08/14/2022
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La confessione di Anita: “Scrivere è una liberazione, mi rende forte e sfacciata”

Di Francesca Ghezzani –

“Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago” segna l’esordio letterario della scrittrice genovese che si firma con lo pseudonimo di Anita. Un’opera profonda, ricca di pathos per i lettori e colma di riscatto e catarsi per l’autrice, perché è proprio grazie alla scrittura se è riuscita ad affrontare paure e fragilità, a liberarsi dalla convinzione di essere sbagliata, riconquistando se stessa.
Per prima cosa, Anita, perché la scelta di utilizzare uno pseudonimo al posto del tuo vero nome?
“Mi terrorizzava l’idea di espormi, di essere giudicata. Lo pseudonimo mi ha permesso di affrontare questa esperienza con più serenità, è stato fondamentale”.
Anita scrittrice è una donna diversa da quando ha dato vita ad Anita protagonista?
“Sì, ho cercato di credere un po’ di più in me stessa, ho scoperto profili della mia persona che non sapevo neanche di possedere. Avevo una convinzione più limitante e ordinaria della mia figura, pensavo di non avere ambizioni, invece più vado avanti e più sento l’esigenza e la voglia di crescere e sperimentare”.
Parliamo invece del titolo ‘Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago’, che ho scoperto incuriosire molto sia potenziali lettori sia addetti ai lavori. La scelta è stata tua o della casa editrice? Anticipa in qualche modo la storia che racconti?
“La scelta è stata esclusivamente mia, la casa editrice lo ha accettato senza problemi. Il titolo nasce da una frase estratta dal romanzo, racchiude tutti i sentimenti che troviamo all’interno della storia e descrive l’amore dei due protagonisti, una frase semplice, che ci permette di sognare a occhi aperti”.
Le tue pagine sono intrise di passione, tenerezza, gioia nonostante con coraggio affronti e attraversi a gamba tesa il dolore e la perdita raccontando la storia di Anita e Agostino, una giovane donna e un giovane uomo uniti da un destino che li dividerà, forse invidioso di un sentimento così travolgente e peccaminoso da scatenare contro di loro una morte prematura. Come hai fatto a narrare sentimenti così intensi e il dolore della malattia e della morte?
“Come avrete ben capito, sono una persona molto emotiva, forse anche eccessivamente, al contempo proprio per sopperire a questa fragilità il più delle volte sono incline a un atteggiamento più aggressivo, sulla difensiva, riuscendo così a nascondere questi miei aspetti, che inevitabilmente escono fuori quando vengo a contatto con i problemi, la sofferenza e la gioia di una persona. Purtroppo ognuno di noi si è relazionato con la sofferenza di qualcun altro, ha letto o ascoltato storie di persone che hanno dovuto affrontare l’enorme dolore della malattia e l’immenso vuoto che lascia nelle nostre vite la morte di una persona. Ho cercato così di immergermi nella tragedia di Anita e Agostino, il più delle volte mentre scrivevo mi sono ritrovata a piangere come se stessi vivendo in prima persona la loro esistenza”.
La morte la vedi più come una fine o come liberazione? E i tuoi personaggi, Anita e Agostino, come la vivono nelle tue pagine?
“La morte è un argomento di grande conflitto per me, penso che sia la fine di un percorso terreno, quando si muore ci spegniamo, smettiamo di far parte del mondo, sopravvivono alla morte il nostro ricordo, una nostra foto per non farci dimenticare, le parole delle persone che ci hanno voluto bene o, contrariamente, che ci hanno disprezzato, ma prima o poi smetteremo di esistere: di noi non resterà neanche il ricordo. Mi conforta, tuttavia, il pensiero che in qualche modo la nostra energia possa continuare a vivere, a essere percepita, per proseguire un nuovo viaggio”.
Infine, nella veste di lettrice ricerchi, analogamente, una sorta di catarsi?
“Non sempre, ci sono periodi dove siamo predisposti ad affrontare i nostri conflitti interiori o i nostri traumi, altri periodi invece vogliamo metterci a riparo e sospendere tutto quello che ci crea dolore, in base a questo scelgo se voglio rifugiarmi in un libro o voglio essere aiutata da un libro”.

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Giuseppina Mellace:
Ruben Parisi: Influe

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