06/22/2024
HomeCulturaLaura Moreni: “Nei miei libri voglio raccontare innanzitutto storie”

Laura Moreni: “Nei miei libri voglio raccontare innanzitutto storie”

di Francesca Ghezzani

La scrittrice Laura Moreni è tornata in libreria con “La teoria delle briciole” pubblicato nella collana Narrativa da Bertoni Editore, con cui erano già usciti il primo romanzo, “Siamo come le lumache” (2021; finalista al “Premio Città di Terni”, I edizione; finalista al “Premio Giorgione”, VII edizione) e il racconto “La gabbia” nella raccolta Lo spirito del luogo (2022) dedicata al borgo di Corciano.
Dal 2010 gestisce anche il blog “Parole e Prezzemolo”, che tratta di letteratura e narrazione ma anche di cucina e pittura e decorazione, attraverso il racconto di esperienze personali e professionali.
Laura, quando hai deciso che “da grande” avresti fatto la scrittrice?
“È un sogno che coltivo fin da bambina, ho sempre amato scrivere. Negli anni l’avevo un po’ accantonato e a lungo mi sono limitata a scrivere sul mio blog; poi ho collaborato alla stesura di una biografia e l’amore per la scrittura è esploso daccapo. Era un momento favorevole e ho capito che a quel punto della mia vita non avrei più potuto rinunciare alla mia passione: è sorta l’idea della storia di “Siamo come le lumache” e mi ci sono buttata”.
In queste pagine hai scelto come protagonista una donna normale, una madre, una moglie, che a un certo punto si trova a vivere un’esperienza mai prevista e decide, suo malgrado, di ascoltarsi. Qual era il messaggio che volevi dare e pensi di esserci riuscita?
“Non amo molto l’idea di voler dare dei messaggi. Uno scrittore si limita a raccontare vicende, è lo strumento che possiede per dare forma alla fantasia e all’esperienza. Credo che da questo romanzo scaturisca la mia personale battaglia contro tutto ciò che è preordinato, regolato, definito in ruoli, e che non prevede imprevisti. Io credo molto nel cambiamento in quanto occasione, forma evolutiva, e quindi ho creato un personaggio che aveva tutte le carte in regola per rimanere nei confini della sua normalità, ma che, al contrario, decide di vivere l’ignoto. È certamente un percorso di sofferenza, ma è anche l’opportunità per scoprire risorse che spesso rimangono sopite per la vita intera. Più che un messaggio, quindi, il mio è forse un invito ad accogliere le situazioni impreviste e a viverle fino in fondo, anche quando spaventano e possono rompere le consuetudini. Credo che così facendo la vita riservi sempre molte sorprese e, dal mio punto di vista, le occasioni arrivano proprio quando siamo pronti ad accoglierle. “Tutto viene per il meglio”, lo dico anche nel libro. So che il tema della mia storia può infastidire il lettore, ma in fondo si tratta solo di espedienti narrativi: andando oltre le singole vicende e situazioni è facile cogliere la positività di questo romanzo. In questo senso, sì, credo sia un romanzo ben riuscito”.
Ti dedichi sempre alla scrittura al femminile?
“Non ho deciso a priori di parlare solo di donne, anche se l’universo femminile ovviamente mi riguarda. Nei miei romanzi ho raccontato due donne molto diverse tra loro, l’una alle prese con rimpianti e fragilità, l’altra incastrata in ruoli e doveri che a un certo punto le diventano stretti. Mi attraeva la potenzialità di tali situazioni perché non c’erano scelte univoche da compiere: le strade di Tilda e Claudia potevano essere infinite. Avrei potuto declinare queste storie al maschile, ma credo che avrebbero perso molte sfumature che sono caratteristiche dell’emotività femminile e che hanno dato forza e verosimiglianza ai miei libri. Ciò che determina le mie scelte narrative sono innanzitutto le storie, il focus su cui sento di dover lavorare: certamente più di tutto sono interessata ai rapporti umani, ma ciò significa che in futuro potrei scegliere di adottare il punto di vista di un uomo, mi affascina anch’esso. Non ho alcuna preclusione”.
C’è un genere nuovo in cui vorresti cimentarti e uno, invece, che proprio non fa per te?
“Come dicevo, ciò che mi spinge sono le storie: nascono e bussano e scavano fino a tormentarmi, fin quando è il momento di raccontarle. In questo senso non mi voglio etichettare a nessun genere, anche se credo che mi terrò lontana dal Fantasy: mi piace sprofondare in un immaginario che aderisca il più possibile alla realtà, perché le infinite varianti del quotidiano sono quelle che mi stimolano; mi diverto a inserire inghippi e a vedere come i miei personaggi “normali” reagiscono, come affrontano le situazioni e le risolvono senza poteri magici o incantesimi e senza diventare epici eroi. In fondo sopravvivere al quotidiano con dignità e tenacia, nel mondo attuale, è già di per sé un atto di eroismo. È di questo che mi piace parlare, ma tutto sommato non mi nego nulla”.
Hai anche scritto racconti. Condensare una storia e un messaggio in poche pagine è più o meno difficile rispetto alla stesura di un romanzo?
“Ho scritto un racconto che mi è stato commissionato per un’antologia, ed è stato un esperimento divertente, anche se per me molto difficile. La mia forma espressiva credo rimanga il romanzo, perché adoro caratterizzare i personaggi e analizzare la loro evoluzione nell’arco della narrazione. È quasi impossibile riuscire a farlo in poche pagine, almeno per me. Il testo va costruito in un’ottica del tutto diversa e con un obiettivo deciso, limpido, e non lascia spazio a improvvisi cambi di direzione che, invece, nella mia scrittura sono frequenti. La stesura di un racconto è molto più rigida rispetto a quella di un romanzo, anche se per alcuni autori è congeniale. Credo che sia una propensione personale”.
Infine, la tua laurea in Scienze della Comunicazione credi che in qualche modo ti abbia aiutata nel tuo percorso di scrittura?
“Non penso che la mia laurea abbia influito sul mio stile o nel mio percorso di scrittura. Conoscere certi argomenti mi aiuta però nella fase necessaria della comunicazione che, per quanto mi riguarda, è molto meno istintiva rispetto alla scrittura. Sono tendenzialmente una persona riservata, e riesco a parlare dei miei libri grazie al fatto che, una volta consegnati all’editore, e quindi al pubblico, li osservo non più come una parte di me, ma in quanto “prodotto”. Non è sintomo di cinismo, è ciò che riesce a staccare lo scrittore dalla propria intimità, a far sì che non si senta denudato e indifeso. Ogni prodotto fa parte di una filiera, e ogni figura della filiera deve rispettare un compito chiaro e determinato per la buona riuscita del progetto: è importante considerare anche questi aspetti perché lavorare a un romanzo per mesi, o per anni, e poi non vedere concretizzare il proprio impegno, può essere frustrante. Anche in questo settore esistono dinamiche concrete e fondamentali, forse lontane da ciò che risiede nell’immaginario collettivo, che non si possono ignorare e con cui è bene avere dimestichezza. In questo senso, sì, devo ammettere che i miei studi sono stati preziosi”.

Condividi Su:
Disagio psicologico
Giuseppe Romeo: Per

redazione@gpmagazine.it

Valuta Questo Articolo
NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO