05/21/2024
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Filippo Thiery: Il meteorologo di “Geo” con la passione per la natura e la Roma

di Simone Mori –

Incontriamo il meteorologo Filippo Thiery, dal 2012 volto familiare della trasmissione di Rai 3 “Geo”. Dalla formazione scientifica fino alla divulgazione, Filippo ci racconta di lui e delle sue passioni tra le quali incontriamo anche la sua fede giallorossa. Buona Lettura!
Innanzitutto vorrei che ci raccontassi qualcosa di te chi è Filippo?
“Filippo è una persona lusingata della tua attenzione, e del fatto di ritrovarsi intervistato per un un magazine nazionale, per cui grazie di cuore per questa opportunità, per me davvero inattesa, oltre che gradita! Per il resto, ho quasi 54 anni, sono nato e vivo a Roma, sono un meteorologo, e dal 2002 lavoro al Dipartimento nazionale della Protezione Civile, dove mi occupo principalmente di previsioni operative, sia nell’ambito del sistema di allertamento meteo-idrologico, cioè delle attività di prevenzione non strutturale del rischio (ovvero, in sintesi, dell’obiettivo di salvaguardare le vite umane), che nel fornire il supporto meteo alle squadre e ai team impegnati nei difficili scenari di contrasto alle varie emergenze e catastrofi. In precedenza, quindi parliamo di tempi lontani, ho svolto attività di ricerca sui cambiamenti climatici presso l’ENEA e ho insegnato Matematica e Fisica nelle scuole superiori. Inoltre, dal 2012 sono il volto della quotidiana rubrica meteorologica di Geo, lo storico programma di divulgazione ambientale e naturalistica di Rai3, condotto da Sveva Sagramola ed Emanuele Biggi. Per quanto riguarda la mia storia di vita precedente, come prima cosa direi che i miei genitori, pur essendo entrambi di formazione letteraria, mi hanno abituato alla curiosità per la conoscenza a 360 gradi e motivato a un approccio scolastico svincolato dagli steccati fra discipline umanistiche e scientifiche; mi hanno inoltre insegnato il valore dell’incontro e della contaminazione fra culture diverse, e contagiato l’interesse di guardarsi attorno alla ricerca di cose belle, la passione di imparare cose nuove, il fascino di viaggiare in modo semplice, lento e sostenibile, apprezzando tanti i paesaggi e la Natura quanto l’Arte e la Storia dei luoghi, l’importanza dello studio per capire il mondo e quella di raccontare i propri pensieri ed emozioni anche coltivando linguaggi diversi, per esempio trasmettendomi la passione per la fotografia. Dopo la Maturità scientifica mi sono iscritto al corso di Laurea in Fisica, alla Sapienza di Roma, dove mi sono trovato di fronte all’incredibile privilegio di poter seguire i corsi di professori come Giorgio Parisi, Angelo Vulpiani, Miguel Angel Virasoro, Daniel Amit, Carlo Di Castro, scienziati di eccellenza planetaria, in particolare nel campo della Meccanica Statistica e dei sistemi complessi, ambito della Fisica di enorme fascino, anche per l’alta matematica che viene introdotta e utilizzata: la pazzesca opportunità di inanellare esami con nomi di tale livello, e la parallela passione che via via maturavo per quel campo della disciplina, mi hanno guidato nella scelta di un piano di studi, e della tesi di Laurea, in Fisica Teorica della materia. Questo anche se avevo già maturato, nel frattempo, il desiderio di cercare lavoro nel campo della Meteorologia, volendomi spendere in un ambito più legato allo studio e all’osservazione dell’ecosistema terrestre, proposito che poi ho mantenuto, trovando fra l’altro grande appoggio, nel portarmi dietro le basi fisico-matematiche di quell’esperienza universitaria da capogiro. Naturalmente, la passione per i fenomeni fisici e gli habitat naturali mi pervade anche nella vita personale, dal dedicare i ritagli di tempo libero all’osservazione e alle foto del cielo e dell’ambiente (fortunatamente Roma, nonostante il caos che la rende invivibile, è una della città europee più ricche di verde e di biodiversità), alla scelta di dove concedermi fughe e vacanze: ho un rapporto viscerale con la montagna e con la selvaticità, a partire dai boschi dell’Appennino abruzzese a cui sono molto legato, ma in generale amo la Natura in tutti i suoi ambiti, paesaggi ed ecosistemi”.
