02/27/2024
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Nicola Argenti: “Con la scrittura cerco di scrutare vite e universi”

di Francesca Ghezzani –

Nicola Argenti, scrittore romano, dal 1998 a oggi si dedica alla poesia e alla narrativa, in un intenso e articolato percorso personale. È tornato in libreria con “Di uomini e mostri – Brevi cronache dal mondo”, una raccolta di microstorie legate fra loro dalla “poetica della miopia” pubblicata con Les Flaneurs Edizioni.

Nicola, immagino ti sia stato chiesto in una miriade di occasioni, ma ci spieghi cosa si intende per poetica della miopia?

“Chiesto molte volte – anche perché è il cardine di tutte queste brevi narrazioni – ma per me è sempre un piacere rispondere: la poetica della miopia è l’esaltazione – o se vogliamo una sorta di sovraesposizione – di aspetti marginali, trascurabili. Il trascurabile – spesso – appartiene al non visto, (e non all’invisibile, che è qualcos’altro) è un qualcosa relegato alle apparenze appena accennate, al gesto involontario e rapidamente celato, nascosto. I miei racconti vogliono indagare non solo l’esperienza umana ma cercano di attraversare il velo dell’esteriorità e della convenzione, per portare alla luce quelle rughe, quelle crepe che caratterizzano l’aspetto più reale e più intimo delle persone. La miopia, in buona sostanza, impedisce all’osservatore comune e momentaneo di elaborare e catturare questi dettagli taciuti, occultati. Con la mia poetica ho cercato di avvicinare lo sguardo, con spirito sensibile e analitico al tempo stesso, ho cercato di scovare quelle crepe e scrutare all’interno, scoprire segreti, immaginare vite, abitudini, universi”.

I racconti presenti nella silloge nascono come ritratti in forma di scrittura, basati su personaggi conosciuti nel corso degli anni o su fatti di cronaca realmente accaduti. Nel metterli nero su bianco, sei stato fedele ai loro dettagli o sono parzialmente frutto della tua immaginazione? 

“Sono stato fedele all’interpretazione di quanto ogni persona/personaggio mi ha comunicato. Sono stato fedele alla versione delle persone che ho potuto vedere, incontrare o “intuire”. Per dirla meglio: la base dei racconti è senza dubbio realistica, aderente ai fatti così come li ho vissuti o conosciuti; in pochi casi – ma sì, ce ne sono – ho usato la pura immaginazione. Più che altro ho sovrapposto alla realtà dell’accaduto un’altra verità, quella che si trova sotto il primo strato. Potrei dire, tornando in parte alla domanda precedente, di aver aggiunto quello che di solito non si vuole mostrare. A volte sembra proprio un’invenzione o solo immaginazione e il bello è proprio questo, ci si domanda: è proprio così? è tutto vero?”.

Narrativa e poesia: quale ti riesce meglio?

“Nella mia vita, anche fino ad oggi, ho scritto più poesia che prosa, questo è certo. Nonostante ciò, non saprei dire quale delle due mi venga più naturale: non sono un processo istintivo, se non nel primo intento, nella sua forma più grezza. Dopo questo, sono lavoro e studio, architettura, struttura, artigianato, cesello, creazione. E io lavoro su entrambe con lo stesso metodo – quello descritto – dunque non credo di poter rispondere appieno alla domanda. Lascio la parola a chi vorrà leggermi”.

E, come lettore, prediligi un genere?

“Per molti anni ho fatto incetta di realismo e neo-realismo americano, Caldwell, Steinbeck, Faulkner per citarne alcuni. Non ho poi mai abbandonato il Novecento italiano, fonte di grande ispirazione, peraltro: lo sperimentalismo e l’elemento fantastico di Calvino, la narrativa surreale e tragica di Buzzati (ammetto che avrei voluto scrivere io Il Deserto dei Tartari), la neoavanguardia di Manganelli, il perturbante e il realismo magico di Ortese e Bontempelli. In breve: amo leggere dell’intensa battaglia dell’uomo contro sé stesso, il suo anelare una collocazione nel mondo e del tentativo di “ritrovarsi”, attraversando struggimenti, dilemmi e fantasmi – veri o presunti che siano”.

Dal 2000 al 2002 sei stato caporedattore di un giornale indipendente romano sul quale scrivevi articoli di attualità, cultura e disegnavi vignette. Oggi, avresti fatto il giornalista?

“Ricordo che da giovanissimo – età delle scuole medie – immaginavo di fare lo scrittore o il giornalista. Poi scoprii che si potevano fare entrambe le cose. Infine mi resi conto che l’occhio esaminatore e puntuale del giornalista poteva essere tradotto, in modo diverso e più libero, nella letteratura. Scandagliare, scrutare, osservare, esplorare, tutto con un registro e uno stile non irretito dai canoni giornalistici. Lo trovai irresistibile e virai completamente sulla scrittura letteraria. L’esperienza come caporedattore e come “aspirante giornalista” è stata breve ma intensa. Curare una redazione è estremamente difficile, tante anime da gestire, soddisfare, bistrattare a volte; l’aspetto giornalistico è qualcosa che avevo – ancora – nelle corde, ma è rimasta una parentesi del passato. La questione vignette è assai più semplice: ho sempre amato il fumetto e l’illustrazione, invidiando tutti i bravi disegnatori e guardando con profondo sdegno le loro fantastiche mani, il loro dono. Ho quindi sempre provato ad abbozzare ma, devo dirlo apertamente, disegno da cani”.

In chiusura, qual è la domanda che proprio un giornalista avresti voluto ti facesse e che, invece, non ti ha mai fatto finora? 

“Forse non mi è stato mai espressamente chiesto come mai, in ogni racconto, ci sia sempre un elemento straniante, disturbante o irreale, quasi fantastico (anche se preferisco sempre “fantasioso”). Credo che intorno a noi ci siano sempre occasioni di catturare l’elemento anormale, atipico, quel qualcosa che “non torna”; fa parte del mondo delle percezioni, anche se ormai siamo abituati alla concretezza, alla noncuranza, ad uno stolido pragmatismo. Tutto ciò che non è “certo” o sia fuori fuoco, viene presto relegato alla fantasia, al déjà-vu, al “me lo sarò immaginato”. La letteratura asiatica, in particolare quella giapponese, è densa di esempi di questo tipo; l’intuizione e il sentore di vivere costantemente a cavallo tra due mondi, quello reale e quello degli spiriti – degli yokai1 e degli yurei2 –  o delle creature misteriose e mitologiche della tradizione. Io ho chiaramente un approccio più occidentale e dunque mi diverto a rendere materiali tutte quelle entità che, in un mondo puramente onirico o immaginifico, resterebbero impalpabili, non percettibili, costrette in un limbo impenetrabile. Mi piace vedere cosa succede quando questi due dimensioni si accavallano, osservare l’ingrediente estraneo incontrare la vita di tutti i giorni, assaporarne poi gli effetti, generare scompiglio, confusione, inquietudine. Non me ne vorranno i lettori, ma anche questa è letteratura!”.

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