06/26/2022
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Costanza Marana: “Nei miei libri torna sempre il concetto di tensione”

di Francesca Ghezzani –

Il primo libro della scrittrice è stato “Rêverie di una vita in terza persona” uscito lo scorso anno, il secondo pubblicato di recente è “Il crepuscolo del sogno”, nuovamente con L’Erudita Editore.

Costanza, ci sono dei punti in comune tra le due opere?

“Sì, la tensione verso la bellezza per ricongiungersi con la propria tonalità primaria. In ‘Rêverie di una vita in terza persona’ l’abbandono allo stato pre-cosciente della memoria involontaria prosegue il suo cammino ne ‘Il crepuscolo del sogno’ dove il protagonista attende l’imbrunire per profondere nel dialogo interiore.  Ne ‘Il crepuscolo del sogno’ la piattaforma narrativa è mobile dal mondo onirico alla sfera reale dei sentimenti umani, dal grottesco alla tenerezza. Il rapporto tra l’individuo e il fato, tra l’uomo e la bellezza del creato, tra la sua finitezza e la ricerca dell’infinito sono i paradigmi narrativi che compongono la mia idea di letteratura”.

In “Il crepuscolo del sogno” scrivi in merito al protagonista: “Aurelian aveva sempre l’impressione che in fin di giornata la vita gli fosse più lieve e che il mondo che lo circondava gli fosse meno ostile”. Prova forse un costante senso di inadeguatezza verso ciò che lo circonda?

“Aurelian, il protagonista, era schierato e fedele all’ideale della sfumatura. Egli attendeva quel momento della giornata in cui la luce diveniva incerta, soffusa, con il passaggio dal giorno alla notte, in cui il buio invertiva i confini e la cenere del cielo si univa alla terra. L’oscurità sedava la sua ricerca di ciò che era invisibile e si riappropriava del rapporto intimo con la sua coscienza. Il giorno corrispondeva al senso del reale, e nonostante lo affrontasse con consapevolezza, si abbandonava spesso al gioco della ricerca di una poetica simbolica nel quotidiano che lo circondava”.

I riferimenti mitologici sono assai numerosi e a un certo punto tiri in causa il concetto di hybris punito dagli dei. Vuoi spiegarci meglio?

“Il rapporto tra la finitezza dell’uomo e ciò che è eterno e eternabile è un punto fondamentale del libro. La superbia dell’amore, la vanità, l’ambizione esasperata, la vanagloria costellano il tessuto connettivo umano. La sensazione di caducità della vita, “homo bulla est”, fa parte dell’essenza dell’uomo. Oserei dire che gli preesiste e inscena la drammaturgia esistenziale in cui tutti recitiamo. La sensazione del tempo tiranno e degli dei che puniscono la tracotanza è un ammonimento ricorrente in tutta la cultura classica, dall’iconografia alla letteratura. Non credo in una letteratura esclusivamente autoreferenziale, ma in un continuum, in una traccia universale, come sostenuto dall’etica romantica”.

Hai ambientato questo romanzo in Francia. Avrebbe potuto trovare una diversa ubicazione geografica oppure qualsiasi altro luogo non sarebbe stato funzionale?

“Arles, le bocche del Rodano, la Camargue serbano quella natura crepuscolare e quella tensione verso l’infinito che si adattano alla sceneggiatura emotiva del mio libro. Arte e storia che si fondono con il senso mistico e misterico dei luoghi. Al medesimo tempo la vicenda è inserita in un contesto reale e in un contesto onirico e gioca sulla contestualizzazione e decontestualizzazione”.

Aurelian è un mercante d’arte: che ruolo conferisci alla stessa e alla storia?

“La definizione di arte ha perso i suoi riferimenti nel tempo e secondo me ha subito molte appropriazioni indebite. Credo che l’arte non sia serva di nessuno. Credo sia la nostra placenta e che si compenetri con la storia. Sono laureata in storia medievale e moderna e penso che conoscere queste materie umanistiche sia fondamentale per costruire un’identità, una consapevolezza, una memoria”.

Infine, come hai scritto nel capitolo intitolato “Il mausoleo del decadente”, pensi anche tu che la felicità fosse merce degli dei oppure dell’illusione del popolo?

“Sì, penso esattamente così. Credo la felicità non appartenga alla finitezza dell’uomo e che spesso sia illusoria. E credo che l’uomo sia condannato alla ricerca, alla tensione, all’attesa. E allo stesso tempo credo che il senso del meraviglioso risieda proprio in questa malinconia, a volte dolce a volte severa, che ammanta quei momenti crepuscolari, solo nostri”.

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