Come ti sei avvicinato alla Meteorologia? Era già una tua passione da bambino?
“No, da bambino e adolescente, come capita a molti a quell’età, ero più un appassionato (al giorno d’oggi si direbbe un nerd) di argomenti tecnologici e spaziali, non proprio nel senso classico di “voler fare l’astronauta”, ma di provare interesse e meraviglia, da un lato, per l’improvvisa irruzione che fece l’informatica nella nostra vita quotidiana (erano gli anni dei primissimi home computer, che portarono nelle case delle persone un mondo e un linguaggio, fino ad allora, completamente oscuri a chi non ne fosse specialista per lavoro), e dall’altro per come l’umanità stava intraprendendo la grande avventura nell’esplorazione del Cosmo, e per le scoperte scientifiche che la nostra specie iniziava a fare, spingendo lo sguardo così lontano. Ero agli inizi delle elementari, quando vennero lanciate le due sonde Voyager (che oggi viaggiano nello spazio interstellare, giunte rispettivamente a 20 e 24 miliardi di km dalla Terra), non era passato neanche un decennio dalla missione Apollo 11 che portò il primo sbarco sulla Luna, ed erano trascorsi appena una quindicina d’anni dal primo volo nello Spazio di Jurij Gagarin… tutto questo fa letteralmente venire la pelle d’oca, anche se, detta così, mi fa sembrare più vecchio di quello che sono! Ricordo come fosse oggi, in quinta elementare, l’emozione davanti alla TV, assistendo al decollo per il primo volo spaziale dello Space Shuttle, per non parlare, cinque anni dopo, della memorabile diretta notturna della Rai, condotta da Piero Angela, in occasione dell’ultimo passaggio della cometa di Halley al perielio, con le immagini provenienti dalla sonda Giotto, che si era avvicinata a meno di 600 km dal nucleo della cometa… pensa che, da quel giorno del 1986, è trascorsa esattamente metà dei 76 anni di attesa per il prossimo passaggio! Perdonami, sto divagando… ma fino a un certo punto, perché il momento più profondo, struggente e mozzafiato, nella grande avventura dell’esplorazione spaziale, è quello in cui si volge lo sguardo all’indietro, verso casa, ammirando il pianeta Terra fluttuare nel buio, avvolto da quel sottile e prezioso guscio, la sua atmosfera, capace di rendere queste meravigliosa palla azzurra, sospesa nell’immensità del Cosmo, un luogo singolare ed esclusivo, l’unico in grado di ospitare la vita, nell’intero Universo che ci sia dato di conoscere. E’ un pensiero pazzesco, non è vero? Fra i poster che erano appesi nella mia cameretta da bambino, c’era quello della prima immagine ripresa al nostro pianeta, nel dicembre del 1977, dal Meteosat-1 (cioè dal satellite inaugurale della prima costellazione di satelliti geostazionari europei, ora siamo arrivati ad avere in orbita il primo Meteosat di terza generazione). Ecco, quell’incantevole finestra dallo Spazio, sul globo terracqueo e sulle nubi che lo circondano, grazie ai progressi della Scienza e della tecnica, era stata già aperta ai miei occhi negli anni dell’infanzia, e il proposito di dedicarmi alle vicende dell’atmosfera, scelta poi maturata razionalmente durante gli anni universitari, affonda certamente le sue radici in quel vecchio poster in bianco e nero, che tutt’ora conservo gelosamente, e nel senso profondo che racchiudeva. Credo che il motivo per cui, nel momento di scegliere in quale ambito dirigere la mia vita professionale, ho scelto con convinzione la Meteorologia, è perché si tratta di un campo capace di mettere insieme la passione per il rigore e l’eleganza della Fisica e della Matematica con l’amore per l’incanto dei fenomeni naturali e l’attenzione per la preziosità dell’ecosistema: insomma, occuparsi dell’atmosfera terrestre vuol dire coniugare due ambiti di straripante e struggente bellezza”.
