12/05/2022
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Stefania De Donno: “Agli ordini di Wellington”

di Marisa Iacopino –

Attraverso un racconto che evoca scene di intenso realismo, s’intrecciano personaggi di fantasia con uomini che hanno fatto la Storia. “Agli ordini di Wellington”, di Stefania De Donno, romanzo edito da Effigi. Pagine avvincenti che danno forma a emozioni e sentimenti. Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci la sua nuova avventura letteraria.
Dopo “Il Fascino di Capalbio”, un’interessante guida sulla Maremma, come nasce questo romanzo storico?  
“La Storia mi piace, e soprattutto mi intriga cercare di capire come viva il proprio quotidiano la gente comune, quella che si trova a esistere durante grandi eventi che poi diventano Storia. Un po’ come sta succedendo a tutti noi adesso, immersi in un fatto strabiliante come la pandemia, evento inimmaginabile, frustrante e doloroso. Nonostante tutto, dobbiamo continuare ad adattare le nostre ‘tesserine’ private al più grande puzzle. Mi piace l’eroicità della vita comune immersa in fatti enormi”.
Perché hai scelto questo particolare periodo della storia?
“Sono una romanticona e adoro il mondo dell’Ottocento. Il periodo della Restaurazione, subito successivo al Congresso di Vienna, e la quasi contemporanea battaglia di Waterloo, mi avevano colpito già al tempo del liceo. Da allora, sono convinta che Waterloo e il congresso di Vienna siano stati i fondamenti dell’Europa. Statisti e diplomatici, rappresentanti di popoli stranieri tra loro, in quel momento e tutti insieme, riescono a capire che hanno un’appartenenza comune di razza, di modi di vivere, di civiltà, e stabiliscono di difenderli. Da allora ci sono voluti più di centocinquanta anni per arrivare all’Europa (penso non tanto a quella comunitaria e burocratica che intendiamo oggi, ma all’Europa degli intenti dei suoi padri fondatori), che è basata su una civiltà e un modo di pensare comune a tutti noi”.
Il Congresso di Vienna che leggiamo sui libri, è un’interminabile conferenza attraverso cui le diplomazie europee inseguono un obiettivo comune: la restaurazione del vecchio regime. Senza tralasciare la Storia, tu ci presenti anche la parte ‘scenografica’, parlandoci del Congresso come “un grande e ininterrotto spettacolo”. Quali sono state le tue fonti di ispirazione?
“Per entrare nello spirito del tempo ho letto di Harold Nicolson ‘Il congresso di Vienna’ e un romanzo delizioso ‘Beethoven e la musica del congresso di Vienna’ di Piero Rattalino. Oltre a riguardare i miei quaderni di Storia che conservo dai tempi del liceo”.
E per quanto riguarda le tattiche militari, i piani per la battaglia finale tra i soldati francesi guidati da Napoleone e le truppe britanniche, olandesi e prussiane?
“Quando ho iniziato a scrivere ero fresca della lettura della battaglia di Waterloo del professor Barbero. Lo avevo letto perché mi intrigano le tattiche di battaglia, le strategie per la vittoria: assomigliano un po’ alle strategie che ognuno di noi prova a disegnare per la propria vita”.
Nell’intreccio, oltre ai noti avvenimenti del passato, c’è l’amore, che si fa strada tra ostacoli e intrighi vari, e alla fine trionfa su tutto. E’ corretto classificare il libro come un romanzo rosa d’ambientazione storica?
“Sì. Ho immaginato l’entourage di Wellington, uomo carismatico e d’azione, forgiatosi nelle battaglie inglesi in India, ma anche un conte,  poi duca per meriti di guerra. Un uomo con un background di civiltà e gerarchie rigide: campi di battaglia e salotti. Si dice, infatti, che i suoi ufficiali fossero obbligati a essere anche eccellenti ballerini. Mi sono incuriosita, e mi sono trovata davanti John Burke, colonnello e erede di un ducato. Poi, con lui è arrivata Laureen…”.
La prossima fatica sarà sempre un romanzo storico?
“Sì, ancora una storia di innamoramento e amore, ambientata nel periodo immediatamente successivo a Waterloo”.

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