05/21/2024
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Joaquinru Reyes: Dipingere, un modo per capire se stessi

di Marisa Iacopino –

Lo studio della tecnica pittorica quale mezzo per esprimere la propria poetica. Così l’inchiostro, il guazzo, la pittura a olio veicolano il suo racconto, in un dialogo serrato tra tradizione e innovazione.

Stiamo parlando di Joaquinru Reyes, artista cileno le cui mostre si sono affermate in tutto il Sud America e in Francia. Ci ha raccontato la sua avventura artistica.

“Fin da giovane ho studiato arti visive, ma è stato dopo un viaggio in Europa, nel 2016, che ho deciso di dedicarmi alla pittura. Prima ero più legato all’incisione, alla video arte, al cinema. In questi anni ho ricercato un linguaggio pittorico che dialogasse con la mia sensibilità visiva, per la quale ho sperimentato matericità, forme e colori”. 

Qual è il tuo rapporto con i colori? 

“Inizialmente è stato abbastanza intuitivo e arbitrario. Nel tempo è mutato in modo spontaneo. La mia tavolozza più strana è stata all’inizio, quando dipingevo con una spatola e usavo molto materiale. La precarietà della situazione mi costringeva a lavorare con oli cinesi senza marchio che avevano colori molto saturi e kitsch. A metà del 2019 sono andata a vivere a Bilbao, ho affittato uno studio condiviso in una ex fabbrica nel quartiere popolare di San Francisco, e lì ho trascorso sette mesi dedicandomi solo alla pittura, per motivi economici e logistici. Ho così ridotto il carico materico, prendendo il pennello e mettendo da parte la spatola. Durante questo 2023 la mia pittura ha avuto un’ulteriore svolta: uso colori più caldi, creandoli nella tavolozza”.

Quali tecniche prediligi? 

“Lavoro con olio e uso molto liquin, un materiale che accelera l’asciugatura, perché non mi piace passare troppo tempo sulla stessa pittura. Quello che cerco è l’equilibrio tra caso e controllo, e più si opera su una tela, meno spazio si lascia all’errore e al caso. Anche il concetto di incisione è rilevante nel mio lavoro. Uso l’inchiostro per incidere, realizzando stampini o matrici. Li chiamo ‘protesi del disegno’, perché mi aiutano a delimitare le figure sulla tela, questione molto utile, visto che i miei quadri si assemblano: la pittura nasce dai piani non dalla linea”.

Come nasce l’ispirazione? 

“Nasce dal fare. Dal momento in cui ho deciso di fare il pittore, sono stato alla costante ricerca di un linguaggio legato all’esercizio del fare. La prima tappa è il caos, l’astratto, il gestuale e l’irrazionale, poi coinvolgo il figurativo che per me ha a che fare con il razionale. Quando queste due fasi iniziano a dialogare, nasce la pittura, e non resta che dipingere. Il fare mi permette di raggiungere errori e successi che in qualche modo costruiscono la mia sensibilità visiva, e dettano ciò che dovrei coprire in un dipinto. Fare, come esplorazione di strati pittorici e concettuali che costruiscono la mia immagine. Fare, come continuum che offre interruzioni, salti nel vuoto, grandezza temporale, potenziale estensione della pittura”.

Alcuni dei tuoi dipinti ricordano le opere di Van Gogh… È stata una fonte di ispirazione? 

“Sì, Van Gogh è uno dei pittori che rivisito di più, ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo due volte nella mia vita, durante il primo viaggio in Francia. Anche se in quel momento non ero così interessato, vedere la sua pittura mi ha mosso qualcosa nella testa, soprattutto materialmente. E durante il secondo viaggio in Francia, periodo in cui la mia opera ha subito importanti cambiamenti, Van Gogh è stato fondamentale per la tavolozza dei colori, il movimento della pittura e delle pennellate”. 

Quali altri autori del passato o di oggi ti hanno plasmato? 

“Ci sono alcuni pittori che sono stati fondamentali nella mia formazione, Ismael Frigerio, di cui sono stato assistente alla cattedra di laurea presso l’Università Finis Terrae, ha visto i miei primi dipinti nel 2016 e mi ha incoraggiato a continuare a dipingere. A Bilbao ho incontrato il pittore basco Joseba Eskubi che mi ha mostrato il suo lavoro, e ha nutrito il mio con commenti assertivi, fondamentali nel mio cambiamento. Durante il 2021, in Cile, ho seguito un corso gratuito con gli artisti Natalia Babarovic e Christian Yovanne. Anche questi sono stati rilevanti nella mia formazione. Ma sono stati determinanti pure grandi artisti come Delacroux, Courvet, Monet, Manet, Cezanne, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Matisse e Picasso, Neo Rauch e Peter Doig. Infine, alcuni pittori nazionali come Ximena Cristi, Pablo Domínguez, Ignacio Gumucio e Natalia Babarovic hanno esercitato una forte influenza sul mio lavoro”. 

Una provocazione: nel terzo millennio ha ancora senso dipingere? 

“A molte persone piace dipingere, a molte vedere quadri, ad altre comprarne; tante persone si commuovono dipingendo, certune ridono della pittura, altre la odiano, e altre ancora si annoiano dipingendo, mentre ce ne sono alcune che si divertono. Ci sono artisti che si nutrono di pittura: musicisti che si ispirano, architetti che costruiscono, cineasti che incorniciano immagini. I mercanti vendono dipinti e molti ricchi li comprano, storici dell’arte ne traggono insegnamento. Dipingere è un modo per comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda. Ha ancora un senso dipingere? Penso di sì. Se non, cos’altro potrei fare?”.

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