Ormai se la presenza costante nel programma “Geo”. Ti piace l’interazione che hai sia in studio che con le persone che ti seguono da casa?
“Mi piace davvero molto, e non potrebbe essere altrimenti, perché sia le persone che ogni giorno danno vita alle puntate di Geo, cioè tutta la squadra il cui lavoro ruota attorno alla realizzazione della trasmissione, sia il pubblico che da casa segue con assiduità il programma, hanno a cuore un certo modo, sostenibile e solidale, di vivere e di intendere il mondo, inteso sia come ecosistema che come rete di rapporti fra gli individui, umani e non umani, che lo popolano. Inoltre, la presenza quotidiana in studio mi ha regalato, in tutti questi anni, la fortuna di incontrare e conoscere una meravigliosa sequenza di ospiti, più o meno abituali, di altri spazi del programma, ognuno esperto nel proprio campo di attività e specializzazione, ma tutti accomunati dalla stessa visione di pensiero, oltre che dalla passione per la divulgazione. E la rubrica di cui ho il privilegio di essere ospite fisso, ormai da dodici stagioni televisive, è uno spazio dedicato sì a raccontare la meteorologia e le previsioni del tempo, ma costantemente inserite nel filo conduttore di cui sopra. Per questo ho sempre cura di dedicare una parte dei minuti disponibili a un approfondimento – fra contemplazione estetica e spiegazione scientifica – sui fenomeni che le mirabili leggi della Fisica mettono in scena, con tanto di effetti speciali, sul grande palcoscenico del cielo e della Natura, e nel commentare le immagini del Meteosat mi capita sovente di sottolineare come proprio le correnti e i corpi nuvolosi, in libera e perenne circolazione attraverso il globo, ci raccontino quanto siano artificiose le barriere di cui abbiamo disseminato i mari e le terre (“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini!”, la celebre esclamazione di Jurij Gagarin, dalla sua capsula in orbita), oltre a ricordarci la fragilità di questo pallido puntino blu così speciale nell’Universo, e il dovere che abbiamo di preservarlo. Inoltre, nel cercare di tenere sempre fissa la barra del rigore, compreso quello terminologico, che deve essere proprio di una disciplina scientifica (a dispetto del fatto che la meteorologia sui media, troppo spesso, non è trattata come tale), spesso non resisto alla tentazione di contaminare le descrizioni della situazione atmosferica – bellezza per bellezza – con citazioni della sfera più emozionale ed evocativa della Cultura e della conoscenza, da Dante Alighieri (che nel XXV Canto del Purgatorio ci spiega in terza rima la fisica dell’arcobaleno!) a Giosuè Carducci, da Francesco Guccini a Fabrizio De André, da Daniele Silvestri a Pietro Gori, da Pino Daniele a Franco Battiato, da Luigi Pirandello a Luis Sepúlveda, da Vincenzo Cardarelli a Umberto Saba… a dimostrazione che dissertazioni scientifiche e suggestioni poetiche non solo non si escludono vicendevolmente, ma anzi si combinano alla perfezione: un modo per chiudere il cerchio che, senza soluzione di continuità fra il lato umanistico e quello scientifico, ci permette di infilare le perle più preziose del Sapere, quelle che dobbiamo sentire il grande privilegio di poter ammirare, coltivare e custodire. Anche se amo molto il mio mestiere a tempo pieno dietro le quinte – quello di badilante di sala previsioni attiva h24 – perché si traduce nel mettere la meteorologia operativa al servizio della prevenzione del rischio e del sistema di protezione civile, la possibilità di incastrare, nelle mie giornate lavorative, l’esperienza mediatica con Geo, mi appassiona non poco, proprio perché mi permette di impegnare il contributo da meteorologo anche nell’ambito della visione sistemica di cui parlavo prima, oltre che di misurarmi, per qualche minuto al giorno, con la divulgazione, cioè su un terreno diverso dalla mia attività professionale specialistica”.
