06/22/2024
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Luigi Maria De Rubeis: Dall’Abruzzo in Tunisia nel segno della pittura e delle sue splendide peonie

di Marisa Iacopino –

Nelle sue tele, elementi floreali che incarnano la forza e la fragilità della bellezza, che fanno da sfondo a donne e uomini, in un connubio generativo tra l’essere umano e la natura. E ancora il fascino di personaggi del deserto, o la rappresentazione di scene di risonanza biblica.  All’età di sette anni, uno zio gli regala una scatola di colori a olio. Da allora scatta la sua passione per la pittura. Lui è Luigi Maria De Rubeis, artista abruzzese trapiantato in Tunisia. 

Così piccolo, e avevi già capito che quella sarebbe stata la tua strada?

“Stavo notte e giorno a mescolare i colori, facendo copie dai libri che avevamo in casa. Era qualcosa di sovrannaturale, il tempo, le ore, i giorni li trascorrevo senza mai alzare la testa dalla scrivania. Un vortice a cui non sapevo dare una spiegazione razionale. Da lì, la scelta degli studi artistici. Il liceo d’Arte a Chieti, l’Accademia di Belle Arti a L’Aquila,  e poi una laurea in Architettura a Pescara”.

Si dice che ogni forma d’arte sia la coperta tirata sugli occhi per difendersi dal buio. La pittura è stato uno strumento per proteggerti da qualcosa?

“Sicuramente la pittura mi aiutava a difendermi dagli altri. Per altri intendo i colleghi pittori, i così detti amici della gioventù, e la gente in genere. Non ero loquace, non sapevo tessere relazioni. Ero, fino all’età di trent’anni, un misantropo. Dopo di me il buio. Gli artisti che dipingevano astratto, secondo me, erano incapaci di fare il figurativo. Poi ho capito che questo era sicuramente sbagliato, e che un artista deve riuscire a creare relazioni”. 

Quali, i maestri di riferimento che hanno orientato il tuo cammino?

“Grazie agli insegnanti delle superiori, che provenivano da Firenze e dintorni, ho imparato la tecnica della pittura Rinascimentale, dalla realizzazione pratica di un dipinto, alla mescolanza, la chimica, le trasparenze, le lacche ecc. I maestri del rinascimento sono imprescindibili. Poi Caravaggio, fondamentale: trovare nella luce il vero soggetto dell’opera è stata un’esperienza che mi porto dietro ancora oggi. Gli artisti a cui faccio riferimento sono tanti: Gustave Courbet, Jan Francois Millet, Jan Baptiste Corot, Jan Baptiste Corot, Edouard Manet, Edgar Degas, Paul Gauguin, Amedeo Modigliani. E ancora, tra i più recenti: Francis Bacon maestro del colore, Andy Warhol grande rivoluzionario, Edward Hopper con la sua poetica e i suoi silenzi”.

Come scegli i tuoi soggetti artistici?

“Dipingo essenzialmente le peonie, un mio tormentone. E’ un fiore particolare, elegante, ha tantissimi petali ed è di una bellezza che non ha eguali. Viene definita la “rosa senza spine” dagli europei.  Incarna amore, affetto, prosperità, onore, nobiltà d’animo e persino la pace. La peonia si utilizza per celebrare il dodicesimo anniversario di matrimonio. Secondo il significato tradizionale cinese, simboleggia il vivere insieme in armonia. È anche simbolo di fortuna, per questo i dipinti che la rappresentano sono spesso appesi in uffici per concludere buoni affari. Quando dipingo peonie le inserisco in un sistema architettonico, in un’atmosfera quasi surreale. In alcuni quadri le faccio nascere dal buio sfruttando i chiaroscuri, così come Caravaggio mi ha insegnato. Da quando mi sono trasferito in Tunisia, poi, ho l’opportunità di girare e fotografare il traffico soggetti al limite del deserto, dove vivono famiglie semplici, aperte all’accoglienza”.

Hai una pittura lenta o veloce?

“Ho una pittura relativamente veloce perché la preparazione e le trasparenze richiedono un tempo fisico, non è possibile accelerare. Inoltre, la mia tecnica è quella seicentesca con l’utilizzo della tempera come fondo, l’acrilico e poi l’olio”.

In una sinestesia dei sensi, le tue opere sono contaminate da altre forme d’arte? 

“La cosa importante quando decido di dipingere è attivare la mia playlist con musiche di Beethoven, Liszt, Pavarotti. Ma senza nessun pudore ascolto anche i Pink Floyd, Zucchero, tutto a volume abbastanza alto, per isolarmi. In questo modo, riesco a calarmi completamente in ciò che sto realizzando, dimenticando il tempo che passa”.

Cosa significa essere pittori, oggi?

“Vuol dire far parte di una categoria in via di estinzione, perché le nuove tecnologie stanno avanzando con insospettabile leggerezza. Tanto è vero che diversi critici d’arte portano avanti opere prodotte dal computer, considerandole la nuova arte. Senza dubbio questo è interessante, ma non ha quel valore di manualità, di tecnica e sofferenza che un quadro realizzato con metodi “antichi” può dare. Diciamo che è l’evoluzione della specie?”.

Quali progetti all’orizzonte?

“Qui in Tunisia ho realizzato tre mostre con un buon risultato – se il risultato si estrinseca con la vendita – e ottime recensioni sui giornali locali. A luglio ho poi realizzato una mostra a New York, un vero successo, tanto che mi hanno chiesto di esporre, a dicembre, presso una galleria sulla Fifth Avenue”.

Cosa diresti a uno spettatore che si approcciasse all’esplorazione di una tua opera?

“Gli direi di guardare, allontanarsi, tornare più vicino all’opera. Osservare attentamente il soggetto, la stesura dei colori, la pennellata…  Poi chiudere gli occhi e immaginare di avere il quadro nel proprio salone, godendo fino in fondo dell’ottimo acquisto!”.

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Mauro Russo: Il pitt

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