellezza. In un mondo in cui l’essere umano è il principale responsabile delle alterazioni ecologiche, possiamo ancora considerare l’uomo come la misura di tutte le cose?

“L’umano è solo un essere vivente all’interno della natura, ma si dà il caso che sia responsabile della distruzione della sfera vivente, ed è quello che voglio sottolineare nel mio lavoro. Questa necessità imperativa di esprimere l’orrore racconta il paradosso dell’umanità: vivere circondati dalle meraviglie della natura, studiare il bello, ma anche investigare i più grandi drammi. Le mie opere sono concepite come metafore del dilemma dell’esistenza moderna, cercano un dialogo tra attrazione e repulsione, seduzione e paura. Siamo attratti dal desiderio, dall’estetica, ma anche consapevoli che il mondo sta soffrendo per le nostre azioni. Questo ci pone in una preoccupante contraddizione”.

Progetti futuri?

“Sto scrivendo una raccolta di poesie personali accompagnate da disegni. Inoltre, sarò in una prossima mostra in Provenza dal 21 al 31 agosto a Le Temple, Venterol”.

Ci congediamo con una metafora sensoriale: se fosse un profumo, quale essenza incarnerebbe la tua visione artistica?

“Affinché l’opera agisca, funzioni ed esista anche per te, dirò: un giardino di aranci in fiore per la fragranza, piedi nudi sulle pietre per la sensazione di un dolce tepore, e il balletto musicale delle api e delle onde che si mescolano”.

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