Cosa pensi del cambiamento climatico in atto? Cosa puoi dire a coloro che ancora lo negano e che consigli invece per rallentarlo? In poche parole un cittadino come noi cosa dovrebbe fare?
“Il primo pensiero di fronte alla crisi climatica, lo ammetto, è di sconforto: sono passati oltre 40 anni, da quando uscirono i primi lavori scientifici che, sulla base di conoscenze peraltro già note dai decenni precedenti, inquadravano chiaramente sia la gravità del cambiamento climatico in atto che la responsabilità delle attività umane, al punto tale che negli anni immediatamente successivi, fra la fine degli ’80 e i ’90, una storica sequenza di appuntamenti e attività in seno alle Nazioni Unite, quindi ai massimi livelli, portarono la problematica alla ribalta dell’opinione pubblica mondiale, facendola contestualmente entrare nell’agenda politica dei “grandi” del pianeta. Insomma, la Scienza aveva messo perfettamente a fuoco il problema, ed era riuscita a comunicarlo a chi aveva il potere e la responsabilità di porre rimedio, quando eravamo in tempo per agire prima che la situazione precipitasse esponenzialmente. Nei decenni che sono seguiti, naturalmente, la comunità scientifica ha proseguito ad approfondire ogni aspetto, aggiornando e completando via via il quadro conoscitivo, il ventaglio di scenari possibili, l’analisi sull’avanzare delle tecnologie (come quelle delle fonti rinnovabili) e le misure di mitigazione da intraprendere. Appare quindi sciagurato e avvilente, che le azioni su queste ultime, a partire dalle scelte globali sul modello di sviluppo e sulle politiche energetiche, in tutto questo tempo, siano state così clamorosamente scarse, al punto da ridurci, ormai, a dover agire sul filo del punto di non ritorno, con i gravi effetti del cambiamento climatico che non sono più scenari futuri, ma visibili eventi presenti (fra l’altro in preoccupante accelerazione), e con l’urgenza di prendere misure enormi in tempi ristrettissimi, se si vuole contenere il danno entro limiti vagamente sostenibili per la nostra specie, oltre che per la biodiversità tutta del pianeta. E qui lo sconforto lascia il posto alla consapevolezza di non potersi permettere di abbandonarci alla delusione e al pessimismo, ma al contrario di sentire il dovere di concentrare ogni possibile attenzione ed energia, tutti quanti in qualsiasi ambito, su questa epocale emergenza. Ridisegnare in chiave sostenibile i nostri comportamenti di singoli cittadini, sicuramente, è un dovere etico oltre che un modo per contribuire ognuno nel suo piccolo, ma è essenziale che sia accompagnato dall’attivismo e dalla pressione sociale e politica, per arrivare a influenzare le grandi scelte strategiche nazionali e globali, cioè quelle che possono e devono fare la differenza. Non a caso, quest’anno la giornata mondiale della Meteorologia, celebrata il 23 marzo, è stata dedicata dalle Nazioni Unite al tema “At the Frontline of Climate Action”, cioè “In prima linea nell’azione per il Clima”, esattamente quello che dovremmo fare tutti, continuamente e con priorità assoluta. A chi, di fronte a rapporti basati su decine di migliaia di articoli scientifici, pubblicati da migliaia di ricercatori ed esperti di tutti e cinque i continenti, previo rigoroso meccanismo di revisione paritaria – come metodo scientifico impone – sulle più autorevoli riviste specialistiche del globo, riesce ancora a negare il problema o le sue cause, cosa possiamo dire? Prescindendo da quanti sostengono posizioni antiscientifiche per interessi di parte, narcisismi personali o cecità ideologiche (quelli purtroppo non mancano mai), per il resto è come trovarsi di fronte a qualcuno che, in nome della “libertà di opinione”, neghi la forza di gravità o l’esistenza delle stelle: difficile rapportarsi con simili distorsioni dei meccanismi della conoscenza, delle quali abbiamo avuto tristemente prova anche durante la pandemia, e anche in quel caso si trattava di un atteggiamento di grave irresponsabilità, visto che c’era di mezzo la salute di tutti, a partire dalle categorie più fragili. L’unica chiave di soluzione, in prospettiva, è potenziare l’insegnamento del metodo scientifico fin dalla tenera età, affinché tutti arrivino a possedere gli strumenti di base per distinguere le opinioni personali dall’oggettività scientifica, ciò che è Scienza dalle fandonie, dalle speculazioni e dalle truffe, obiettivo a maggior ragione cruciale nell’era digitale, in cui tutti siamo continuamente raggiunti dalle informazioni più disparate, ed è fondamentale saperne verificare le fonti e discernerne la validità, che si parli di clima, di medicina o di qualsiasi altro argomento. Come suggerimento più immediato verso chi, senza essere necessariamente un addetto ai lavori, voglia approfondire gli aspetti scientifici, economici e sociali della crisi climatica, e districarsi fra negazionismi e disinformazioni di vario genere, mi preme segnalare che ci sono molte risorse serie a disposizione, grazie a colleghe e colleghi molto attivi e assai bravi nella divulgazione, e anche ad associazioni, come la Italian Climate Network, che mettono la competenza dei propri team di esperti al servizio del rendere i lavori specialistici comprensibili a tutti, su una tematica così importante”.
Domanda a tema libero: la Roma. In pochissime parole raccontaci l’amore per la tua squadra del cuore.
“Sì è la mia squadra del cuore, che seguo assiduamente allo stadio da quando ero ragazzo, ma non è solo questo, anzi direi che questo è il meno. Amo definire la Roma come un filo conduttore dell’esistenza, capace di collegare fra di loro i momenti più disparati di quest’ultima, anche al passare dei decenni, quando nella vita di una persona è cambiato praticamente tutto ma non il sentimento per la propria squadra e i suoi colori, e anche di collegare le persone fra di loro, sia fra generazioni (mio papà era un grande romanista) che fra coetanei. Essere romanisti è qualcosa che aleggia sempre e comunque nella quotidianità, ed emerge nei momenti più insospettabili e senza preavviso, anche fra sconosciuti: è sufficiente l’individuarsi reciprocamente da un particolare, un riferimento, una casualità, e scatta istintivo lo scambiarsi questa comunanza, con un cenno d’intesa, un’occhiata complice, una battuta, un segno minimale ma profondo della consapevolezza di far parte di una coralità assoluta, e quel che ne deriva non è più legato alla sorte di una squadra di calcio, ma a un pensiero, un’idea, un sentimento, un istinto, un modo tutto romano e romanesco, tanto ironico e sornione quanto viscerale e profondo, di prendere sul serio la vita ma di provare a sdrammatizzare i momenti difficili, un’innata capacità di concentrare un saggio di filosofia in una battuta e di saper scherzare, anche e soprattutto, su se stessi. Essere della Roma vuol dire essere sintonizzati su una nota fissa che vibra, ferma e leggera, sulla frequenza di ricordi, frammenti di vita propria e dei propri cari, brandelli di infanzia perduta e di persone che ci hanno lasciato, incroci costanti con le vite degli altri, evocazione di suoni, colori (due in particolare), odori, sensazioni, pensieri, brani di libri e strofe di poesie. La Roma è un insieme denso, una rete di percezioni in comune con altre persone, caotiche associazioni di idee che si intrecciano fra loro, ne richiamano tante altre, e stabiliscono continue connessioni fra gli istanti della vita, dai più importanti ai più spiccioli. Il punto di accumulazione di tutto questo è la Roma, e lo è a prescindere. Insomma, la Roma è una cosa seria”.

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