06/22/2021
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Professoressa Cristina Costarelli: Un impegno vero per la scuola

E’ vicepresidente dell’Associzione Nazionale Presidi di Roma ed è particolarmente attiva a seguire il settore scuola in tutti i suoi aspetti in ambito nazionale. Capofila anche del modello Dada (Didattiche per Ambienti di Apprendimento) nelle scuole. In un momento particolare per il mondo scolastico, con lei tocchiamo varie tematiche che ruotano attorno alla vita degli studenti.

Professoressa Costarelli, come nasce l’Associazione Nazionale Presidi di Roma?

“L’ANP, Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola, già Associazione Nazionale Presidi, è stata costituita nel 1987, ed è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche. E’ articolata in macro sezioni regionali e in sezioni provinciali: Roma è una di queste. E’ un’associazione nata per tutelare le categorie che rappresenta”.

Quali obiettivi si prefigge?  

“Si impegna a rafforzare il ruolo sociale ed il riconoscimento economico e culturale della categorie rappresentate”.

Lei nella scuola che dirige, il Liceo Newton nella Capitale, ha adottato il modello Dada (Didattiche per Ambienti di Apprendimento), in cosa consiste?

“Nel modello DADA, gli istituti funzionano per ‘aula–ambiente di apprendimento’, assegnata a uno o due docenti della medesima disciplina, con i ragazzi che si spostano durante i cambi d’ora. Ciò favorisce l’adozione di modelli didattici funzionali a quei processi di insegnamento attivo in cui gli studenti possono diventare attori principali e motivati nella costruzione dei loro saperi. E’ uno schema che vuole favorire la diffusione, nella didattica quotidiana, di approcci operativi in cui il “fare” garantisce una migliore sedimentazione delle nozioni, oltre che l’acquisizione di abilità e competenze. Il metodo ‘dinamico e fluido’ rende gli spostamenti degli allievi una buona occasione per l’ottimizzazione dei tempi morti, nei cambi d’ora, e il movimento aumenta la capacità di concentrazione, come testimoniato da accreditati studi neuroscientifici”. 

E’ oltre un anno che gli studenti, in questa emergenza sanitaria, hanno a che fare con la DaD: quali sono le maggiori criticità riscontrate?

“Intanto, una difficoltà a livello relazionale, sociale ed empatico: l’insegnamento a distanza va da sé che rende più difficile lo sviluppo delle conoscenze. Inoltre, difficoltà di ordine psicologico, soprattutto per gli alunni più fragili. Per un certo numero di questi allievi ‘speciali’, alcune situazioni di disagio si sono trasformate in depressione, isolamento, ansia da prestazione, abbandono dello studio, finanche a raggiungere forme più gravi di autolesionismo, complessità nel conseguimento degli apprendimenti a causa dei vari stop and go durante l’anno. Ho fatto un po’ una sintesi, perché parliamo di conseguenze importanti del nuovo approccio a cui la scuola è stata obbligata in tempo di pandemia”.

Quello della DaD è un modello che può avere risvolti anche positivi per i ragazzi? 

“Con l’emergenza sanitaria ha fatto il suo ingresso nel sistema scolastico la Didattica Digitale Integrata, che nei prossimi anni dovrà trovare una più stabile definizione. Lo scopo è costruire una forma di proposta didattica in cui il digitale sia ad integrazione della didattica in presenza in forma complementare, per sfruttare le numerose potenzialità che gli strumenti multimediali consentono: e questo potrà rivelarsi sempre più un valore aggiunto per gli allievi. I ragazzi mediante l’utilizzo della didattica digitale hanno altresì sviluppato alcune competenze di vita, le ‘soft skills’, come l’autonomia, la responsabilità, la creatività, fortificando pure l’ambito di maturazione personale”.

Una delle carenze maggiori nel mondo dell’istruzione riguarda il tema della parità di genere: secondo lei perché un tema di tale importanza sociale ha difficoltà a farsi largo nella scuola?

“Si tratta di tematiche ampie, ma nello stesso tempo sfuggenti, e per questo è necessario inserire tali argomenti in percorsi sistematici: sono, difatti, spesso legati all’attualità di fatti di cronaca che presto tendono a cadere nel silenzio. Altro rischio connesso con tutte le tematiche trasversali è che ciò che è di interesse collettivo, se non chiaramente pianificato, non venga poi approfondito. Quindi, occorre un’attenta progettazione annuale, in cui ogni singola istituzione scolastica definisca come e quando analizzare questi aspetti. Le scuole possono ulteriormente indicare e lavorare su percorsi progettuali più specifici come, ad esempio, iter che vengono diffusamente trattati dalla lettura di testi d’autore, esperienze organizzate partendo da incontri e testimonianze dirette, etc.”.

Ci parla del progetto di cui lei è promotrice, “Lo Specchio di Biancaneve”?

“E’ un progetto nazionale realizzato da Dirscuola (ente di formazione riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione), in risposta al bando del 2018 del Dipartimento sulle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri indirizzato al finanziamento di progetti volti alla prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne. Vi partecipano 12 scuole superiori di diversi indirizzi di studio, ed è work in progress. La fascia d’età a cui l’azione progettuale è destinata è quella degli studenti tra i 17 e i 19 anni. E’ un progetto impostato sulla rilettura del modelli culturali del Novecento, espressi nei vari linguaggi. Dalle risposte dei ragazzi emerge il come siano profondamente consapevoli della gravità della questione e di quanto sia necessario rivedere, fino ad eliminare, gli stereotipi educativi che condizionano la formazione delle giovani generazioni”. 

Quanto è importante che il Ddl Zan venga approvato anche per cominciare a mettere fine ad episodi di bullismo e discriminazione che ancora si verificano nelle scuole? 

“Non credo che un Ddl possa ‘magicamente’ porre fine ad episodi di bullismo e discriminazione. E’, di certo, importante la conclusione del percorso di approvazione per avere un solido punto di riferimento normativo. Resta il fatto che i percorsi educativi su questi aspetti sono lunghi e vanno portati avanti in modo interconnesso da scuola, famiglie ed  enti territoriali”.

Ultima domanda: quanto è indietro la scuola italiana rispetto a quelle degli altri Paesi europei, come Inghilterra e Germania soprattutto, che propongono modelli altamente innovativi?

“Penso che i paragoni con gli altri sistemi scolastici vadano fatti in maniera dettagliata, senza idealizzare la superiorità dei modelli stranieri. Alla base del confronto c’è un diverso investimento da parte degli Stati nel campo istruzione, e in questo l’Italia è in fondo alla graduatoria. Ciò pesa, senza dubbio, nel percorso verso l’innovazione. Rispetto agli apprendimenti, i confronti sono difficili da sostenere: è un dato di fatto che il sistema italiano permetta di raggiungere ottimi risultati, considerando la nota “fuga di cervelli” che presuppongono alti livelli di competenze degli studenti di casa nostra”.

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